Era l’11 luglio del 1982 e Bearzot guidava un sogno…

Solo i ricordi più veri ci trovano, come lettere indirizzate a chi siamo stati“.
(Simon Van Booy)

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E’ un’estate torrida quella del 1982.

Rovente anche dal punto di vista delle crisi internazionali con ben tre conflitti (la Guerra Fredda, l’attacco di Israele al Libano, il confilitto tra Inghilterra e Argentina per il possesso delle Falkland).

Si ha voglia di evasione, di leggerezza, di qualcosa che scaldi gli animi in maniera diversa.

Cade a fagiolo il Mondiale di Spagna con le Nazionali che si ritagliano gli spazi nella cronaca sportiva e non solo.

Tra queste la Nazionale italiana guidata da Enzo Bearzot, inizialmente trattata dagli organi di stampa con molta criticità considerati i pareggi nei match iniziali con Polonia, Perù e Camerun.

Almeno sino al 29 giugno, partita contro l’Argentina, la blasonata squadra di Maradona, che viene battuta così come a seguire il Brasile di Zico e la Polonia nella semifinale.

L’11 luglio però l’impresa è delle più grandi, è un sogno che si concretizza.

Va in scena la finale contro la Germania, a Madrid, stadio Bernabeu; Rossi, Tardelli e Altobelli sono i gladiatori che guidano il pallone dritto nella rete e i loro tre gol sono immagini indelebili nella memoria collettiva non solo del popolo italiano.

Tre gol che affossano la Germania, incredula, che non realizza neppure una rete.

I tifosi italiani presenti allo stadio sono esaltati e la memoria collettiva ci rimanda un’altra immagine, quella del presidente della Repubblica Sandro Pertini con le braccia al cielo, pronto a condividere l’esultanza comune e il suo viaggio di ritorno in aereo, con i calciatori e la Coppa.

Sono i Mondiali di Paolo Rossi, eletto capocannoniere grazie ai sei gol del torneo, di Bruno Conti che Pelè definisce “il migliore del Mondiale”, di Claudio Gentile mostruosamente in difesa.

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I Mondiali di Bearzot che portato in trionfo dalla sua squadra li bacia e sorride, meno contenuto del solito.

I Mondiali che tutti conoscono, tifosi del calcio o meno che si sia.

Persino io, insospettabilmente, ero davanti alla tv quell’11 luglio.

Con un deciso male alle orecchie perché proprio poche ore prima avevo chiesto ed ottenuto di forare i lobi per mettere i miei primi orecchini da bimba che aspira a sentirsi già grande.

Eppure, nonostante il fastidio e la polvere di penicillina sparsa anche sulle guance, ero stregata davanti al teleschermo cercando di seguire passaggi descritti con terminologie che non conoscevo, non parliamo poi dei calciatori; l’unico che mi rassicurava era Pertini, almeno era nome noto.

Però ricorderò per sempre l’urlo di Tardelli al secondo gol della partita, impetuoso, da felicità incontenibile e per questo chiassosa.

Ricorderò per sempre il carosello di macchine andato avanti per ore sotto casa, osservato dal balcone con mia mamma vagamente scomposta nell’esultanza, mio papà invece, come era suo solito in tutto nella vita, molto serio, da osservatore attento ma mai sopra le righe.

Tra un clacsonata e una sbandierata del tricolore dai finestrini delle auto, tra le urla dei fossanesi in festa, ricorderò quello che è stato il mio primo Mondiale da tifosa.

Emilio Sidoli: “Ho capito la portata di quanto successo all’Heysel 24 ore dopo…”

Andare a caccia di ricordi non è un bell’affare. Quelli belli non li puoi catturare e quelli brutti non li puoi uccidere“.
(Giorgio Faletti)

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Nei giorni scorsi, scrivendo uno speciale per golditacco.it sulla tragedia senza giustificazione dell’Heysel con il suo carico di 39 morti, ho pensato di intervistare anche un mio amico, presente quel maledetto 29 maggio 1985 allo stadio belga, per farmi raccontare la sua esperienza.

Parlando con lui ho avuto la percezione di quanto i ricordi siano come delle istantanee.

Ci fissiamo su particolari impressi nella nostra mente, sempre uguali, sempre loro, sempre tremendamente vividi.

La prima istantanea, in questo caso, ritrae uno striscione steso a terra, intorno un gruppo di ragazzi con le sciarpe bianconere intenti a farne uno sfottò da srotolare.

