Una farfalla granata, una Balilla con l’abat-jour e una gallina al guinzaglio…

Il talento proviene dall’originalità, che è un modo speciale di pensare, di vedere, di comprendere e di giudicare“.
(Guy de Maupassant)

 

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“Io faccio così non per esibizionismo, ma perché sono così; perché anelo alla libertà assoluta e questi capelli, questa barba sono uno dei segni di libertà. Può darsi che un giorno cambierò quando la mia libertà sarà un’altra”.

Parole di Luigi, detto Gigi, Meroni, indubbiamente un calciatore fuoriclasse ma anche un personaggio poliedrico, stilista, pittore, bohemien che girava con una Balilla con all’interno un abat-jour.

 

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Doveva arrivare un Granata per farmi incuriosire ed “innamorare” della sua personalità.

Da non credere per una juventina…

Faceva tante cose Gigi, soprattutto faceva l’uomo libero; libero da costrizioni anche nelle scelte amorose (conviveva con Cristiana, all’epoca separata dal marito, roba da codice penale a quei tempi), impeccabile in campo e negli allenamenti ma rigoroso nel mantenere le sue scelte individuali come quando per principio rifiutò la Nazionale per non doversi tagliare i capelli.

Atipicamente anticonformista, considerata l’epoca (siamo negli anni ’60 dell’Italia del boom economico) nella quale il moralismo era sempre in agguato, non faceva sconti a nessuno e i vezzi (come quello noto di andare a spasso con un gallina al guinzaglio) facilmente fraintesi.

Originario di Como, classe 1943, Meroni comincia a calciare un pallone in un oratorio, quello di San Bartolomeo, con la squadra Libertas.

Crescerà nel vivaio del Como Calcio sino alla chiamata, nel 1962 a diciannove anni, tra le fila del Genoa, club che in quegli anni era secondo per numero di scudetti vinti soltanto alla Vecchia Signora.

In realtà prima ancora che dal Genoa a puntare gli occhi sul giovanissimo attaccante è l’Inter ma la mamma di Gigi si oppone per quei viaggi in treno che il figlio avrebbe dovuto fare da solo e che le fanno un pò paura…

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E così per sbarcare il lunario Gigi inizia a lavorare come disegnatore di tessuti e cravatte, in realtà un lavoro che lo appassionerà a tal punto da continuare anche in seguito a realizzarsi i vestiti.

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E’ il 1964 quando dal Genoa passa al Torino, acquistato per 300 milioni di lire, una cifra record vista la sua giovanissima età; allenato da Nereo Rocco, con la maglia numero 7 Gigi diventa l’autore di 25 gol che ancora oggi sono ricordati per la loro valenza ma soprattutto diventa un portentoso assist man che permette ai compagni di squadra di segnare; in un certo senso è grazie a lui che gli passa la palla sempre al momento giusto che Nestor Combin ritrova stimoli e successi con la maglia Granata addosso.

Meroni è un campione fatto di tecnica e di istinto, amatissimo dai tifosi del Toro che non ci pensano un minuto a scendere in piazza per protestare quando all’orizzonte compare la Juventus che cerca di portare via il talentuoso attaccante con un’offerta elevatissima (750 milioni). Si dice che a far desistere l’avvocato Agnelli dal proseguire la trattativa furono anche i suoi operai in catena di montaggio alla Fiat che minacciarono di incrociare le braccia…

Gigi dunque è stato un vero e proprio emblema del Torino, scippato al pallone e alla vita da un destino brutale.

E’ il 15 ottobre 1967; il Torino ha appena sconfitto la Sampdoria per 4 – 2.  

Un’esultanza che si spegnerà nella notte.

Gigi attraversando a piedi corso Re Umberto per tornare a casa, nella sua leggendaria mansarda di piazza Vittorio, viene travolto da un auto; morirà poche ore dopo.

Ironia della sorte beffarda, ad uccidere Meroni un giovanissimo tifoso Granata,  Attilio Romero, che trent’anni dopo diventerà presidente del Club. 

Ai funerali praticamente è presente coralmente tutta la città, tutti i tifosi Granata ammutoliti da un’altra tragedia dopo quella di Superga, increduli per quell’inquietante quasi omonimia tra la loro Farfalla Granata, come Gigi veniva chiamato, e il pilota di quel volo sfortunato.

