Cristiano Ronaldo Story – Come ti divento CR7

Ed ecco il sequel…
@juventibus

Voglio diventare il migliore al mondo. E tu devi aiutarmi”.

(Cristiano Ronaldo a Mike Clegg, preparatore sportivo)

La scorsa estate la Cristiano Ronaldo mania ha invaso Torino, la città che Norberto Bobbio ha definito l’emblema del “esageruma nen”, il “non esageriamo”, motto piemontese di chi fa e produce senza ostentare, una città di fanatici del lavoro solo all’apparenza austera andata in fibrillazione per l’arrivo del blasonato Cr7.

Mentre passeggiavo in centro con il cono dedicato al Campione creato da un noto gelataio torinese fondendo la Ginja, il liquore tipico del Portogallo, con il cioccolato, pensavo a quanto i torinesi, che ammirano impegno e costanza, avrebbero apprezzato la nuova stella bianconera.

Impegno e costanza sono il fil rouge di tutta la storia di Ronaldo, la storia di un’ambizione, di un pensiero fisso che non conosce tentennamenti.

Prendiamo ad esempio i suoi primi tempi al Manchester United.

Cristiano è uno spilungone magro, un ragazzino con le ciocche tinte di biondo e un inglese stentatissimo, “un pavone” (secondo l’entourage della squadra) che si presenta alla firma del contratto con un maglioncino aderente rigato di Versace molto poco british, che predilige le t-shirt semitrasparenti, che investe in creme per migliorare l’aspetto della pelle. Vezzi poco tollerati in un club rigoroso dove le apparenze hanno la loro importanza in quanto simbolo di appartenenza.

Il diciottenne di Madeira, che cammina spavaldo a petto in fuori e si presenta negli spogliatoi “vestito come per una serata in discoteca” (lo afferma Phil Neville), al suo esordio in campo, nell’agosto del 2003, partita contro il Bolton, è talmente decisivo da essere riconosciuto dalla stampa come il migliore in campo; riuscendo persino, tra l’euforia generale dei tifosi presenti allo stadio,  a fare digerire l’assenza di David Beckham, passato al Real Madrid, e del quale ha preso il numero, il leggendario 7 indossato anche da George Best.

In realtà  la strada per consacrarsi un’icona è ancora lunga e tortuosa; il calcio inglese è particolarmente aggressivo e per non soccombere il suo stile di gioco e la sua prestanza fisica vanno migliorati, è lui il primo ad esserne consapevole.

Pertanto passa ore a copiare i trucchi intercettati durante gli allenamenti o visti su YouTube e tenta di migliorarli e adattarli, spesso superando il maestro di turno.

Nel libro “Cr7 la biografia” di Guillem Balague, l’attaccante Wayne Rooney dichiara: “Non ho mai incontrato nessuno con una fiducia in sé stesso pari alla sua”. E il difensore Phil Neville racconta: “Gli davamo del filo da torcere. I giocatori così sicuri di sé vengono messi a dura prova nei primi tre mesi soprattutto per fargli abbassare la cresta. A lui piaceva esibirsi nei suoi numeri con la palla e a lasciarlo fare non la smetteva più. Così prima lo puntavamo, poi Gabriel Heinze gli sferrava un calcio con i tacchetti… Ne ha incassati non so quanti eppure non è mai rientrato imbronciato da un allenamento”.

L’attaccante Louis Saha ricorda così Cr7: “Per esercitarsi correva da un’estremità all’altra del campo, dribblava, accelerava, dribblava ancora, cono dopo cono. Si riposava un paio di secondi e ricominciava da capo. Nel calcio è l’accelerazione a spezzarti le gambe. Ci riesci una volta, ma dopo sei spompato. Lui invece continuava, avanti e indietro, tre o quattro volte di fila. Per chiunque altro sarebbe stato impossibile”. 

Ronaldo è diventato Cr7 a forza di impegno e costanza, come ho detto già prima.

Ma anche grazie ad un alleato. 

Mike Clegg, preparatore sportivo del Manchester, stacanovista almeno quanto Cristiano, viene reclutato da Ronaldo con una frase lapidaria: “Voglio diventare il migliore al mondo. E tu devi aiutarmi”.

Clegg ai tempi ha la mansione di migliorare il rendimento dei singoli calciatori con una preparazione mirata a sviluppare velocità e potenza: “Ronaldo voleva sapere tutto – racconta a Balague – si è dimostrato sin da subito un ragazzo molto determinato. Ricorderò sempre come ha reagito una volta che lo avevano preso in giro per il suo accento: “Sei in Inghilterra, parla inglese!”. E lui: “Gli ignoranti siete voi che conoscete una lingua sola” (…). Aveva una fiamma dentro che si incontra di rado. Tutte le mattine io arrivavo alle nove. Lui si presentava a quell’ora o poco prima per preparasi all’allenamento con un massaggio. Poi in palestra dove dedicavamo una ventina di minuti ai nuovi esercizi che stavamo sperimentando. Dopo quelli raggiungeva la squadra  per la sessione di torello e quella con gli allenatori. Alla fine lui si fermava spesso per perfezionare i tiri in porta. A quel punto gli altri erano tornati a casa. Cristiano no”.

