IL CALCIO A CINQUE DI ROBERTO MINGO E DELLA ASD MONTECAROTTO

Questi sono i calciatori: uomini che giocano con la testa, ma soprattutto con il cuore“.
(Ferenc Puskas)

 

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E’ così la vita.

Quando inizi con orgoglio e soprattutto con una certa consapevolezza a disquisire con gli esperti sul 4-2-4 e a sentirti meno impedita di fronte ad un commento tecnico tanto da controbattere ed essere credibile, ecco che l’apprendista del pallone che è in te torna prepotentemente alla ribalta.

Negli anni passati ho sentito parlare di “calcetto” svariate volte.

Disinteressata all’argomento come ben sapete, dunque senza curiosità alcuna ad approfondire la questione, ho liquidato la faccenda pensando si intendesse il giocare a calcio con gli amici, in qualche campetto improvvisato di paese, senza arte né regole se non l’intento di divertirsi e socializzare.

Sbagliato.

Di calcetto o di Calcio a 5 esistono squadre professioniste. Campionati seri. Regole precise.

Tra le quali, ad esempio, il campo di gioco con misure più ridotte, porta compresa.

Così ho iniziato a documentarmi e nella mia ricerca sul tema mi sono imbattuta nella ASD Montecarotto, squadra marchigiana nata da poco, e nel loro portiere Roberto Mingo.

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Al quale ho chiesto come, dal calcio tradizionale, è arrivato al calcio a cinque.

Ho iniziato a giocare all’età di otto anni – mi spiega – proprio nell’anno in cui spariva la Società Sportiva Montecarotto; di conseguenza tutti i miei coetanei ed io siamo dovuti emigrare a Serra de’ Conti, paese che non ci piaceva per  motivi campanilistici ma che riconosco essere stato sempre più all’avanguardia in fatto di idee e infrastrutture. 

Il mio sogno era quello di giocare centrocampista centrale, piede educato, bel calcio e buone geometrie; ma essendo l’unico mancino in squadra ho iniziato come ala sinistra, poi terzino sempre a sinistra ed infine difensore centrale, in un’epoca in cui esistevano ancora stopper e libero.

La mia retrocessione dalla zona offensiva del campo a quella difensiva è stata dettata dalla mia poca velocità; sono sempre stato corpulento. 

Poi durante un torneo estivo sono andato in porta per un problema fisico ed ho scoperto che non mi dispiaceva affatto, anzi, vedere le facce degli avversari quando paravo tiri complessi. 

Ma siccome per me i sette metri e rotti della porta di calcio tradizionale erano troppi, ho pensato di trasmigrare nel calcio a cinque, dove la porta è molto più piccola.

Nel mio curriculum tutta o quasi la Vallesina, Robur Mergo, Serra San Quirico con la Serrana,  cinque bellissimi anni a Moie con la Virtus che ha rappresentato l’apice della mia carriera calcistica e infine gli ultimi due anni Jesi con la Giovane Aurora con la quale ho vissuto la gioia di una promozione in C2“.

Roberto mi racconta i suoi momenti più emozionanti legati al calcio di quegli anni: “Dopo l’anno a Genga ero senza squadra e un giorno, proprio quando avevo deciso di provare il salto nel buio del rugby, altra mia passione, incontro per caso in un ristorante Paolo Fabbri, direigente della Virtus Moie, che mi dice che stanno ricostruendo la rosa della squadra e mi offre una maglia da titolare. 

Come non ricordare poi i due gol che ho realizzato dalla mia porta, il primo contro il Casine ed il secondo alla Spes Arcobaleno del mio amico Emanuele Chiarizia che oggi è un mio compagno di squadra…“.

Già, la squadra, o meglio un vero e proprio “Progetto Montecarotto”.

La ASD Montecarotto è nata lo scorso maggio: “Con mio fratello e altri due amici abbiamo fondato la Società; si sono poi aggiunti altri amici, tutti Montecarottesi, secondo il nostro intento iniziale di avere una squadra formata solo da concittadini. Poi alcuni si sono tirati indietro perché già tesserati con altre squadre per cui abbiamo dovuto, per così dire, allargare i confini. E se questo da un lato ha inficiato l’idea originale, dall’altro ha fatto si che questa squadra sia già piuttosto competitiva, nonostante nata da poco.

Fare parte della Montecarotto è un sogno che si realizza.  

Quando sei piccolo i primi miti calcistici che riconosci e che ti sono familiari sono proprio i ragazzi che giocano nella squadra del tuo paese, quella squadra che andavo a vedere con mio papà in  stadi di provincia quanto pittoreschi. 

La mia ambizione più grande, anzi la nostra, è quella di vincere si ma soprattutto diportare di nuovo la gente del paese al palazzetto per sostenere i suoi ragazzi“.

Roberto è un fervente sostenitore anche di un’altra squadra, la Juventus.

Gli chiedo come è diventato un Gobbo.

La passione mi è stata tramandata da mio papà, juventino doc. 

Che in realtà è andato allo stadio a vedere la sua Juve solo qualche anno fa, portato da mio fratello e da me, e forse proprio per questo amore consumato solo a distanza ha maturato una passione immensa per i bianconeri!

Sino a qualche tempo fa avevo l’abbonamento allo stadio di Torino, ricordo le sfacchinate in pullman per assistere alle partite. 

Oggi vado meno allo stadio e vivo il tifo in modo più coscienzioso anche se ci sono alcune partite che mi riportano a quella che definisco la dimensione primitiva del tifoso… tipo le sfide di Champions o nei match di cartello contro squadre come l’Inter, il Milan, la Roma ecc. E in questo caso ricevo i rimproveri di mia mamma e di mia moglie…”.

Quali sono le emozioni più intense di questa lunga storia d’amore con la Vecchia Signora?

“Ho tanti ricordi legati alla mia fede juventina.  Legati a gol importanti e ai miei idoli, Davids quello che ho amato di più, Zidane che ritengo il più forte di tutti i tempi;

Il ricordo più emozionante in assoluto però è stato il gol di Conte contro l’Olympiakos quando mancavano pochi minuti alla fine della partit, gol che ha ammutolito gli ateniesi e ci ha permesso di passare il turno della Champions. Il tutto arricchito dalla contemporanea sconfitta dell’Inter contro il Manchester United che la eliminava dalla stessa competizione… Ricordo che urlai così forte che la vista si appannò e caddi sul letto semi incosciente ma con il sorriso sulle labbra…“.

Se questa non è felicità…

 

 

 

 

 

 

 

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