Le maglie iconiche della storia della Juve

Uno dei pezzi che più mi sono divertita a scrivere per https://www.juventibus.com

Chi indossa la nostra divisa le rimarrà fedele malgrado tutto”.

(Enrico Canfari, presidente ed attaccante bianconero)

Una camicia bianca e un paio di pantaloni alla zuava, alla liceale del “Massimo d’Azeglio”.

Questa è stata la prima divisa di fortuna della neonata Juventus, anno 1897, cassa praticamente vuota perché “quando si tratta di versare la quota dovuta sono sempre troppi i soci squattrinati che si dileguano” tanto che per acquistare il primo pallone é servita l’ennesima colletta per racimolare le 12 lire necessarie ad aggiudicarsene uno giallo e di puro cuoio nel negozio “Principe di Galles” in via Barbaroux, dal signor Jordan, un inglese con il pizzetto prominente.

La camicia bianca inamidata viene soppiantata in breve tempo da una casacca in percalle rosa, scelta dettata anche in questo caso da pure ragioni economiche; il tessuto fa parte di uno stock di rimanenze che il padre di uno dei fondatori, industriale tessile, ha in magazzino. Così l’arte dell’arrangiarsi produce casacche societarie pink con il colletto immacolato, cucite dalle mamme, indossate con cravatta o papillon neri, come giovani dandy dediti allo sport.

Nel 1903, John Savage, ex giocatore del Nottingham Forest in forze alla Juventus per un biennio (purtroppo senza segnare mai un gol e tra l’altro, se vogliamo essere precisi, primo straniero a fare parte del Club), consapevole della necessità di dotarsi di un corredo di gioco più professionale fa un ordine per le nuove divise ad una fabbrica di Nottingham. Peccato che, per un fraintendimento o per convenienza, arrivano quelle della squadra locale, il Notts County, righe verticali bianche e nere che non convincono ma con il campionato alle porte non c’é il tempo per sostituirle.

Quelle righe, accettate inizialmente controvoglia dagli stessi giocatori, con la conquista dell’ottavo campionato nazionale della storia diventano invece una bandiera, un simbolo di appartenenza, dunque insostituibili.

Almeno sino a quando il marketing e le sue ragioni non decidono che è arrivato il momento di rivoluzionare, più o meno drasticamente; l’ultima rivoluzione la prossima stagione, maglia juventina sezionata in due metà, una bianca e l’altra nera, nel centro una strisciata rosa. Fine. Vagamente ricorda quelle dei fantini, ma non è il caso che mi addentri qui in questioni di ippica; in ogni caso per ora non ha incontrato molti favoritismi,  forse perchè è lontana dalle casacche vintage che tanto piacciono in generale ai tifosi del calcio (e che sono sempre le più ricercate).  

Penso a quella dell’annata 1961 – 62 indossata dal leggendario numero 10 Omar Sivori, “El cabezon” dall’aura mitica, tecnicamente un fenomeno, caratterialmente un duro, “elegantemente trasandato” (come veniva definito) anche in campo con le maniche lunghe e ampie portate risvoltate, la maglia infilata dentro i calzoncini a vita alta secondo i dettami stilistici dell’epoca, un po’ bohémienne.

O quella classica e assolutamente minimalista della stagione 1976-77, priva del gagliardetto del tricolore che simboleggia la vittoria del campionato, colletto che sovrasta uno scollo a V moderato, mitigato ulteriormente da un bottoncino. E’ la maglia dell’impresa dei “Leoni di Bilbao” con il primo alloro europeo conquistato, è la maglia di Boninsegna e Bonetti, è la maglia della vittoria sul filo di lana del campionato, Torino sconfitto e ciaone ai Granata.

Nella stagione 1982- 83 la Juventus vola alla conquista della settima Coppa Italia; lo fa vestendo una maglia con la striscia nera centrale che si divide nel colletto a V (nella versione classica la striscia è invece bianca), logo Ariston in bella vista con i caratteri aumentati di dimensione, lo scudetto con le due stelle più piccole rispetto al passato e quasi inscatolate con il tricolore; è la maglia numero 10 di Michel Platini capocannoniere di stagione. 

E’ la maglia vincitrice della Coppa Uefa della stagione 1992 – 93, la terza della storia juventina, strisce bianconere protagoniste, debutto dello sponsor Danone in bella vista, gli omini accostati della Robe di Kappa, fornitore tecnico; è la maglia di Roberto Baggio, altro leggendario numero 10, vincitore proprio quell’anno del Pallone d’Oro.

C’è una maglia che rimarrà impressa ad imperitura memoria nel popolo bianconero, quella indossata nella finale di Roma contro l’Ajax che ci ha consacrati Campioni d’Europa del 1996; divisa gialloblu stellata che per la prima volta nella storia della Madama mostra quello che viene chiamato un composit sponsor, ossia due differenti marchi nel corso di un’unica annata: Kappa, sponsor tecnico e Sony, sponsor ufficiale. Ci piace riviverla ricordandola addosso a Ravanelli “Penna Bianca” mentre esulta dopo aver messo a segno il suo gol. 

La stagione 2006/2007 non verrà ricordata forse come la migliore della storia della Vecchia Signora, retrocessa in B dopo lo scandalo di Calciopoli, ma è terminata, come ben sappiamo, con l’aritmetica promozione in Serie A con tre giornate di anticipo rispetto alla fine del campionato; la prima divisa, indossata da Alex Del Piero, che insieme a Camoranesi, Trezeguet, Buffon, Nedved, fa una promessa d’amore tra le più belle legate allo sport giurando fedeltà alla Juventus nonostante la cadetteria, è la classica maglia a strisce bianconere, con calzoncini e calzettoni bianchi, sponsor ufficiale Tamoil.

 

Lo Scudetto, il primo dell’era post Calciopoli (e il primo di cinque consecutivi), viene conquistato nella stagione 2011/2012, quella passata alla storia anche per l’imbattibilità in campionato, con una giornata d’anticipo grazie alla vittoria contro il Cagliari. La prima maglia della “rinascita” bianconera indossata dal numero 21 Andrea Pirlo è a strisce disegnate con un particolare effetto tridimensionale, sponsor ufficiale Betclic; la seconda maglia è invece una rielaborazione delle prime casacche juventine, colore rosa intenso, sul davanti troneggia una grande stella bordata di nero e lo sponsor Balocco.

