Leonardo Briziarelli, a.k.a. Leomina: “A Cardiff con l’ukulele…”

“L’umanità si prende troppo sul serio. E’ il peccato originale del mondo. Se l’uomo delle caverne avesse saputo ridere, la Storia avrebbe seguito un altro corso”.
(Oscar Wilde)

 

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Il tifo per antonomasia, appassionato ed appassionante, che ti emoziona come se anche tu indossasi la divisa e corressi a perdifiato dietro ad un gol, è quello calcistico.

Per molti  essere tifosi è avere con altre persone un’unione sancita dai colori di una maglia.

Per altri invece è arroccarsi incupiti dietro a ciò che divide.

Credo che ormai sappiate come la penso, non c’è modo migliore di vivere il calcio (e tutto quello che ne consegue) se non con leggerezza, divertimento e, perché no, un pò di sana ironia, quando ci vuole.

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L’ironia contraddistingue anche chi è stato da me ribattezzato (con il suo permesso…)  “Menestrello della Juventus”, al secolo Leonardo Briziarelli, sulla Rete Leomina.

Lui e il suo ukulele, così come le sue strofe in musica satiriche e spumeggianti, sono ormai una certezza del dopo partita, su Juventibus e sul suo canale You Tube dove ha migliaia e migliaia di followers non necessariamente juventini (e questo secondo me è motivo d’orgoglio).

Ma andiamo con ordine.

“Gobbo” è “Gobbo”, non c’è dubbio.

“La mia passione per la Juventus – mi racconta  – è stata mediata da mio cugino, quando ero un bambino”.

“Mio cugino era più intransigente di me, boicottava persino marchi di pasta legati ad altre squadre – ricorda divertito – ma in ogni caso faccio “follie” anche io per i colori bianconeri; ogni volta che vado allo Stadium mi faccio 1200 km con il mio “Club Spello”.

Ma le nostre trasferte da Perugia verso Torino sono del tutto particolari…

Di solito ci portiamo dietro un braciere per cuocere la carne e banchettiamo nelle aree sosta…”.

Una vita da tifoso verace e buongustaio, insomma, che non manca di aneddoti come quella volta che Lippi…

“Ero nell’albergo dove alloggiava il Mister e l’ho avvicinato chiedendogli che sigari fumasse, essendo io cultore del Cubano. Lui me ne ha regalato uno, che ovviamente ancora conservo…”.

Ma quando l’alterego di Leonardo si materializza?

“Ho mandato a Massimo Zampini di Juventibus una mia canzone e in tutta risposta mi hanno detto che avrebbero avuto piacere di farmi diventare il cantante del Campionato… così ogni domenica ha iniziato ad essere pubblicato un mio video”.

Come nascono le tue rime?

“Ho sempre amato ed ascoltato il cantautorato italiano e mi sono sempre dilettato nello scrivere; le strofe mi compaiono davanti nei momenti più impensati e previdentemente ho sempre sotto mano il cellulare per registrare.

La passione per le parole mi è servita anche per il mio nome “artistico”: avevo la maglietta di Lemina, mi è bastato aggiungere una “o” ed è saltato fuori Leo, l’abbreviazione del mio nome, accanto a “mina”.

Tra l’altro quando Lemina ha lasciato la squadra gli ho dedicato una canzone che lui ha ritwittato…”.

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Di sicuro l’avventura di Leonardo che più mi ha divertita è stata quella a Cardiff (sdrammatizziamo così il ricordo pessimo della mia prima finale…): “Sono riuscito a fare entrare allo stadio il mio ukulele dicendo di essere un famoso cantante italiano… e sono risultato anche credibile, visto che avevo i cori di chi mi riconosceva…”.

Anche se credo di averlo intuito, chiedo a Leonardo di dirmi cosa sia per lui il tifo e l’essere tifoso:

“E’ aggregazione, ironia; la mia idea del calcio è quella di viverlo con toni pacati, risate, goliardia.

Oggi il mondo social ha esasperato tutto, anche il calcio, e si perde l’intento dello sport che è quello di stare insieme, socializzare, divertirsi”.

Divertirsi, senza prendersi troppo sul serio.

 

 

 

 

 

 

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