Paolo Manzo: i numeri di una lunga storia d’amore…

Tutto è numero. Il numero è in tutto. Il numero è nell’individuo. L’ebbrezza è un numero“.
(Charles Baudelaire)

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Ho scelto non a caso l’aforisma del mio adorato Baudelaire per aprire la storia che vi racconterò stasera.

L’ebbrezza è un numero.

Più che un numero, una raffica di numeri: 5 a 0; 4 a 0; 4 a 2.

Così, tanto per citare i più significativi.

Numeri vivi e palpitanti fissati indelebilmente nella memoria di un “Milanista sino alla morte” come ama definirsi Paolo Manzo, corrispondente per L’Estero di fama internazionale che vive in Brasile e che vanta collaborazioni all’attivo con molte testate  tra le quali La Stampa, Panorama, Il Giornale, Vanity Fair.

L’ho incontrato nei giorni scorsi a Santo Stefano Belbo (suo paese natale) e, davanti ad un caffè al Bar Roma,  ho sottoposto anche a lui il mio quesito principale: perché e come si diventa tifoso? 

Mio papà è da sempre tifoso del Milan – mi racconta Paolo – e quando ero bambino la domenica seguiva le partite con la sua radiolina; forse il mio era un destino segnato. Ma la vera svolta, l’illuminazione, è avvenuta il 6 maggio 1979: con papà e con un paio di amici, ossia il capostazione locale Benito e il figlio di lui Gabriele, siamo andati a San Siro a vedere la finale di Campionato tra il Milan e il Bologna, partita con il leggendario Gianni Rivera e match decisivo che ha permesso alla mia squadra di aggiudicarsi il 10° Scudetto”.

Ma valla a spiegare questa felicità di piccolo tifoso ai compagni di classe: “Su 25, 24 erano juventini e non sempre il confronto era pacifico… Dal punto di vista calcistico, le cose migliorarono notevolmente ai tempi dell’Università quando a Milano  un comune amico mi presentò Stefano Nava, difensore del Milan; ricordo con piacere quel periodo nel quale, tra l’altro, avevo anche intervistato Gullit. Un contatto diretto con i giocatori che se possibile aumentò ancora di più la mia passione per il calcio”.

Una passione alimentata da nomi illustri (tra tutti Marco Van Basten, “il più grande giocatore secondo me“) e da tante partite indimenticabili: la semifinale di Coppa dei Campioni dell’aprile 1989 contro il Real Madrid vinta per 5 a 0; la successiva Finale di Coppa dei Campioni contro la Steaua Bucarest vinta per 4 a 0;  la Uefa Champions League del 1994 vinta contro il Barcellona per 4 a 0;

L’ultima grande gioia nel 2007 – mi dice Paolo – con la finale di Coppa Intercontinentale vinta a Tokyo contro il Boca Juniors per 4 a 2 con menzione del terzo, strepitoso gol di Kakà“.

Ovviamente, come in tutte le storie d’amore, non sono mancati i momenti difficili: “La mia prima delusione agli inizi degli anni ’80 quando in seguito all’inchiesta sul calcio-scommesse il Milan fu retrocesso in serie B. Faceva un certo effetto, negativo s’intende, vedere la propria squadra giocare contro squadre minori come il Cavese…“.

Prima di salutarci, chiedo a Paolo un consiglio per chi, come me, vive una neonata affezione al mondo del pallone: “Frequentare i tifosi, i clubs è un ottimo modo per capire le dinamiche psicologiche; poi lo stadio; in America latina, dove tra l’altro ho seguito per lavoro i Mondiali in Brasile del 2014, il calcio è ancora più rumoroso che in Italia, ci sono botti come a Napoli al tempo di Maradona, è un modo per fare festa. Allo stadio si va per fare festa“.

Non si può che sottoscrivere.

 

 

 

 

 

 

 

 

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