La domenica successiva, in campo contro la Juventus, il Toro implacabile, rabbioso, disperato vincerà il derby per 4 a zero (tre dei quali realizzati da Combin come aveva predetto la settimana prima lo stesso Meroni), le bandiere ammainate, la fascia destra dove di solito giocava Meroni ricoperta di fiori colorati. 

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Leggeri, mossi dal vento, a pennelare quasi il campo come la tela d’addio della Farfalla.

 

Calcio femminile: buono l’avviso della prima scuola in rosa targata Juventus

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Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede tale coraggio, una sfida che non annoia mai“.
(Oriana Fallaci)

 

La libertà e la voglia di essere rivoluzionarie per le donne può partire anche da un pallone.

E’ il 1968, anno rivoluzionario per eccellenza, quando nasce ad esempio la prima squadra femminile di calcio del Genova.

Sono passati 50 anni da allora e lentamente questa “rivoluzione” ha attecchito; le donne calciatrici, anche se ancora un fanalino di coda nel nostro Paese rispetto alla media europea (le tesserate in Italia sono 11.000, in Germania un milione, in Inghilterra 80.000), hanno saputo tenere duro; si sono spinte oltre gli stereotipi, alimentando e sostenendo una passione così forte, caparbia e combattiva capace di dare un calcio ai pregiudizi e a dribblare l’idea di uno sport riservato ai maschi.

Nonostante la mancanza  di una progettualità precisa da parte della Federcalcio e della Lega Nazionale Dilettanti, e una certa latitanza dei media, la tenacia del calcio femminile è supportata sempre di più dalle società sportive che si espongono ed investono, da allenatori illuminati e da scuole calcio di assoluto livello.

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E’ il caso della Scuola Calcio Juventus femminile del Fossano Calcio, prima scuola in “rosa” in Italia targata Juventus nata lo scorso mese di luglio e della quale il nostro magazine si è occupato in passato.

Abbiamo fatto un bilancio dei primi mesi di attività con la responsabile del settore femminile Eva Callipo, ex Presidente del Cuneo calcio femminile di Serie A (acquisito la scorsa estate proprio dalla Juventus).

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“A giugno e a luglio durante gli Open Days abbiamo avuto una forte affluenza – mi spiega – non solo di ragazze che già giocavano a calcio, ad esempio le ex giocatrici del Cuneo Calcio, ma anche di giovanissime al loro primo approccio con il pallone. 
Attualmente abbiamo una cinquantina di iscritte, suddivise in tre squadre: Juniores, Esordienti Misti e Primi Calci.
Gli allenamenti hanno frequenza bisettimanale e si tengono presso lo storico stadio “Pochissimo” di Fossano dalle 18,30 alle 20. Sempre li si disputano le partite del Campionato. 

Sicuramente l’entusiasmo delle nostre ragazze va di pari passo con quello della società calcistica che ha creduto seriamente in questo progetto sin dagli albori. Del resto l’ingresso delle società nell’ambito del calcio femminile fa bene soprattutto in termini di crescita tecnica, grazie a strutture adeguate e allenatori preparati, aiuta dunque a cercare di recuperare il gap con gli altri stati europei”.

Chiedo ad Eva quali sono secondo lei le differenze più sostanziali tra una squadra di calcio femminile e una maschile: “Indubbiamente le ragazze sono molto più attente, sono disposte a sacrificarsi maggiormente, hanno una diversa attitudine anche nell’ascoltare i consigli. Devono per forza emergere per sfatare il tabù del calcio come prerogativa maschile”.

Calcio femminile e visibilità; a partire da questa stagione, Sjy ha acquisito i diritti della Serie A femminile (oltre che quelli della Coppa Italia e Supercoppa italiana del 2019/20); l’intento dichiarato dalla pay tv è quello di sostenere questa disciplina sportiva: “Si è sempre auspicato di avere una maggiore visibilità  – commenta Eva – e dunque ben vengano i diritti acquisiti da Sky, si tratta di un circuito che metterà in campo giornalisti competenti sulla materia e di sicuro non potrà che essere positivo”.

