ALBERTO SCOTTA: LA JUVENTUS COME ASSOLUTO.

Bisogna rispondere all’assoluto o con niente o con tutto. Non ci sono mezzi termini

(Hélène Ouvrard)

 

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C’è assoluto e assoluto, indubbiamente.

Il calcio, forse, non lo è ma lo suggerisce.

Almeno è quello che ho pensato parlando con Alberto Scotta, mio ex compagno di scuola e mentore calcistico, noto agli appassionati di Football Manager (l’accuratissimo video gioco manageriale sul calcio del quale è Capo Ricerca per l’Italia) con il nick Panoz.

Non credo di aver mai conosciuto qualcuno divorato così tanto da una passione, ammaliato, stregato dal calcio quasi fosse il canto di una sirena (perdonatemi l’aggancio all’Odissea…).

Una sirena bianconera: “La mia prima memoria calcistica – mi spiega – è una Polaroid nell’album di famiglia. Avrò avuto cinque anni ed esibivo con orgoglio la maglia della Juventus e una coppa in mano; un’immagine che fissa come sin da piccolo ho unito l’amore per la mia squadra a quello per il successo; e negli anni il mio tifo, come la mia vita, è diventato sempre più orientato alla competitività“.

A quella stessa età,  siamo nel 1977, Alberto assiste alla sua prima partita allo stadio con il papà Virgilio (altro Juventino doc): Juve-Cesena al vecchio Comunale, inaugurando 41 anni filati di abbonamenti: “E’ stato l’anno del Campionato vinto con un punto sul Toro e ricordo i festeggiamenti nei locali dello Juventus Club di Fossano, con le pareti rigorosamente a strisce bianconere”.   

Sono molti i ricordi esaltanti della storia d’amore tra La Signora e Alberto; tra questi una partita derby del 1988 per l’accesso alla Coppa Uefa: “Rischiavamo di non andare nelle Coppe europee. La Juve in quell’occasione fu terrificante, finì 0 a 0. Ma ai rigori, dopo un 2 a 2,  Cabrini segnò, Benedetti mandò fuori e Rush spiazzò Lorieri regalando la qualificazione alla Juventus. Conservo ancora come un feticcio la sciarpa che indossavo“.

“Ma il giorno più bello della mia vita risale a tempi più recenti…”.

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Anno 2013, finale allo Juventus Stadium del Torneo aziendale della Deltratre (la società torinese per la quale lavora), Alberto nel ruolo di Capitano, la famiglia ad assistere: “Prima pareggio, poi a trenta secondi dalla fine al limite dell’area  faccio un cross e la palla continua il suo percorso sino ad entrare in rete“. Una doppietta indimenticabile: “Mi rivedo andare verso la mia curva, vuota, alzare la coppa e lanciare la maglietta. Ma soprattutto penso con emozione che la mia vittoria sia dovuta ad un’intercessione speciale dall’alto: quella di mia mamma, tifosa a suo modo anche lei, che ha sempre saputo quanto tenessi al calcio e mi ha sempre sostenuto“.

Anche le emozioni sono Capitani nella partita che è la nostra vita.

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Tra tante suggestioni sentimentali, mai un tentennamento, un ripensamento? Così per dire: “Cara Juventus, è stato bello ma adesso accomodati alla porta“?

Indubbiamente il momento più forte della mia vita da tifoso è legato al periodo nero di Calciopoli: la mia squadra allo sbando, che non combatteva più, con l’onta della serie B.

E allora in una notte d’estate decido con un amico di mettere su un comitato a difesa della Juventus, del quale divento Presidente. Pur con la delusione del Ricorso al Tar che all’ultimo il Consiglio di Amministrazione della Juventus decise di non attuare, e il pensiero che sarebbe stata necessaria una linea diversa o un vero atto di forza, quell’esperienza mi ha insegnato molto a livello personale; prima ero giustizialista, poi ho abbracciato il garantismo; nella vita ho sostituito il giudizio affrettato sulle persone e sulle situazioni con la voglia di capire meglio le dinamiche che muovono le prime e che sostengono le seconde”.

Cosa significa per Alberto essere tifoso?

Lo capisco quando mi racconta del week-end del maggio scorso a Bologna: “Significa essere sempre connesso ad un’emozione: come quella  di andare da solo a seguire l’ultima giornata di un campionato già vinto, che ai più potrebbe sembrare incomprensibile ed inutile. Girare per un’ora senza riuscire a trovare un parcheggio, giusto il tempo di indossare la maglia del Pipita e correre per tre km, tra chi ti grida malamente Gobbo pensando che questo ti ferisca e non sa invece di quanto orgoglio ti rivesta.

Tifare “sino alla fine” perché seguire la propria squadra in trasferta è speciale, significa accompagnare, difendere e sostenere qualcosa che fa parte di te…

Il tifo è urlare come un ossesso quando il più giovane e sconosciuto giocatore della rosa segna nell’ultimo minuto, dell’ultima azione, dell’ultima giornata“.

E se le cose non vanno proprio come si spera?

Il tempo di una notte e si sbollisce“.

E la  Juventus ritorna ad essere quella che è, una sirena incantatrice.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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