 

Il rosa è protagonista della maglia “Away” della stagione 2015/2016 che segna il debutto Adidas sul mercato bianconero; girocollo nero, colore di base che richiama le origini del club. Il dettaglio più d’impatto è la banda centrale bianca interrotta da una riga più scura (che prosegue anche sulle maniche)  sulla quale è riportato lo sponsor Jeep. E’ la maglia indossata dalla new entry Paulo “U Picciriddu” Dybala, il numero 21 argentino che in quell’annata è l’acquisto più oneroso del club. 

Se prima dell’avvento di Cr7 una delle maglia più vendute è stata quella del numero 9 Higuain, l’arrivo dell’Alieno ha fatto battere tutti i record, una vera e propria Ronaldo mania (persino tra i non tifosi) da esaurimento scorte ad oltranza negli stores (con gaudio e giubilo della Vecchia Signora che ha la gestione diretta di merchanding e licensing…). Del resto Ronaldo è il Re Mida del nuovo millennio. Renderà amabile anche il look fantino.

 

 

Sara Gama, un calcio al sessismo sognando i Mondiali

Nei miei ricordi di bambina c’è sempre il pallone. Ma era un divertimento. Oggi è pura gioia e dolore“.
(Cit.)

 

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Tempo fa leggendo un articolo sulle divise che le Azzurre e le altre 23 squadre indosseranno ai prossimi Mondiali di calcio femminile ho pensato che l’uguaglianza delle donne nello sport può passare anche attraverso l’armadio.

Infatti per la prima volta nell’ambito di questa competizione, le calciatrici avranno divise studiate esclusivamente per loro e non invece derivate da quelle maschili, una questione insomma di trattamento paritario e di identità.

Ed ho pensato che se i grandi marchi di abbigliamento sportivo che ovviamente ragionano in termini di fatturato si sono decisi a questa “rivoluzione” investendo moneta sonante ci troviamo di fronte ad un punto di svolta per la popolarità del calcio femminile, troppo spesso bersagliato da stereotipi, discriminazioni e sessismo.

Di questo ho parlato con Sara Gama, capitano della formazione bianconera della Juventus Woman e capitano della Nazionale di Calcio femminile che ho incontrato alla Scuola Calcio Femminile Juventus del Fossano Woman della quale è diventata testimonial.

“Un dato incoraggiante lo si ricava anche partendo dall’esperienza del Fossano Calcio – mi dice – il fatto che quando è stata attivata la Scuola si temevano poche iscrizioni mentre invece hanno superato di gran lunga le aspettative è una dimostrazione che si sta recuperando il gap con altri Paesi nei quali il calcio femminile ha da tempo una diversa considerazione. Stiamo diventando una realtà importante anche all’estero, c’è molta attenzione e su questo dobbiamo continuare a lavorare”.

Lavorare su un sistema, più che su un singolo episodio, un sistema che a volte ancora si stupisce e si interroga sui motivi che spingono una “femmina” a voler praticare uno sport da “maschio”; un sistema che nel nostro Paese relega le donne al settore dilettantistico: “Mentre invece in Francia sono professioniste e nessuno si sogna di denigrarle. Ma l’arrivo dei grandi clubs nel settore femminile è un segno che anche da noi le cose stanno cambiando in meglio”.

E’ una donna determinata Sara, che se in campo guida la difesa a suon di tackle e di anticipi, dismessa la divisa fa la differenza con le parole anche quando rivendica in più di un’occasione (fa parte del Consiglio Figc) che lo status da dilettante delle calciatrici italiane, soprattutto quelle meno fortunate di chi indossa la maglia delle squadre più note, implica tra le altre cose nessun contributo versato, nessun diritto alle malattia, alla maternità e alle ferie; non è un caso che la Mattel in occasione della Giornata Internazionale della donna nel 2018 le abbia dedicato l’iconica Barbie a sue fattezze, inserendola tra l’altro tra le 17 personalità femminili internazionali (unica italiana) che hanno contribuito ad ispirare le nuove generazioni.

“Oggi ancora non ci sono molte Scuole Calcio femminili in Italia, c’è bisogno di raccogliere le bambine che saranno sempre più numerose a lanciarsi nel nostro sport e necessitano di strutture di qualità e di persone preparate che possano dare opportunità concrete. Quando ero piccola io, non esistevano società che si incaricavano di venirci a prendere con le navette e cose di questo tipo, che fossero attente ad accompagnarci non solo dal punto di vista tecnico ma anche di crescita e tutela. Io ho iniziato a giocare nel cortile di casa”.

Alle ragazzine che l’hanno avuta come osservatrice speciale durante la loro seduta di allenamento allo stadio “Pochissimo” di Fossano, emozionate per avere in campo, sotto la pioggia battente, una delle giocatrici più rappresentative a livello nazionale ed internazionale, Sara ha consigliato: “Non pensate a diventare famose ma a giocare bene e a divertirvi, a giocare con passione che poi è quella che ti manda avanti quando ci sono da fare i sacrifici”.

E parlando del prossimo impegno con i Mondiali, dopo l’ultima partita vinta contro l’Iran per 2 – 0, Sara ha precisato: “Penso possiamo fare bene, toglierci delle soddisfazioni, è un gruppo che piano piano ha costruito una sua identità, è ben calibrato e competitivo e può contare su una rosa ampia, non solo sulle undici titolari ed è quello che serve per competizioni del genere. Ma andiamo step by step come nel Campionato; pensiamo al passaggio del primo turno, il nostro obiettivo a breve raggio, e poi da li si vedrà. Si va avanti di obiettivo in obiettivo. Non mi fisso dei limiti.”. 

Passo a passo. Passaggio dopo passaggio. Come del resto si fanno (anche) le rivoluzioni. Soprattutto quelle culturali.

Limite dopo limite.