Lo staff tecnico della scuola fossanese è formato dal responsabile tecnico Gianluca Petruzzelli, dall’allenatore della squadra Juniores Enrico Morengo, dall’allenatore Esordienti Rocco Vitale, dall’allenatore Primi Calci Silvio Picco e dal preparatore dei portieri Aurelio Seoni. 43756443_10215449487224592_7042390689077788672_n.jpg

“Alleno da una decina di anni – mi dice Petruzzelli che è stato allenatore anche del Cuneo femminile in massima serie  – sia squadre di calcio maschile che femminile  e se dal punto di vista tecnico non ci sono differenze la gestione delle ragazze  richiede invece una particolare sensibilità, un particolare modo di incoraggiarle per premiare la loro perseveranza. Sono d’accordo con Eva sul discorso della visibilità necessaria per sdoganare certi pregiudizi e l’avvento dei club come Juventus, Milan e Roma sono indispensabili per lanciare il calcio femminile come negli altri Paesi”. 

La Scuola Calcio Juventus femminile del Fossano Calcio ha in serbo diverse iniziative che verranno comunicate sul sito http://www.fossanocalcio.it

 

Massimo Gramellini: “Quella volta che Maradona palleggiò con un mandarino…”

Incasso qualsiasi critica ma non quella di non sapere perdere. E’ da quando sono nato che ho un’abitudine a gestire le sconfitte come nessun altro visto che sono Granata”.

(Massimo Gramellini)

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Ho sempre pensato che l’ironia, ancora di più l’autoironia, ci salverà dal fare a pezzi noi stessi.

Massimo Gramellini, giornalista, scrittore, personaggio televisivo, è ironico ma soprattutto autoironico, pungente e divertente anche per quanto riguarda le faccende relative alla fede calcistica.

L’ho incontrato nei giorni scorsi a Nizza Monferrato, dove è stato ospite della kermesse “Attraverso Festival”.

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Forse non tutti lo ricordano nel ruolo di cronista sportivo del pallone con il quale ha iniziato la sua carriera nella carta stampata:

“Lo sport è l’unica attività che ancora oggi mima l’epica – dice – la bellezza di raccontare le gesta dei guerrieri antichi la si rivive in un certo senso narrando le imprese degli sportivi. Sicuramente  è meglio vederli da lontano, più coinvolgente dal punto di vista emotivo perché quando per lavoro, come era per me all’epoca, li vedi quotidianamente sui campi ad allenarsi e durante le partite il mito dell’eroe irraggiungibile svanisce. Ci si rende conto che sono ragazzi di vent’anni interessati a giocare più che alle emozioni dei tifosi. In quegli anni anche la mia fede Granata la vivevo con meno enfasi.

Facevo il cronica in anni nei quali i calciatori erano meno personaggi di oggi; mi ricordo di quando arrivai a Milanello nel 1986 e parlando con Paolo Maldini e Franco Baresi, due campioni del Milan, gli dissi: “Siete giovani, belli, amati dal pubblico; è incredibile che non abbiate ancora fatto pubblicità”. Mi guardarono esterrefatti: “Un calciatore che fa pubblicità? Non succederà mai”. Tutto poi come ben si sa è cambiato radicalmente…”.

Un personaggio lo era invece Maradona: “Maradona è stato tutto il male e tutto il bene che nessuno ha mai raccontato.

Eraldo  Pecci, calciatore del Napoli al quale ero particolarmente legato perché era stato un campione del Toro dello scudetto del 1976, mi ha raccontato che arrivato a Napoli, trova nel residence il televisore che non funziona. Lo racconta ai compagni di squadra durante gli allenamenti. La sera, tornato al residence, si sente dire che la chiave della sua camera l’ha presa Maradona. Pecci lo trova sotto la tv, intento ad aggiustare la spina dell’antenna.

Maradona è stato un uomo ed un campione molto amato dai compagni; era sicuramente un distruttivo ma anche un leader, un costruttore, uno che ci metteva sempre la faccia, nel bene e nel male, prendeva posizione. Per questo lo considero uno dei più grandi calciatori di sempre.

Mi ricordo quella volta che non si allenava da un mese, faceva di tutto tranne che allenarsi e ovviamente noi giornalisti non perdevamo occasione per rimarcarlo.