Già. Cristiano no. 

Dietro al campo da gioco c’è una collina e lui continua ad allenarsi li, da solo, per spingere il corpo oltre i limiti, con l’obiettivo del miglioramento continuo e lo scopo di diventare un idolo. 

“Continuava a fare progressi – spiega Clegg – Nessuno sarebbe riuscito a fermarlo. Gli piacevano le sedute individuali anche se ogni tanto invitava qualcuno ad allenarsi con lui. Per il gusto di batterlo. Sperimentavamo tecniche diverse, prendendo nota di cosa gli serviva e di ciò che funzionava, eliminando il superfluo. Poi, finalmente, tornava a casa”.    

Tutto finalizzato, anche la nota vanità di Cristiano, almeno secondo Clegg: “La sua vanità ha un ruolo cruciale. Lui deve potersi vedere. Il cervello è stimolato dalla vista e guardando la sua immagine riflessa credo pensasse: “Sto ingrassando, devo rivedere la dieta”. O ancora: “Non credo di essermi allenato abbastanza, ieri”. Osservare e studiare il proprio corpo gli serviva per definire il passo successivo”.

E il passo successivo, che ha quasi dell’incredibile, è questo: mentre il Manchester tenta di inculcargli le regole della propria tradizione, il ragazzino arrogante del “tutto coordinato” in parte rivoluziona la cultura calcistica del club.

Cercando informazioni sul torello, ritenuto da molti un modo per scaldarsi prima dell’allenamento vero e proprio, ho colto che è soprattutto un modo per instaurare rapporti e gerarchie, stabilire tempi di reazione del calciatore e mettere in difficoltà i pivellini. 

Entrato nel gruppo dei campioni – precisa Balague – Ronaldo dovette trascorrere un mucchio di tempo al centro del cerchio, sforzandosi inutilmente di intercettare i bolidi dei compagni più forti. Gli sparavano tiri impossibili da bloccare. Se poi tentava uno dei suoi trucchetti, veniva subito punito con un contrasto violento. Il supplizio proseguì sino al giorno in cui Cristiano cominciò a ricevere buoni passaggi: si era guadagnato il rispetto dei veterani”. 
Ed è da qui in poi che Ronaldo mette in atto una rivoluzione: invece di continuare ad esercitarsi nei passaggi, utilizza il torello per perfezionare la sua tecnica: mantiene il possesso palla e finta dopo finta, passaggio dopo passaggio, tackle dopo tackle anche i suoi compagni iniziano a fare altrettanto.

E’ stato Ronaldo a cambiare la nostra mentalità – dirà Phil Neville – ha introdotto il torello continentale nella prassi del Manchester”. 

Non solo: le tecniche sperimentate nel torello vengono introdotte nelle partite; secondo Gary Neville, Cristiano comincia ad esercitare un “effetto Cantona”, ossia tutti vogliono emularlo: “Se ci riesce lui, possiamo farcela anche noi”.

Nella biografia scritta dal giornalista Enrique Ortego c’è un episodio legato agli esordi di Cristiano con la Nazionale portoghese negli Europei del 2004 che vale la pena ricordare: “La squadra si sta allenando e i giocatori si scaldano con la corsa. Cristiano è in testa al gruppo e comincia ad imporre un ritmo molto veloce. Figo e Rui Costa, veterani e suoi mentori, gli ordinano di darsi una calmata e di rallentare il passo. Cristiano esegue. Tornati in spogliatoio, i compagni restarono allibiti: per tutto l’allenamento, Cristiano aveva portato i pesi alle caviglie, per sentirsi più leggero in partita”.

Ronaldo si è “costruito” grazie alla forza mentale, oltre che fisica, alla concentrazione costante e aggiungerei alla maniacale attenzione ai dettagli.

Soprattutto dopo essermi imbattuta in un dettaglio che riguarda la preparazione alla finale di Champions del 2008 che come sappiamo è stata vinta dal Manchester.

Quando al campo di allenamento arriva il pallone che sarà utilizzato per la finale, Ronaldo si accorge che è leggermente diverso nel peso e nella superficie rispetto a quelli usati durante il resto del torneo. Così chiede alla squadra di fermarsi dopo l’allenamento.

Prova e riprova tiri da distanze diverse, colpi con il collo del piede e con l’interno, cerca di imprimere il massimo effetto al pallone colpendolo sulla valvola ma non è soddisfatto del risultato.

Chiunque al suo posto si sarebbe arreso. 

Ma non lui.

Solo i deboli si danno per vinti” è un mantra che lo accompagna sin da quando papà Dinis pronunciò queste parole riacciuffandolo sulla via di casa dopo che il piccolo Cristiano era fuggito dal campo dell’Andorinha perché sapeva che la squadra avversaria li avrebbe battuti.

Il giorno dopo ritenta l’impresa e il tiro va a rete così come tutti i successivi. 

A rendere il pallone inarrestabile è un semplice passo indietro aggiunto durante la rincorsa. 

Questione di dettagli.                                                                                                                                                                                                                                  

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