Un pasticcere nel… pallone

 

La felicità non si racconta. E’ come una torta di mele che si mangia fino all’ultima briciola rimasta sul tavolo…
(Franz-Olivier Giesbert)

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C’è stato un tempo, quando la radio trasmetteva “Sapore di sale”, “Abbronzatissima” e “I Vatussi” , nel quale una giovane promessa del calcio nazionale prendeva il treno al rintocco del mezzogiorno, dopo la mattinata di lavoro nel forno di famiglia, per andare ad allenarsi su un campo da calcio.

I miei genitori avevano una panetteria a Santo Stefano Belbo – mi spiega Sergio Cocito, classe 1944, ex terzino dell’Alessandria (quando la squadra militava in Serie B) – e per loro il calcio rappresentava un mio semplice passatempo, un hobby. Per cui mi era concesso di dedicarmici solo al pomeriggio: pranzo veloce, poi in treno sino ad Alessandria e da li a piedi sino allo stadio Moccagatta“.

Sergio, cresciuto, è proprio il caso di dirlo, a pane, Juventus (la squadra che tifa da sempre e che chiama affettuosamente “La Mamma”) e pallone,  si è fatto le ossa (anzi, i piedi) nelle Giovanili della Santostefanese sul finire degli anni ’50.

Sino a quando un allenatore delle Giovanili del Canelli mi ha notato durante una partita e mi ha proposto di entrare in squadra. Proprio di Canelli era Remo Marmo, giocatore dell’Alessandria in Serie A, che mi vide giocare e mi fece fare un provino con la sua squadra nel luglio del 1961. La mia prima partita è stata quella contro lo Spinetta, al termine della quale i dirigenti dell’Alessandria mi misero sotto contratto. Il mio primo ritiro l’anno successivo a Lanzo Torinese, il più giovane della squadra, avevo poco più di 18 anni”.

Poi uno dei ricordi più belli ed emozionanti: la prima partita da titolare contro il Torino in Coppa Italia: “Anche se non abbiamo vinto abbiamo giocato così bene da meritarci un bonus di 50.000 lire ciascuno…“.

Sono anni nei quali Sergio (nella squadra che tra l’altro ha sancito la nascita calcistica di Gianni Rivera) perfeziona sempre di più la sua tecnica, si confronta con squadre come il Milan, riceve approvazioni da giocatori avversari ma coltiva al tempo stesso un’altra passione: “Ogni volta che con l’Alessandria eravamo in trasferta non perdevo occasione per fare un salto in qualche pasticceria. Ho sempre avuto il pallino dell’Arte Bianca, pur essendo un autodidatta“.

E così, quando nel 1968 Sergio mette su famiglia, di fronte ad un possibile passaggio ad una squadra del Sud Italia, sceglie di rimanere in Piemonte, trasferendosi dall’Alessandria all’Albese (e ricorda con commozione un’Amichevole con la Juventus nel 1971, conservata in uno scatto).

Mi allenavo ad Alba tre volte a settimana e all’epoca un dirigente della squadra mi fece conoscere un pasticciere locale con il quale imparai le basi della pasticceria“. E con l’avvento del registratore di cassa e il conseguente pensionamento dei genitori, Sergio trasforma la storica panetteria in pasticceria, senza troppi rimpianti per il tempo da sottrarre agli allenamenti: “Ho vissuto in ambienti bellissimi, ho provato emozioni forti in campo e sono riuscito a concretizzare anche il mio secondo sogno, quello del dopo professionismo“.

Tra torte di Nocciole, Brutti e Buoni e gelato artigianale da antica ricetta, la pasticceria ha un futuro profumato di essenza di vaniglia e di successo, e negli anni è stata la meta di tanti golosi locali (compresa io, golosa irriducibile…).

E il rapporto con il tifo?

Ai miei tempi avevamo tifosi  molto tranquilli, che ci avvicinavano senza troppa esaltazione. Oggi le cose sono ben diverse, il calcio è diventato sempre più una faccenda di interessi economici, di compensi smisurati. Anche il tifo è cambiato, è molto più irruente , almeno molto spesso. I calciatori sono visti come degli dei e tutto viene di conseguenza…“.

Idoli, seppur vissuti in maniera diversa, come lo era, per Sergio, Gaetano Scirea, leggendario giocatore della Juventus descritto dalla letteratura specializzata come un uomo gentile e leale.

Un pò come il nostro pasticcere.

 

 

 

 

 

 

 

 

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