Il limite che in parte ancora aleggia sulla parità sportiva è quello che mi piace chiamare “La sindrome di Vogue” (ma il titolo della rivista è opzionale) che ogni tanto mi arriva alle orecchie e che “colpisce” chi pensa che una calciatrice sia vincolata, in quanto donna, ad un ideale estetico e di conseguenza vada giudicata in primo luogo dalle gambe; la sindrome di chi si compiace dell’ascesa del calcio femminile come fosse una vetrina nella quale ammirare belle ragazze che corrono dietro ad un pallone.

Dimenticando il pallone. 

Dimenticando lo sport.

Cristiano Ronaldo Story – Come ti divento CR7

Ed ecco il sequel…
@juventibus

Voglio diventare il migliore al mondo. E tu devi aiutarmi”.

(Cristiano Ronaldo a Mike Clegg, preparatore sportivo)

La scorsa estate la Cristiano Ronaldo mania ha invaso Torino, la città che Norberto Bobbio ha definito l’emblema del “esageruma nen”, il “non esageriamo”, motto piemontese di chi fa e produce senza ostentare, una città di fanatici del lavoro solo all’apparenza austera andata in fibrillazione per l’arrivo del blasonato Cr7.

Mentre passeggiavo in centro con il cono dedicato al Campione creato da un noto gelataio torinese fondendo la Ginja, il liquore tipico del Portogallo, con il cioccolato, pensavo a quanto i torinesi, che ammirano impegno e costanza, avrebbero apprezzato la nuova stella bianconera.

Impegno e costanza sono il fil rouge di tutta la storia di Ronaldo, la storia di un’ambizione, di un pensiero fisso che non conosce tentennamenti.

Prendiamo ad esempio i suoi primi tempi al Manchester United.

Cristiano è uno spilungone magro, un ragazzino con le ciocche tinte di biondo e un inglese stentatissimo, “un pavone” (secondo l’entourage della squadra) che si presenta alla firma del contratto con un maglioncino aderente rigato di Versace molto poco british, che predilige le t-shirt semitrasparenti, che investe in creme per migliorare l’aspetto della pelle. Vezzi poco tollerati in un club rigoroso dove le apparenze hanno la loro importanza in quanto simbolo di appartenenza.

Il diciottenne di Madeira, che cammina spavaldo a petto in fuori e si presenta negli spogliatoi “vestito come per una serata in discoteca” (lo afferma Phil Neville), al suo esordio in campo, nell’agosto del 2003, partita contro il Bolton, è talmente decisivo da essere riconosciuto dalla stampa come il migliore in campo; riuscendo persino, tra l’euforia generale dei tifosi presenti allo stadio,  a fare digerire l’assenza di David Beckham, passato al Real Madrid, e del quale ha preso il numero, il leggendario 7 indossato anche da George Best.

In realtà  la strada per consacrarsi un’icona è ancora lunga e tortuosa; il calcio inglese è particolarmente aggressivo e per non soccombere il suo stile di gioco e la sua prestanza fisica vanno migliorati, è lui il primo ad esserne consapevole.

Pertanto passa ore a copiare i trucchi intercettati durante gli allenamenti o visti su YouTube e tenta di migliorarli e adattarli, spesso superando il maestro di turno.

Nel libro “Cr7 la biografia” di Guillem Balague, l’attaccante Wayne Rooney dichiara: “Non ho mai incontrato nessuno con una fiducia in sé stesso pari alla sua”. E il difensore Phil Neville racconta: “Gli davamo del filo da torcere. I giocatori così sicuri di sé vengono messi a dura prova nei primi tre mesi soprattutto per fargli abbassare la cresta. A lui piaceva esibirsi nei suoi numeri con la palla e a lasciarlo fare non la smetteva più. Così prima lo puntavamo, poi Gabriel Heinze gli sferrava un calcio con i tacchetti… Ne ha incassati non so quanti eppure non è mai rientrato imbronciato da un allenamento”.

L’attaccante Louis Saha ricorda così Cr7: “Per esercitarsi correva da un’estremità all’altra del campo, dribblava, accelerava, dribblava ancora, cono dopo cono. Si riposava un paio di secondi e ricominciava da capo. Nel calcio è l’accelerazione a spezzarti le gambe. Ci riesci una volta, ma dopo sei spompato. Lui invece continuava, avanti e indietro, tre o quattro volte di fila. Per chiunque altro sarebbe stato impossibile”. 

Ronaldo è diventato Cr7 a forza di impegno e costanza, come ho detto già prima.

Ma anche grazie ad un alleato. 

Mike Clegg, preparatore sportivo del Manchester, stacanovista almeno quanto Cristiano, viene reclutato da Ronaldo con una frase lapidaria: “Voglio diventare il migliore al mondo. E tu devi aiutarmi”.

Clegg ai tempi ha la mansione di migliorare il rendimento dei singoli calciatori con una preparazione mirata a sviluppare velocità e potenza: “Ronaldo voleva sapere tutto – racconta a Balague – si è dimostrato sin da subito un ragazzo molto determinato. Ricorderò sempre come ha reagito una volta che lo avevano preso in giro per il suo accento: “Sei in Inghilterra, parla inglese!”. E lui: “Gli ignoranti siete voi che conoscete una lingua sola” (…). Aveva una fiamma dentro che si incontra di rado. Tutte le mattine io arrivavo alle nove. Lui si presentava a quell’ora o poco prima per preparasi all’allenamento con un massaggio. Poi in palestra dove dedicavamo una ventina di minuti ai nuovi esercizi che stavamo sperimentando. Dopo quelli raggiungeva la squadra  per la sessione di torello e quella con gli allenatori. Alla fine lui si fermava spesso per perfezionare i tiri in porta. A quel punto gli altri erano tornati a casa. Cristiano no”.

Già. Cristiano no. 

Dietro al campo da gioco c’è una collina e lui continua ad allenarsi li, da solo, per spingere il corpo oltre i limiti, con l’obiettivo del miglioramento continuo e lo scopo di diventare un idolo. 