Si presentò in conferenza stampa, allora a differenza di oggi avvenivano per strada; io stavo mangiando un mandarino, mi chiese se ne avessi un altro da lanciargli. Per l’intera conferenza, che durò almeno tre quarti d’ora, palleggiò con il mandarino. Non è solo l’aspetto tecnico a sorprendere ma anche tenere la gamba in tensione per 45 minuti; aveva dei muscoli che se avesse condotto una vita sana probabilmente avrebbe giocato sino a 40 anni.

Maradona è un personaggio che sembra uscito da un romanzo di Garcia Marquez”.

Dallo sport alla politica il passo non sembra nè breve nè scontato: “La leggenda vuole che Igor Man mi abbia suggerito all’avvocato Agnelli e a Paolo Mieli, direttore de La Stampa, dopo aver letto un mio articolo dedicato allo Scudetto del Napoli vinto nel 1990un pezzo divertente che finiva con una cialtronata. Ero andato a seguire la partita contro la Lazio nei Quartieri Spagnoli; ad un certo punto ho visto cadere da una finestra un televisore. Siccome in quel periodo il nemico numero uno era il Milan di Berlusconi, scrissi che il televisore era sintonizzato su Canale 5, nonostante ovviamente nel volo non fosse collegato alla spina! Però era divertente l’idea, a Napoli in quei giorni c’era molto di cui divertirsi, tipo le lacrime di Berlusconi in vendita a 1000 lire ad ampolla”.

Chiedo a Gramellini come è nata la sua fede Granata: “Da bambino mi piaceva mangiare. Mio padre, sfegatato tifoso del Torino, mi ha minacciato: O tifi Toro o non mangi”.

La scelta definitiva è avvenuta quando un bimbo juventino mi ha canzonato dicendomi: “E’ morto Gigi Meroni”. Così ho associato definitivamente la Juve al male e la scelta si è compiuta automaticamente” racconta ridendo.

Sull’assetto attuale della squadra, ha idee precise: “Questa è la squadra di Mazzarri che è un allenatore bravissimo, fa giocare male la squadra ma molto peggio quella avversaria. Non ci si aspetta partite divertenti come ai tempi di Mihajlovic ma del resto il calcio non è uno spettacolo; uno spettacolo, ad esempio, si spera duri il più a lungo possibile, se si vede il Toro che al primo minuto segna si invoca che la partita finisca li. Il calcio è una guerra, conta vincere. Poi noi del Toro dobbiamo giocare bene nel senso di tirare di nuovo fuori la rabbia, la grinta: un derby si può anche perdere per 4 – 0 ma non si può uscire dal campo sottobraccio a quelli della Juventus… Per quanto riguarda i giocatori, mi dispiace che sia andato via Ljajic che era si una testa calda ma sicuramente l’unico di classe che accendeva la luce”.

 

 

 

Era l’11 luglio del 1982 e Bearzot guidava un sogno…

Solo i ricordi più veri ci trovano, come lettere indirizzate a chi siamo stati“.
(Simon Van Booy)

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E’ un’estate torrida quella del 1982.

Rovente anche dal punto di vista delle crisi internazionali con ben tre conflitti (la Guerra Fredda, l’attacco di Israele al Libano, il confilitto tra Inghilterra e Argentina per il possesso delle Falkland).

Si ha voglia di evasione, di leggerezza, di qualcosa che scaldi gli animi in maniera diversa.

Cade a fagiolo il Mondiale di Spagna con le Nazionali che si ritagliano gli spazi nella cronaca sportiva e non solo.

Tra queste la Nazionale italiana guidata da Enzo Bearzot, inizialmente trattata dagli organi di stampa con molta criticità considerati i pareggi nei match iniziali con Polonia, Perù e Camerun.

Almeno sino al 29 giugno, partita contro l’Argentina, la blasonata squadra di Maradona, che viene battuta così come a seguire il Brasile di Zico e la Polonia nella semifinale.

L’11 luglio però l’impresa è delle più grandi, è un sogno che si concretizza.

Va in scena la finale contro la Germania, a Madrid, stadio Bernabeu; Rossi, Tardelli e Altobelli sono i gladiatori che guidano il pallone dritto nella rete e i loro tre gol sono immagini indelebili nella memoria collettiva non solo del popolo italiano.

