Sara Gama, un calcio al sessismo sognando i Mondiali

Nei miei ricordi di bambina c’è sempre il pallone. Ma era un divertimento. Oggi è pura gioia e dolore“.
(Cit.)

 

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Tempo fa leggendo un articolo sulle divise che le Azzurre e le altre 23 squadre indosseranno ai prossimi Mondiali di calcio femminile ho pensato che l’uguaglianza delle donne nello sport può passare anche attraverso l’armadio.

Infatti per la prima volta nell’ambito di questa competizione, le calciatrici avranno divise studiate esclusivamente per loro e non invece derivate da quelle maschili, una questione insomma di trattamento paritario e di identità.

Ed ho pensato che se i grandi marchi di abbigliamento sportivo che ovviamente ragionano in termini di fatturato si sono decisi a questa “rivoluzione” investendo moneta sonante ci troviamo di fronte ad un punto di svolta per la popolarità del calcio femminile, troppo spesso bersagliato da stereotipi, discriminazioni e sessismo.

Di questo ho parlato con Sara Gama, capitano della formazione bianconera della Juventus Woman e capitano della Nazionale di Calcio femminile che ho incontrato alla Scuola Calcio Femminile Juventus del Fossano Woman della quale è diventata testimonial.

“Un dato incoraggiante lo si ricava anche partendo dall’esperienza del Fossano Calcio – mi dice – il fatto che quando è stata attivata la Scuola si temevano poche iscrizioni mentre invece hanno superato di gran lunga le aspettative è una dimostrazione che si sta recuperando il gap con altri Paesi nei quali il calcio femminile ha da tempo una diversa considerazione. Stiamo diventando una realtà importante anche all’estero, c’è molta attenzione e su questo dobbiamo continuare a lavorare”.

Lavorare su un sistema, più che su un singolo episodio, un sistema che a volte ancora si stupisce e si interroga sui motivi che spingono una “femmina” a voler praticare uno sport da “maschio”; un sistema che nel nostro Paese relega le donne al settore dilettantistico: “Mentre invece in Francia sono professioniste e nessuno si sogna di denigrarle. Ma l’arrivo dei grandi clubs nel settore femminile è un segno che anche da noi le cose stanno cambiando in meglio”.

E’ una donna determinata Sara, che se in campo guida la difesa a suon di tackle e di anticipi, dismessa la divisa fa la differenza con le parole anche quando rivendica in più di un’occasione (fa parte del Consiglio Figc) che lo status da dilettante delle calciatrici italiane, soprattutto quelle meno fortunate di chi indossa la maglia delle squadre più note, implica tra le altre cose nessun contributo versato, nessun diritto alle malattia, alla maternità e alle ferie; non è un caso che la Mattel in occasione della Giornata Internazionale della donna nel 2018 le abbia dedicato l’iconica Barbie a sue fattezze, inserendola tra l’altro tra le 17 personalità femminili internazionali (unica italiana) che hanno contribuito ad ispirare le nuove generazioni.

“Oggi ancora non ci sono molte Scuole Calcio femminili in Italia, c’è bisogno di raccogliere le bambine che saranno sempre più numerose a lanciarsi nel nostro sport e necessitano di strutture di qualità e di persone preparate che possano dare opportunità concrete. Quando ero piccola io, non esistevano società che si incaricavano di venirci a prendere con le navette e cose di questo tipo, che fossero attente ad accompagnarci non solo dal punto di vista tecnico ma anche di crescita e tutela. Io ho iniziato a giocare nel cortile di casa”.

Alle ragazzine che l’hanno avuta come osservatrice speciale durante la loro seduta di allenamento allo stadio “Pochissimo” di Fossano, emozionate per avere in campo, sotto la pioggia battente, una delle giocatrici più rappresentative a livello nazionale ed internazionale, Sara ha consigliato: “Non pensate a diventare famose ma a giocare bene e a divertirvi, a giocare con passione che poi è quella che ti manda avanti quando ci sono da fare i sacrifici”.

E parlando del prossimo impegno con i Mondiali, dopo l’ultima partita vinta contro l’Iran per 2 – 0, Sara ha precisato: “Penso possiamo fare bene, toglierci delle soddisfazioni, è un gruppo che piano piano ha costruito una sua identità, è ben calibrato e competitivo e può contare su una rosa ampia, non solo sulle undici titolari ed è quello che serve per competizioni del genere. Ma andiamo step by step come nel Campionato; pensiamo al passaggio del primo turno, il nostro obiettivo a breve raggio, e poi da li si vedrà. Si va avanti di obiettivo in obiettivo. Non mi fisso dei limiti.”. 

Passo a passo. Passaggio dopo passaggio. Come del resto si fanno (anche) le rivoluzioni. Soprattutto quelle culturali.

Limite dopo limite.

Il limite che in parte ancora aleggia sulla parità sportiva è quello che mi piace chiamare “La sindrome di Vogue” (ma il titolo della rivista è opzionale) che ogni tanto mi arriva alle orecchie e che “colpisce” chi pensa che una calciatrice sia vincolata, in quanto donna, ad un ideale estetico e di conseguenza vada giudicata in primo luogo dalle gambe; la sindrome di chi si compiace dell’ascesa del calcio femminile come fosse una vetrina nella quale ammirare belle ragazze che corrono dietro ad un pallone.

Dimenticando il pallone. 

Dimenticando lo sport.

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