“Continuava a fare progressi – spiega Clegg – Nessuno sarebbe riuscito a fermarlo. Gli piacevano le sedute individuali anche se ogni tanto invitava qualcuno ad allenarsi con lui. Per il gusto di batterlo. Sperimentavamo tecniche diverse, prendendo nota di cosa gli serviva e di ciò che funzionava, eliminando il superfluo. Poi, finalmente, tornava a casa”.    

Tutto finalizzato, anche la nota vanità di Cristiano, almeno secondo Clegg: “La sua vanità ha un ruolo cruciale. Lui deve potersi vedere. Il cervello è stimolato dalla vista e guardando la sua immagine riflessa credo pensasse: “Sto ingrassando, devo rivedere la dieta”. O ancora: “Non credo di essermi allenato abbastanza, ieri”. Osservare e studiare il proprio corpo gli serviva per definire il passo successivo”.

E il passo successivo, che ha quasi dell’incredibile, è questo: mentre il Manchester tenta di inculcargli le regole della propria tradizione, il ragazzino arrogante del “tutto coordinato” in parte rivoluziona la cultura calcistica del club.

Cercando informazioni sul torello, ritenuto da molti un modo per scaldarsi prima dell’allenamento vero e proprio, ho colto che è soprattutto un modo per instaurare rapporti e gerarchie, stabilire tempi di reazione del calciatore e mettere in difficoltà i pivellini. 

Entrato nel gruppo dei campioni – precisa Balague – Ronaldo dovette trascorrere un mucchio di tempo al centro del cerchio, sforzandosi inutilmente di intercettare i bolidi dei compagni più forti. Gli sparavano tiri impossibili da bloccare. Se poi tentava uno dei suoi trucchetti, veniva subito punito con un contrasto violento. Il supplizio proseguì sino al giorno in cui Cristiano cominciò a ricevere buoni passaggi: si era guadagnato il rispetto dei veterani”. 
Ed è da qui in poi che Ronaldo mette in atto una rivoluzione: invece di continuare ad esercitarsi nei passaggi, utilizza il torello per perfezionare la sua tecnica: mantiene il possesso palla e finta dopo finta, passaggio dopo passaggio, tackle dopo tackle anche i suoi compagni iniziano a fare altrettanto.

E’ stato Ronaldo a cambiare la nostra mentalità – dirà Phil Neville – ha introdotto il torello continentale nella prassi del Manchester”. 

Non solo: le tecniche sperimentate nel torello vengono introdotte nelle partite; secondo Gary Neville, Cristiano comincia ad esercitare un “effetto Cantona”, ossia tutti vogliono emularlo: “Se ci riesce lui, possiamo farcela anche noi”.

Nella biografia scritta dal giornalista Enrique Ortego c’è un episodio legato agli esordi di Cristiano con la Nazionale portoghese negli Europei del 2004 che vale la pena ricordare: “La squadra si sta allenando e i giocatori si scaldano con la corsa. Cristiano è in testa al gruppo e comincia ad imporre un ritmo molto veloce. Figo e Rui Costa, veterani e suoi mentori, gli ordinano di darsi una calmata e di rallentare il passo. Cristiano esegue. Tornati in spogliatoio, i compagni restarono allibiti: per tutto l’allenamento, Cristiano aveva portato i pesi alle caviglie, per sentirsi più leggero in partita”.

Ronaldo si è “costruito” grazie alla forza mentale, oltre che fisica, alla concentrazione costante e aggiungerei alla maniacale attenzione ai dettagli.

Soprattutto dopo essermi imbattuta in un dettaglio che riguarda la preparazione alla finale di Champions del 2008 che come sappiamo è stata vinta dal Manchester.

Quando al campo di allenamento arriva il pallone che sarà utilizzato per la finale, Ronaldo si accorge che è leggermente diverso nel peso e nella superficie rispetto a quelli usati durante il resto del torneo. Così chiede alla squadra di fermarsi dopo l’allenamento.

Prova e riprova tiri da distanze diverse, colpi con il collo del piede e con l’interno, cerca di imprimere il massimo effetto al pallone colpendolo sulla valvola ma non è soddisfatto del risultato.

Chiunque al suo posto si sarebbe arreso. 

Ma non lui.

Solo i deboli si danno per vinti” è un mantra che lo accompagna sin da quando papà Dinis pronunciò queste parole riacciuffandolo sulla via di casa dopo che il piccolo Cristiano era fuggito dal campo dell’Andorinha perché sapeva che la squadra avversaria li avrebbe battuti.

Il giorno dopo ritenta l’impresa e il tiro va a rete così come tutti i successivi. 

A rendere il pallone inarrestabile è un semplice passo indietro aggiunto durante la rincorsa. 

Questione di dettagli.                                                                                                                                                                                                                                  

Cristiano Ronaldo Story – La Creazione

Ronaldo non sarebbe il giocatore che è oggi se avesse avuto alle spalle una famiglia più solida”.

(Pedro Talinhas, ex allenatore di Ronaldo)

Nei giorni scorsi, mentre sonnecchiavo sul divano vittima dell’ennesima fetta di panettone consumata in uno dei tanti “giri di tavola” delle feste, le immagini di Cristiano Ronaldo impegnato in una corsa notturna nel deserto di Dubai durante le sue “vacanze” negli Emirati Arabi mi hanno destata dal torpore.

Un allenamento ad alta intensità, fatto di notte per aggirare la calura delle ore diurne, un training da macchina da record quale è, da fuoriclasse che ha potenziato il suo fisico come un atleta completo, da sportivo che ha plasmato i suoi muscoli con sforzi costanti e ostinati, a volte quasi sovrumani, vagamente al limite del maniacale, almeno secondo il metro di giudizio di noi comuni mortali.

Del resto uno che è andato ad allenarsi subito dopo aver vinto la Champions League (con il Manchester nel 2008), preferendo celebrare in palestra la sua consacrazione a Campione d’Europa a soli 23 anni, non stupisce che anche in vacanza rimanga concentrato sul suo obiettivo.

Già.

Concentrato.

Pensando a tutto questo mi sono chiesta da dove arrivi tanta caparbietà.

