LA CONSAPEVOLEZZA DI ESSERE TIFOSA: OVVERO DI IERI ALL’ALLIANZ STADIUM

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(Grazie a Francesco Di Leonforte per la gentile concessione delle due immagini sovrastanti)

E’ ciò che pensiamo di conoscere già che ci impedisce sovente di conoscere“.
(Claude Bernard)

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Come in un film.

Così mi sono sentita ieri varcando le porte dell’Allianz Stadium per assistere alla prima partita dal vivo della mia vita.

Un film del quale ho scritto mentalmente la trama, ma alla fine gli sceneggiatori hanno fatto il loro lavoro di revisione e la regia magistralmente ha chiuso il cerchio.

Immaginare qualcosa che non si è mai vissuto richiede competenze di base sulla questione; nel mio caso ho creduto erroneamente che un pò di letteratura sull’argomento e le partite viste in tv facessero di me non un’esperta ma almeno una conoscitrice.

Per carità.

Sono sempre dell’idea, forse l’ho già detto,  che il miglior giudizio è non avere giudizi, ancor peggio pregiudizi.

Eppure sono sempre in agguato.

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Il primo mi è venuto incontro dopo che, ancora in estasi dall’essermi trovata faccia a cemento con l’esterno dello stadio, mi sono resa conto che internamente non è così ciclopico come credevo, e di conseguenza è caduto quel pregiudizio secondo il quale, vedendo i calciatori microscopici, le partite si vedono meglio in televisione.

Macché.

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Giudizi a parte,  soprattutto non avevo assolutamente chiaro, almeno sino a quando non mi sono ritrovata in piedi a tifare sugli spalti della curva sud, con i sandali a mollo dopo aver rovesciato un bicchierone d’acqua per la foga, il coinvolgimento che fa di chiunque un tutt’uno con gli altri.

Poco importa se questi altri sono più giovani o più anziani di te; se li conosci personalmente oppure no; se sono uomini, donne, ragazzi, ragazze, bambini.

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Se arrivano allo stadio con la maglietta ufficiale o con quella ufficiosa, personalizzata e riciclata in modo saggio e divertente, o se indossano a nome di un amore eterno la maglia di qualche leggenda juventina come Del Piero.

Se ingannano il tempo addentando paninoni ripieni che io, intollerante allo lievito, mi sogno ed invidio, se fanno pronostici in modo colorito, se chiamano gli amici per sbeffeggiarli un pò dicendo orgogliosi: “Sono qui”.

Ed io penso, con loro: “Faccio parte della ciurma che sostiene la squadra”.

“Sono io stessa la squadra” (un filino esaltata…)

Noi tifosi SIAMO.

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Siamo gli irriducibili della sigaretta, fumata nervosamente prima per ingannare l’attesa, durante per arginare la tensione, dopo per festeggiare o per stemperare la delusione (che per fortuna con un trionfale 3 a 0 contro il Cagliari ieri non c’è stata… evviva!).

Siamo i “motivatori” muscolosi a petto nudo che in teoria aiutano a non perdere la concentrazione sul tifo (in teoria…); siamo i tifosi in manica di camicia, rigorosi, che sembrano quasi imperturbabili ma basta un gol mancato o un fallo subito e via, si ringalluzziscono anche loro; siamo di volta in volta arbitri, attaccanti, difensori, portieri, allenatori, almeno a parole ed intenzioni; siamo chi sventola bandiere, chi usa le sciarpe come striscioni, chi salta e chi si commuove, chi si arrabbia e chi gioisce.

Siamo pronti a ringalluzzirci senza remore e senza timidezza.

Anche io, ovviamente.

Nel momento in cui è partito l’inno ufficiale della Juventus, incurante di stonare, avere un pessimo accento e sentirmi con la verve canora di Topo Gigio in “Cosa mi dici mai” ci ho dato dentro con le corde vocali.

Ma il meglio di me, tifosamente parlando, è venuto fuori quando la squadra ha segnato i tre gol: è in quei tre momenti che ho capito sino in fondo che l’esultanza sarà si contagiosa ma deve venire da dentro, principalmente.

E la ola ai tre goleador l’avrei fatta anche se fossi stata la SOLA spettatrice, anzi TIFOSA, dello stadio.

Esattamente come il salto con perfetta ricaduta sui tacchi (li ho messi anche allo stadio, lo so, sono incorreggibile…) che ho eseguito a fine partita, insieme alla mia squadra.

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