Tre gol che affossano la Germania, incredula, che non realizza neppure una rete.

I tifosi italiani presenti allo stadio sono esaltati e la memoria collettiva ci rimanda un’altra immagine, quella del presidente della Repubblica Sandro Pertini con le braccia al cielo, pronto a condividere l’esultanza comune e il suo viaggio di ritorno in aereo, con i calciatori e la Coppa.

Sono i Mondiali di Paolo Rossi, eletto capocannoniere grazie ai sei gol del torneo, di Bruno Conti che Pelè definisce “il migliore del Mondiale”, di Claudio Gentile mostruosamente in difesa.

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I Mondiali di Bearzot che portato in trionfo dalla sua squadra li bacia e sorride, meno contenuto del solito.

I Mondiali che tutti conoscono, tifosi del calcio o meno che si sia.

Persino io, insospettabilmente, ero davanti alla tv quell’11 luglio.

Con un deciso male alle orecchie perché proprio poche ore prima avevo chiesto ed ottenuto di forare i lobi per mettere i miei primi orecchini da bimba che aspira a sentirsi già grande.

Eppure, nonostante il fastidio e la polvere di penicillina sparsa anche sulle guance, ero stregata davanti al teleschermo cercando di seguire passaggi descritti con terminologie che non conoscevo, non parliamo poi dei calciatori; l’unico che mi rassicurava era Pertini, almeno era nome noto.

Però ricorderò per sempre l’urlo di Tardelli al secondo gol della partita, impetuoso, da felicità incontenibile e per questo chiassosa.

Ricorderò per sempre il carosello di macchine andato avanti per ore sotto casa, osservato dal balcone con mia mamma vagamente scomposta nell’esultanza, mio papà invece, come era suo solito in tutto nella vita, molto serio, da osservatore attento ma mai sopra le righe.

Tra un clacsonata e una sbandierata del tricolore dai finestrini delle auto, tra le urla dei fossanesi in festa, ricorderò quello che è stato il mio primo Mondiale da tifosa.

Emilio Sidoli: “Ho capito la portata di quanto successo all’Heysel 24 ore dopo…”

Andare a caccia di ricordi non è un bell’affare. Quelli belli non li puoi catturare e quelli brutti non li puoi uccidere“.
(Giorgio Faletti)

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Nei giorni scorsi, scrivendo uno speciale per golditacco.it sulla tragedia senza giustificazione dell’Heysel con il suo carico di 39 morti, ho pensato di intervistare anche un mio amico, presente quel maledetto 29 maggio 1985 allo stadio belga, per farmi raccontare la sua esperienza.

Parlando con lui ho avuto la percezione di quanto i ricordi siano come delle istantanee.

Ci fissiamo su particolari impressi nella nostra mente, sempre uguali, sempre loro, sempre tremendamente vividi.

La prima istantanea, in questo caso, ritrae uno striscione steso a terra, intorno un gruppo di ragazzi con le sciarpe bianconere intenti a farne uno sfottò da srotolare.

Dietro di loro, si intravede un pullman pronto a partire con il suo carico di euforia e di cori, destinazione Bruxelles, obiettivo tifare la propria squadra del cuore per sostenerla nell’impresa di vincere la prima Coppa dei Campioni.

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In realtà non avevo previsto di andare a Bruxelles – mi racconta Emilio, ventenne all’epoca dei fatti – è stata una decisione presa all’ultimo visto che un amico mi ha offerto un biglietto in più.

Siamo partiti da Cuneo la sera prima della partita e come avviene per le trasferte è stato un viaggio lungo ma sicuramente spensierato.

A Bruxelles abbiamo trovato una giornata di sole e di caldo, una cornice ideale ad una giornata che pensavamo entusiasmante.

Invece dopo pochi passi nella piazza centrale di Bruxelles abbiamo avuto il primo impatto non piacevole con i tifosi inglesi.

Ci siamo visti arrivare una macchia rossa di persone che hanno iniziato a tirarci addosso bottiglie  e ad inveirci contro.

Non eravamo di certo preparati ad una cosa del genere e ci siamo allontanati velocemente”.