Cercando una risposta plausibile mi sono imbattuta in una dichiarazione di Pedro Talinhas, ex allenatore di Ronaldo quando militava nelle giovanili del National: “Ronaldo non sarebbe il giocatore che è oggi se avesse avuto alle spalle una famiglia più solida”.

L’idea dell’influenza familiare sulla nascita dell’alieno Cr7 non mi sembra del tutto priva di logica e vale la pena approfondirla.

Riavvolgiamo il nastro e spostiamoci quindi a Madeira, isoletta portoghese ricca di piantagioni di canna da zucchero e di banane, di nuvole basse da quadro naif e di  forti disuguaglianze sociali, l’isola che ha dato i natali al nostro campione ed  alla sua famiglia.

Maria Dolores dos Santos Aveiro, la mamma di Cristiano, è nata a Canical, un piccolo villaggio di pescatori. 

Rimasta orfana di madre a cinque anni, viene mandata in un orfanotrofio, separata dai fratelli. Qui, tra punizioni corporali esasperate per la minima cosa e nostalgia di casa, Dolores non fa che piangere, sperando di ricongiungere la famiglia.

Le cose andranno ancora peggio; il padre si risposa, lei ritorna a casa con i fratelli e gli altri cinque figli della matrigna che, come nelle favole più terrificanti, la tratta peggio che le suore dell’orfanotrofio. 

Inizia prestissimo a lavorare, intrecciando cesti di vimini per i contadini. 

José Dinis Aveiro, garzone di una pescheria e futuro papà di Cristiano, ha tutte le carte in regola per fare innamorare la giovanissima Dolores.

I due si sposano, nascono Elma e Hugo.

Ma poi l’incanto si rompe; Dinis viene mandato al fronte, a combattere nelle colonie portoghesi in lotta per l’indipendenza; ritorna che è un fantasma, segnato per sempre nello spirito, e placa l’orrore attaccandosi alla bottiglia.

Ancora una volta Dolores rimane senza una guida ed è costretta a trasferirsi a Parigi per fare la domestica e mandare i soldi a casa; ma la nostalgia è troppo forte, ritorna a Madeira, arriva la terza figlia, Catia. 

Poi una quarta gravidanza; senza soldi e con il marito alcolizzato, Dolores pensa ad un aborto ma gli espedienti suggeriti da una vicina non funzionano.

Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro nasce il 5 febbraio del 1985 a Funchal, la capitale dell’isola; viene chiamato Ronaldo in onore del presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. 

Un miraggio di libertà, un presagio di fuga da quell’isola senza prospettive. Quinta do Falcao è uno dei quartieri più umili di Funchal ed è li che cresce Cristiano, tra palazzi di edilizia popolare, droga e alcool come rimedio alla disperazione e le strade in pendenza dove gioca con gli altri bambini.  A pallone, naturalmente. Il calcio di strada, quello che costringe a trovare astuzie per dribblare avversari e macchine in circolazione sul terreno accidentato.

Nel libro “Cr7 – La Biografia” di Guillem Balague l’autore afferma che Cristiano andava persino a scuola con il pallone sottobraccio e che appena rincasava incurante dei compiti si fiondava a giocare  in un vicolo con due pietre a segnare la porta, spesso con una bottiglia di plastica o un involto di sacco e carta al posto della palla. Un vicino racconta che Abelhinha (“Piccola Ape”, nomignolo affibbiato a Cr7 dai bambini della scuola calcio dell’Andorinha perché veloce e insidioso come un insetto ) “faceva acrobazie incredibili: spesso lo vedevo palleggiare con un tappo di plastica, poi con tutta la bottiglia. La lanciava in aria all’infinito, senza mai lasciarla cadere a terra”.

Cristiano tira calci alla palla una decina di ore al giorno; se non trova gli amici si “accontenta” di tirare la sfera contro un muro, in una sorta di loop infinito. Calciare, migliorare, allenarsi. E da capo. Il calcio lo aiuta a distaccarsi dal contesto, a svuotare la mente e soprattutto a non smarrirsi con la droga come invece accade al fratello Hugo.  Lo aiuta a diventare ambizioso. 

A trovare il suo riscatto affidandosi con una “devozione ossessiva” come dice Balague, e uno spropositato spirito competitivo. In quest’ottica non si fatica a comprendere ciò che più di una volta ha affermato Dolores: “Nessuno poteva fermarlo”. Ha soltanto dodici anni quando con un unico cambio di abiti sale da solo su un aereo destinazione Lisbona, provino per lo Sporting.

“Fin dal secondo giorno si dimostrò un leader – ricorda il direttore della scuola calcio – giocava contro i migliori allievi, tutti più grandi di lui e tutti estasiati dalle sue qualità. Venivano loro stessi a dirci quanto fosse bravo, con un eccezionale talento e una tecnica già molto sviluppata”.

Hugo Pina, ex compagno di Cristiano alla scuola calcio, una carriera meno sfolgorante del nostro alieno, lo ricorda così: “Si allenava da solo, per diventare veloce come Thierry Henry, al tempo il giocatore più veloce del mondo (…). Mi svegliavo al mattino e lui stava già palleggiando; per allenarsi correva su strade in salita, con i pesi alle caviglie. A volte  c’erano più di trentacinque gradi, un’afa tremenda. Ogni giorno in camera faceva addominali e flessioni; due o tre volte la settimana si svegliava di notte e in punta di piedi andava in palestra. Non aveva il permesso di entrarci a quell’ora e così scavalcava la recinzione, si arrampicava sul tetto ed entrava da una finestra. Era convinto di essere troppo magro, quindi si allenava ai pesi e correva per quaranta minuti sul tapis roulant. Alla fine hanno dovuto mettere la palestra sotto chiave…”. 

ll debutto in prima squadra avviene nella stagione 2002 – 2003 in una partita contro l’Inter di qualificazione per la Champions League; degna di nota è l’amichevole dell’estate 2003 contro il Manchester United nella quale Ronaldo da il meglio di se nel secondo tempo tanto che il calciatore avversario Ryan Giggs dichiarerà: “Sembrava uno di quei giocatori goffi e dinoccolati. D’un tratto cominciò a scartare gli avversari sulla fascia, poi a centrocampo… e io mi misi a guardarlo. Noi ci dicevamo: “Niente male il ragazzino, ma chi diavolo è?”.