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Ricordo che allo stadio Heysel non ci hanno controllato neppure i biglietti, era tutto molto vago e confuso, e ricordo la sensazione di disagio che mi ha dato lo stadio: struttura fatiscente, sovraffollamento, i settori divisi da reti verdi tipo quelle da pollaio per intenderci. 

Uno stadio assolutamente inadatto come del resto era già stato fatto notare in precedenza dalla Uefa.

Tutti fattori che le autorità belghe hanno clamorosamente sottovalutato”.

Poche le forze dell’Ordine presenti quel 29 maggio 1985 all’Heysel nonostante le avvisaglie del pomeriggio: “La polizia era poca ed era terrorizzata ancora prima della partita, incapace di reagire persino alle provocazioni degli hooligans.  

Non intervenivano assolutamente.

Io ero nel settore del tifo organizzato, ossia il settore N, proprio di fronte al settore Z, debordante di tifosi inglesi separati da quelli italiani come ben sappiamo da un divisorio ridicolo”.

Torniamo alle istantanee.

La seconda ritrae un razzo luminoso e la scia di terrore che genera nel settore Z, dove irrompe.

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Intorno gente spaventata che cerca di scappare, la macchia rossa degli Hooligans che preme.

Quel razzo lanciato verso il settore Z me lo ricordo come fosse ieri.

E’ stato il punto di partenza del caos, l’innesco della tragedia.

Ho visto la curva aprirsi anche se dal nostro settore non si percepiva del tutto la gravità della situazione; si percepivano inizialmente i tafferugli, la confusione generale.

La gente veniva schiacciata perché la polizia spingeva per non farli entrare in campo; polizia che era in balia degli eventi esattamente come i tifosi, anche la polizia a cavallo non prese iniziative.

Dal nostro settore intanto era iniziata l’invasione di campo e verso di noi correvano persone terrorizzate che urlavano, parlando di morti, tanti erano scalzi, sanguinanti.

Non capivamo bene a cosa si riferissero, ci sembrava impossibile; una situazione di confusione totale, inverosimile, che è durata tantissimo, così come il senso di irrealtà di quello che stava accadendo.

Ovviamente non era pensabile iniziare una partita in condizioni simili.

Almeno sino a quando in campo sono scesi gli stessi giocatori delle due sqaudre, per noi ricordo il capitano Gaetano Scirea, che hanno invitato i tifosi a tornare ai propri posti perchè la partita si doveva giocare per ragioni di ordine pubblico.

Ricordo che mentre gli Ultras juventini continuavano a rimanere in campo perchè, forse più consapevoli di altri di quello che stava accadendo, non volevano si giocasse la partita mentre la parte meno calda della tifoseria era di diverso avviso.

Ovviamente a quei tempi non c’erano i cellulari, non c’era Internet e non era possibile contattare nessuno e avere notizie in tempo reale.

Abbiamo vissuto la partita con una strana inquietudine.

Quando siamo usciti fuori dallo stadio, ancora una volta  mescolati senza controllo e protezione alcuna ai tifosi inglesi, siamo immediatamente ripartiti; ho chiamato casa per rassicurare la mia famiglia e mi ricordo le lacrime di mia mamma.

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Ma la consapevolezza di quello che era realmente accaduto all’Heysel l’ho avuta soltanto a Bardonecchia; ho comprato l’edizione serale de La Stampa e il titolo inequivocabile mi ha raggelato: 39 morti. 

Ho impiegato quasi 24 ore ad avere il senso della tragedia, prima erano solo chiacchiere”.

L’istantanea, la terza, ritrae altre strisce di tessuto stese a terra, quelle dei lenzuoli, a coprire chi è morto soffocato per colpa della furia di qualcuno, chi è morto sotto un muro che sembrava di carta crollato inevitabilmente.

Tre mesi dopo l’Heysel sono andato a Liverpool per una partita, era stata organizzata una cerimonia per ricordare, per raccontare la tragedia. 

Ma a metà partita sono venuto via, non mi sentivo al sicuro, non eravamo al sicuro visto il clima.

Quello che è successo a Bruxelles, è ormai assodato, è stata una rivalsa nei confronti non tanto dei tifosi della Juventus ma dei tifosi italiani in generale per quello che era successo un anno prima a Roma, in occasione della partita Roma – Liverpool, con gli inglesi aggrediti che avevano giurato vendetta”.

La vita e le sue istantanee, alcune delle quali si vorrebbe fossero solo il frutto di un brutto sogno dal quale non si vede l’ora di svegliarsi…

 

 

 

Francesco Morini, quando il calcio si impara (anche) guardando

Anche stando in panchina o ai bordi del campo c’è tutto da imparare; se hai occhio critico impari anche se fai la riserva. Nella mia vita ho sempre cercato di imparare guardando per fare tesoro delle prestazioni di chi era più bravo di me. Ho sempre cercato di superare i limiti che sapevo di avere, di essere sempre all’altezza, per rispetto anche dei tifosi”.

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Trovo questa affermazione assolutamente cristallina.

Testimonia l’umiltà, la caparbietà e la forza di volontà di Francesco Morini, glorioso difensore della Juventus degli anni ’70 che ho avuto il piacere di incontrare ed intervistare invitata dall’Associazione Sportiva della Deltratre, azienda leader nelle digital solution per grandi eventi sportivi (dalla Champions ai Mondiali di Calcio sino al Superbowl ecc.).

Di lui, nei giorni precedenti, ho letto soprattutto di leggendari “duelli” in campo con Gigi Riva (che non è mai riuscito a segnare contro Morini), iniziati nel 1969 all’Amsicora di Cagliari e proseguiti per anni, tra rispetto ed ammirazione reciproca che non bada di certo ai diversi colori di appartenenza.

Ho letto di quel nomignolo, Morgan, che un giornalista gli ha affibiato per la sua caratteristica di giocare “depredando” l’avversario come il pirata dell’omonimo film, sicuramente però meno irrispettoso del bandito dei mari visto che raramente commetteva fallo.

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“Sono figlio di contadini della provincia pisana – ci racconta durante la nostra chiaccherata – e il mio primo campo da calcio è stata la parrocchia.

A questi tempi non c’erano le partite da seguire in tv, non avevo una squadra o un campione del cuore, non esistevano le scuole calcio; avevo soltanto un pallone da calciare. Un istinto da seguire. Una passione da coltivare”.

Arriva alla Sampdoria nel 1964, ventenne, inizialmente come Ala e si mette in luce con diverse azioni di livello; ma la sua consacrazione con il ruolo di Stopper avverrà con la Juventus, squadra nella quale ha militato come calciatore dal 1969 al 1980 e in seguito come direttore sportivo sino al 1994.

Nonostante le sue 372 presenze, la conquista di cinque Scudetti, una Coppa Italia, una Coppa Uefa, Morini non ha mai segnato un gol (se non in un’amichevole in Inghilterra): “E’ sicuramene un record anche questo – ci dice divertito – i miei stessi compagni mi arrestavano al momento giusto portandomi via la palla per evitare che perdessi questo primato! Scherzi a parte, penso che il mio gol lo facevo quando impedivo all’uomo che marcavo di segnare, di andare in vantaggio su di noi”.

Mentre annoto questo passaggio, penso inevitabilmente ad un altro aspetto della personalità di Morini: la positività sempre e comunque e un piacevolissimo senso dell’ironia.

Come quando ci racconta con enfasi della multa da 100.000 lire se al termine di una partita si regalava ad un tifoso la maglia (“Non ci davano mai maglie, da tenere un anno come una reliquia”) o di quando, a Belgrado nel 1973 durante la finale di Coppa Uefa persa dalla Juventus contro l’Ajax, pressati ed incalzati dagli avversari, lui disse ai compagni: “Contiamoli, mi sa che sono in sedici!”.

A proposito di avversari, Morini cita tra i più ostici per lui sicuramente Graziani, Boninsegna e Giordano: “Con lui ricordo una partita disputata a Roma contro la Lazio, Giordano riesce a stoppare la mia palla e a fare gol. In ogni caso marcare l’avversario è fondamentale per evitare di andare in svantaggio con la conseguenza che per recuperare si deve amministrare un sacco di campo e di fatica in più. La mia forza era l’anticipo che è terribile per l’avversario. Come dicevo: “Munizione che non arriva, cannone che non spara”. Ho sempre avuto i piedi di gesso, per così dire, ma ero sveglio a recuperare. In generale ai miei tempi, rispetto ad oggi, andavamo tutti come razzi”.