Alex Ferguson, ct del Manchester, che in occasione di quella partita ha visto per la prima volta Ronaldo giocare dal vivo ha dichiarato: “Fu una rivelazione. L’esperienza più entusiasmante ed elettrizzante della mia carriera di commissario tecnico. La seconda fu Paul Gascoigne”. Da lì in poi sono faccende note: nella stessa estate Cristiano diventa un giocatore del Manchester e inizia la sua leggenda.                                                                                                                                                        

Riavvolgiamo di nuovo il nastro ed ipotizziamo uno scenario diverso, un universo parallelo. Lo spunto mi arriva da una frase di David Gomes che ha conosciuto Ronaldo.

“Un ragazzo normale, con una famiglia stabile, che trascorre molto tempo in casa e va a scuola regolarmente, ha a disposizione un’ora e mezza, al massimo due per allenarsi. Ronaldo si allenava dieci – dodici ore al giorno”.

Se Cristiano fosse nato in quel 10% di famiglie di Madeira costituite dai nuovi ricchi tornati in patria dopo aver trovato fortuna altrove, quelle con tate rigorose che si occupano dell’educazione dei bambini, forse non avremo conosciuto Cr7 o forse lo avremo conosciuto meno esplosivo, meno stupefacente, meno devozionale, meno “affamato di vittoria”, definizione che di lui ha dato Alex Del Piero.

Carlos Bruno, allenatore del National, ha detto: “Non si diventa calciatori fantasiosi e inventivi se si cresce in un clima rigido. Le squadre giovanili e le scuole calcio, con i loro allenamenti stereotipati, privano i ragazzi di ogni residuo di creatività; i campioni che valgono milioni sono quelli che eccellono nei contrasti, che sono capaci di inventarsi soluzioni sul momento”.

E in questo il Cristiano cresciuto in strada è sempre stato un maestro.

Dove sarebbe oggi Cristiano?

Per fortuna sto solo ipotizzando perché dove è oggi lo sappiamo bene.

 

Goals, obiettivi, umanità: il Vialli che non conoscete

Di seguito il pezzo uscito qualche settimana fa su https://www.juventibus.com/

E’ il mio secondo pezzo pubblicato su questo portale dedicato al bianconero.

E mi ha portato fortuna perché da li a poco sono diventata con molta gioia una delle autrici…

Il 99% di una battaglia consiste nell’affrontarla con il giusto stato d’animo. 

Quell’uno per cento che rimane viene di conseguenza, per incredibile che possa essere.

Così una camera d’aria legata ad un manubrio e stretta tra i denti tiene a bada il dolore di una clavicola rotta e di un omero fratturato, consentendo a Fiorenzo Magni, imperturbabile sotto un turbinio di neve ghiacciata, di arrivare secondo al Giro d’Italia del 1956, beffando atleti in perfetta forma e molto più giovani.

Così Wilma Rudolph diventa la “Gazzella Nera” dei tre Ori vinti con l’Atletica alle Olimpiadi del 1960 nonostante pochi anni prima fosse una bimba con una gamba zoppa che macinava km su km a piedi, sotto il sole cocente e sotto la pioggia battente, caparbia, sino ad arrivare a sciogliere i muscoli di quell’arto paralizzato.

Chiamiamola forza di volontà, attitudine a non mollare, spirito di conservazione, anima da fuoriclasse.

Fuoriclasse come Gianluca Vialli, un Campione che ha giocato partite importanti e che ha sollevato al cielo, in un impeto di felicità assoluta e condivisa, l’ultima Coppa dalle Grandi Orecchie che è transitata sotto la Mole.

Di lui, il leggendario Stradivialli come è stato ribattezzato da Gianni Brera, ho conosciuto le prodezze in campo portandomi dietro l’idea stereotipata che ho avuto per un certo lasso di tempo del calciatore in quanto tale; un essere invincibile, più un supereroe in calzoncini macchiati di fango che un uomo con le proprie fragilità, un virtuoso del campo con capacità fuori dal comune.

Eternamente performante.

Quando il mese scorso Gianluca ha confessato ai mass media di essere tornato a “rigiocare la partita”, questa volta contro un avversario inquietante, tutto il mondo del pallone è rimasto ammutolito di fronte al suo coming out di malato di cancro, anche io ovviamente che ho ancora negli occhi le sue celebri rovesciate; ha lasciato interdetto chi iniziava a sospettare qualcosa per quella perdita di peso sostenuta, e stava già tratteggiando il “coccodrillo”, l’epitaffio giornalistico dedicato a chi non c’è più, non lasciandosi ingannare dal maglione indossato sotto la camicia per simulare i chili persi.

L’invincibile è evaporato quando si è tolto l’armatura per lasciare il posto ad un uomo che con un gesto rivoluzionario, in un’epoca in cui la perfezione è un assoluto da sbandierare, non ha avuto paura di mettersi a nudo condividendo la sua umanità.

E questo è lo spirito vero di uno sportivo, la capacità nella debolezza di ritrovare una nuova forza, di cadere sette volte di rialzarsi otto.

Gianluca racconta in  Goals, 98 storie + 1 per affrontare le sfide più difficili” la sua nuova routine ma soprattutto la sua sfida per quel gol decisivo, un gol che richiede coraggio e, come scrive, anche un pizzico di fortuna, un gol che ha il sapore di un rigore, da calciare solo di fronte all’avversario, testa a testa.

E’ un libro saggio e propositivo che ripercorre storie di sportivi non sempre noti al grande pubblico e che hanno saputo affrontare le avversità incontrare sul cammino, poco importa se dalla nascita o durante una disputa decisiva, insegnando a rimanere saldi sui propri obiettivi, a resistere, ad essere più forti del destino, ad essere una fonte di ispirazione.

Il + 1 che troviamo nel titolo è il capitolo autobiografico; anche questo, come i precedenti, introdotto da un aforisma: “Voglio ispirare le persone, voglio che qualcuno mi guardi e dica: grazie a te non ho mollato”.