Nel suo viaggio della memoria condiviso con noi, un posto d’onore lo occupa il ricordo dell’Avvocato: “Un vero e proprio innamorato del calcio, cultore in particolare di Sivori e di Platini, quest’ultimo che esaltava non solo come campione sportivo ma soprattutto come uomo di carattere ed intelligenza nel quale rivedeva anche la sua eleganza”.

Quando chiedo a Francesco quale è il ricordo più bello della sua carriera agonistica mi risponde: “La cosa più bella è stato l’esordio in Serie A ma in realtà la cosa più bella sono state tutte le partite che ho giocato e il miglioramento che rincorrevo e vedevo in ognuna di esse; ho sempre avuto il massimo rispetto per il calcio e per le persone che mi hanno permesso di concretizzare il mio sogno, ho fatto vita sana e sono stato costante per continuare a giocare il più a lungo possibile”.

Perchè per Francesco non è mai esistita la noia del pallone.

Solo un’incontenibile ed inarrestabile letizia.

Jimmy Ghione: “A Striscia sono arrivato anche grazie al pallone…”

“Il mondo è fatto di cancelli da aprire, di opportunità da co­gliere, di chitarre da suonare”.
(Ralph Waldo Emerson)

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E, aggiungerei io, di palloni da calciare che spesso vanno a rete.

In un certo senso, è stato il pallone a farlo diventare uno degli inviati di punta dello storico e famoso tg di satira e denuncia “Striscia la Notizia”, del quale è tra i volti simbolo dal 1998.

Lui è Gianluigi Ghione, meglio noto come Jimmy, un passato da attore di fotoromanzi e film e un presente da tifoso del Torino e appassionato di calcio: “Faccio parte della Nazionale Calcio Tv – mi spiega durante la nostra chiaccherata – e proprio in questo ambito ho conosciuto Lorenzo Beccati, storico autore del programma insieme ad Antonio Ricci, che mi ha proposto di diventarne inviato”.

Torinese di nascita, Jimmy ha eletto il Granata come squadra del cuore sin da bambino: “E’ stata una sorta di illuminazione e comunque una mia scelta individuale visto che nella mia famiglia non si seguiva il calcio, per cui non si tratta di un tifo tramandato di padre in figlio… Tra l’altro ho anche giocato per un certo periodo nelle Giovanili del Toro”. 

Tra i suoi ricordi più emozionanti sicuramente i Derby del passato: “E soprattutto la vittoria dello Scudetto nel 1976, il suo settimo Scudetto ed il primo dopo la tragedia di Superga, con due punti di vantaggio sulla Juventus sconfitta per 1 a zero…

A quei tempi si andava allo stadio con uno spirito diverso, forse dovuto al fatto che non c’erano le dirette tv e la spettacolarizzazione di oggi, era più una festa corale, con gli stadi pieni di famiglie, un evento da condividere come avviene ad esempio in Inghilterra.

Vivendo a Roma raramente riesco a seguire le partite del Torino allo stadio ma ogni tanto vado a vedere altre partite per tenere allenato il mio amore per il pallone”.

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E a proposito di allenamento, Jimmy tiene alto il numero 10 che rappresenta nella Nazionale sopracitata e il suo ruolo di regista e centrocampista: “Abbiamo giocato moltissime partite per beneficienza e le emozioni in campo sono sempre palpabili. Ma soprattutto la cosa bella di questa squadra, al di là degli intenti benefici, è permetterci di rinsaldare amicizie che durano da tempo ma che le necessità legate al lavoro non permettono sempre di coltivare come si vorrebbe”.

Se chiediamo a Jimmy chi è il suo campione del cuore, non ha dubbi nel risponderci: “Maradona, un mito per la sua personalità in campo. Ma ancora di più dopo aver visto la prodezza del famoso gol di Cristiano Ronaldo contro la Juventus a Torino direi che al secondo posto piazzo il campione portoghese…”.

Ecco ritornare il concetto del pallone che gonfia la rete…