E’ un capitolo che parte con un problema di salute sottovalutato, scambiato inizialmente per un’infiammazione al nervo sciatico, colpa forse del golf che ama tanto ma che dicono faccia male alla schiena; un capitolo che prosegue con le lacrime e lo smarrimento per una sentenza che pare irrisolvibile ma che di contro porta con sé una nuova consapevolezza: “Vedo tutte le cose della mia vita per quello che sono: cose. Mentre io, mia moglie, le bambine, i miei fratelli, mia madre e mio padre, i miei amici, tutti noi, tutti voi, siamo molto di più. Siamo pensieri e legami, siamo emozioni e parole. Siamo il futuro che riusciamo ad immaginarci”. 

Otto mesi di chemioterapia, una vita che diventa un’immensità di effetti collaterali, Gianluca che ignora volutamente le percentuali che il cancro ritorni “perché chi gioca a calcio sa bene che se c’è una cosa che fa impazzire gli amanti delle statistiche è che nessuna serve davvero a predire come finirà una partita”.

Riflette Gianluca e riorganizza la sua esistenza con la filosofia orientale, la dedizione all’allenamento e la propensione all’ottimismo, medita su frasi fondamentali che trascrive su post-it disseminati nello studio, pillole di saggezza che diventano la sua nuova corazza, cerca il silenzio ma soprattutto non teme di confrontarsi con la paura, quella che “ti fa chiudere in bagno e piangere, la paura di non riuscire a dire le parole che servono”.

E poco per volta riprende peso, il maglione da sotto la camicia ritorna nell’armadio, i suoi pensieri “cercano profondità, o altezza, non so dirlo meglio di così”.

Dice che ancora non sa “come finirà la partita” ma è risoluto nell’aggiungere: “Quello che so è che mi sono preparato bene ed ho dato il massimo”.

Il massimo continua a darlo Gianluca, lui che nonostante tutto non smette di dichiarare che la felicità è una scelta e che ognuno di noi, nel profondo del cuore, nella parte più nascosta della nostra personalità, è in grado di trovare la propria.

Anche nei momenti peggiori si può essere felici, basta non lamentarsi del vento o aspettare passivamente che cambi, ma semplicemente adattando le vele.

Silvia Sanmory (@silvyaesse)

Benny Nicolini: “Quella volta che Moggi mi telefonò…”

Le parodie e le caricature sono le critiche più acute“.

(A. Huxley)

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C’è Ronaldo che cammina sulle acque, estatico come i tifosi quando assistono ad un suo dribbling dalle movenze di un tanghero o ad un suo gol che sbaraglia l’avversario.

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C’è Dybala, la Joya, ritratto in una vetrina di preziosi, come la “gioia” più blasonata tra le gemme di un noto gioielliere newyorkese.

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C’è Massimiliano Allegri protagonista quasi kafkiano di una metamorfosi che lo trasforma in un ghignante Joker.

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Una comicità pungente in punta di matita quella di Benedetto Nicolini, in arte Benny, caricaturista che coniuga l’irriverenza intelligente con l’arte del sorriso e che ha all’attivo collaborazioni con “Libero”, il “Guerrin Sportivo”, “Tutto Sport”, il “Corriere dello Sport”.  e un libro “Firmamento Juve” del quale è co-autore.

Con Benny, modenese di nascita, torinese d’adozione, tifoso bianconero sin dall’infanzia,  ho fatto una chiacchierata alcuni giorni fa.

Mia mamma è sempre stata una donna sportiva e assolutamente juventina – mi racconta – ha conosciuto anche Sivori quando lavorava in un’agenzia di assicurazioni.

Il mio primo ricordo calcistico risale a Pietro Paolo Virdis che vedevo sul Guerrin Sportivo anche se la mia prima Juve è stata  quella di Platini, la Juventus della raffica di vittorie in Coppa Italia, Campionato, Coppa dei Campioni, Coppa Uefa ecc.

La mia prima volta allo stadio risale al stagione 1985/86, Juventus – Lecce partita di andata vinta per 4 – 0 con doppietta di Platini e Aldo Serena.

Ho seguito Platini durante i mondiali del 1982 così come gli Azzurri gruppo del quale facevano parte diversi calciatori juventini come Scirea, Cabrini, Tardelli, Rossi, Gentile, Causio, Zoff.

In ogni caso se dovessi scegliere un mio podio ideale  per motivi affettivi direi Platini, Zidane, Vialli“.

Hai conosciuto qualche giocatore tra i tanti,  quasi tutti a dire il vero,  che hai ritratto?

Quando lavoravo in Armando Testa avevamo come cliente Birra Moretti che utilizzò Ciro Ferrara come testimonial; preparo la caricatura che piace così tanto a Ferrara che mi chiede il permesso di utilizzarla per l’inaugurazione della sua seconda pizzeria torinese. A distanza di qualche anno, Ciro mi contatta per chiedermi di disegnare per la Fondazione Cannavaro – Ferrara che si occupa di sostenere progetti sociali a favore dei bambini e dei giovani.

Rivedrò sia Ferrara che Cannavaro il 29 maggio 2005 in occasione dei festeggiamenti per lo Scudetto; io sono sotto il pullman scoperto, loro mi intravedono e si sbracciano per salutarmi. E’ stato emozionante condividere con loro questo momento di festa“.

Chiedo a Benny quale sia stata la sua più grande delusione calcistica…

Sicuramente la finale di Coppa dei Campioni del 25 maggio 1983 tra la Juventus e l’Amburgo, vinta dai tedeschi per 1 a zero. Una delusione doppia: per la sconfitta indubbiamente ma anche perché io ero in punizione e non ho potuto seguirla…

Delusioni più recenti sono state invece la finale di Coppa Uefa del 2003 persa contro il Milan e lo scudetto del 2001 che avevamo praticamente già vinto ma che abbiamo perso per la decisione di Collina di  fare giocare  Perugia – Juventus in in un campo impraticabile…“.

Tornando alle caricature, mi incuriosisce sapere da Benny se qualcuno dei protagonisti del calcio da lui ritratti ha fatto rimostranze sulla sua “reinterpretazione”…

Luciano Moggi, ad esempio; mi telefonò ed io li per li pensai ad uno scherzo; criticò una mia caricatura che lo riguardava su un settimanale sportivo chiedendomi di fare un restyling inserendo più capelli e rimpicciolendo la testa. Alla fine è durata due giorni e si è tornati a quella originale…“.

E complimenti invece?

Da Barzagli ad esempio.

E da Marchisio  – precisa ridendo – che aveva sull’armadietto il mio poster celebrativo per il secondo scudetto di Conte realizzato per Tutto Sport. Peccato che sulla pagina Instagram di Claudio esce proprio quella foto e di conseguenza il mio lavoro prima che fosse pubblicato… 
Quest’estate ho ricevuto anche una telefonata dal capo comunicazione della Sampdoria che mi diceva che il presidente aveva apprezzato la caricatura pubblicata dal Corriere dello Sport e avrebbe gradito l’originale“.

Come vive il tifo Benny?

“In passato ero scalmanato, molto fisico, molto accalorato; negli ultimi anni sono più tranquillo, oggi ogni tanto magari mi perdo a filosofeggiare, diciamo così, sulla panchina di Allegri…“.

E magari ad avere folgorazioni ed ispirazioni acute…

 

 

 

 

Una farfalla granata, una Balilla con l’abat-jour e una gallina al guinzaglio…

Il talento proviene dall’originalità, che è un modo speciale di pensare, di vedere, di comprendere e di giudicare“.
(Guy de Maupassant)

 

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“Io faccio così non per esibizionismo, ma perché sono così; perché anelo alla libertà assoluta e questi capelli, questa barba sono uno dei segni di libertà. Può darsi che un giorno cambierò quando la mia libertà sarà un’altra”.

Parole di Luigi, detto Gigi, Meroni, indubbiamente un calciatore fuoriclasse ma anche un personaggio poliedrico, stilista, pittore, bohemien che girava con una Balilla con all’interno un abat-jour.

 

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Doveva arrivare un Granata per farmi incuriosire ed “innamorare” della sua personalità.

Da non credere per una juventina…

Faceva tante cose Gigi, soprattutto faceva l’uomo libero; libero da costrizioni anche nelle scelte amorose (conviveva con Cristiana, all’epoca separata dal marito, roba da codice penale a quei tempi), impeccabile in campo e negli allenamenti ma rigoroso nel mantenere le sue scelte individuali come quando per principio rifiutò la Nazionale per non doversi tagliare i capelli.

Atipicamente anticonformista, considerata l’epoca (siamo negli anni ’60 dell’Italia del boom economico) nella quale il moralismo era sempre in agguato, non faceva sconti a nessuno e i vezzi (come quello noto di andare a spasso con un gallina al guinzaglio) facilmente fraintesi.

Originario di Como, classe 1943, Meroni comincia a calciare un pallone in un oratorio, quello di San Bartolomeo, con la squadra Libertas.

Crescerà nel vivaio del Como Calcio sino alla chiamata, nel 1962 a diciannove anni, tra le fila del Genoa, club che in quegli anni era secondo per numero di scudetti vinti soltanto alla Vecchia Signora.

In realtà prima ancora che dal Genoa a puntare gli occhi sul giovanissimo attaccante è l’Inter ma la mamma di Gigi si oppone per quei viaggi in treno che il figlio avrebbe dovuto fare da solo e che le fanno un pò paura…

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E così per sbarcare il lunario Gigi inizia a lavorare come disegnatore di tessuti e cravatte, in realtà un lavoro che lo appassionerà a tal punto da continuare anche in seguito a realizzarsi i vestiti.

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E’ il 1964 quando dal Genoa passa al Torino, acquistato per 300 milioni di lire, una cifra record vista la sua giovanissima età; allenato da Nereo Rocco, con la maglia numero 7 Gigi diventa l’autore di 25 gol che ancora oggi sono ricordati per la loro valenza ma soprattutto diventa un portentoso assist man che permette ai compagni di squadra di segnare; in un certo senso è grazie a lui che gli passa la palla sempre al momento giusto che Nestor Combin ritrova stimoli e successi con la maglia Granata addosso.

Meroni è un campione fatto di tecnica e di istinto, amatissimo dai tifosi del Toro che non ci pensano un minuto a scendere in piazza per protestare quando all’orizzonte compare la Juventus che cerca di portare via il talentuoso attaccante con un’offerta elevatissima (750 milioni). Si dice che a far desistere l’avvocato Agnelli dal proseguire la trattativa furono anche i suoi operai in catena di montaggio alla Fiat che minacciarono di incrociare le braccia…

Gigi dunque è stato un vero e proprio emblema del Torino, scippato al pallone e alla vita da un destino brutale.

E’ il 15 ottobre 1967; il Torino ha appena sconfitto la Sampdoria per 4 – 2.  

Un’esultanza che si spegnerà nella notte.

Gigi attraversando a piedi corso Re Umberto per tornare a casa, nella sua leggendaria mansarda di piazza Vittorio, viene travolto da un auto; morirà poche ore dopo.

Ironia della sorte beffarda, ad uccidere Meroni un giovanissimo tifoso Granata,  Attilio Romero, che trent’anni dopo diventerà presidente del Club. 

Ai funerali praticamente è presente coralmente tutta la città, tutti i tifosi Granata ammutoliti da un’altra tragedia dopo quella di Superga, increduli per quell’inquietante quasi omonimia tra la loro Farfalla Granata, come Gigi veniva chiamato, e il pilota di quel volo sfortunato.

La domenica successiva, in campo contro la Juventus, il Toro implacabile, rabbioso, disperato vincerà il derby per 4 a zero (tre dei quali realizzati da Combin come aveva predetto la settimana prima lo stesso Meroni), le bandiere ammainate, la fascia destra dove di solito giocava Meroni ricoperta di fiori colorati. 

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Leggeri, mossi dal vento, a pennelare quasi il campo come la tela d’addio della Farfalla.