Dietro di loro, si intravede un pullman pronto a partire con il suo carico di euforia e di cori, destinazione Bruxelles, obiettivo tifare la propria squadra del cuore per sostenerla nell’impresa di vincere la prima Coppa dei Campioni.

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In realtà non avevo previsto di andare a Bruxelles – mi racconta Emilio, ventenne all’epoca dei fatti – è stata una decisione presa all’ultimo visto che un amico mi ha offerto un biglietto in più.

Siamo partiti da Cuneo la sera prima della partita e come avviene per le trasferte è stato un viaggio lungo ma sicuramente spensierato.

A Bruxelles abbiamo trovato una giornata di sole e di caldo, una cornice ideale ad una giornata che pensavamo entusiasmante.

Invece dopo pochi passi nella piazza centrale di Bruxelles abbiamo avuto il primo impatto non piacevole con i tifosi inglesi.

Ci siamo visti arrivare una macchia rossa di persone che hanno iniziato a tirarci addosso bottiglie  e ad inveirci contro.

Non eravamo di certo preparati ad una cosa del genere e ci siamo allontanati velocemente”.

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Ricordo che allo stadio Heysel non ci hanno controllato neppure i biglietti, era tutto molto vago e confuso, e ricordo la sensazione di disagio che mi ha dato lo stadio: struttura fatiscente, sovraffollamento, i settori divisi da reti verdi tipo quelle da pollaio per intenderci. 

Uno stadio assolutamente inadatto come del resto era già stato fatto notare in precedenza dalla Uefa.

Tutti fattori che le autorità belghe hanno clamorosamente sottovalutato”.

Poche le forze dell’Ordine presenti quel 29 maggio 1985 all’Heysel nonostante le avvisaglie del pomeriggio: “La polizia era poca ed era terrorizzata ancora prima della partita, incapace di reagire persino alle provocazioni degli hooligans.  

Non intervenivano assolutamente.

Io ero nel settore del tifo organizzato, ossia il settore N, proprio di fronte al settore Z, debordante di tifosi inglesi separati da quelli italiani come ben sappiamo da un divisorio ridicolo”.

Torniamo alle istantanee.

La seconda ritrae un razzo luminoso e la scia di terrore che genera nel settore Z, dove irrompe.

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Intorno gente spaventata che cerca di scappare, la macchia rossa degli Hooligans che preme.

Quel razzo lanciato verso il settore Z me lo ricordo come fosse ieri.

E’ stato il punto di partenza del caos, l’innesco della tragedia.

Ho visto la curva aprirsi anche se dal nostro settore non si percepiva del tutto la gravità della situazione; si percepivano inizialmente i tafferugli, la confusione generale.

La gente veniva schiacciata perché la polizia spingeva per non farli entrare in campo; polizia che era in balia degli eventi esattamente come i tifosi, anche la polizia a cavallo non prese iniziative.

Dal nostro settore intanto era iniziata l’invasione di campo e verso di noi correvano persone terrorizzate che urlavano, parlando di morti, tanti erano scalzi, sanguinanti.

Non capivamo bene a cosa si riferissero, ci sembrava impossibile; una situazione di confusione totale, inverosimile, che è durata tantissimo, così come il senso di irrealtà di quello che stava accadendo.

Ovviamente non era pensabile iniziare una partita in condizioni simili.

Almeno sino a quando in campo sono scesi gli stessi giocatori delle due sqaudre, per noi ricordo il capitano Gaetano Scirea, che hanno invitato i tifosi a tornare ai propri posti perchè la partita si doveva giocare per ragioni di ordine pubblico.

Ricordo che mentre gli Ultras juventini continuavano a rimanere in campo perchè, forse più consapevoli di altri di quello che stava accadendo, non volevano si giocasse la partita mentre la parte meno calda della tifoseria era di diverso avviso.

Ovviamente a quei tempi non c’erano i cellulari, non c’era Internet e non era possibile contattare nessuno e avere notizie in tempo reale.

Abbiamo vissuto la partita con una strana inquietudine.

Quando siamo usciti fuori dallo stadio, ancora una volta  mescolati senza controllo e protezione alcuna ai tifosi inglesi, siamo immediatamente ripartiti; ho chiamato casa per rassicurare la mia famiglia e mi ricordo le lacrime di mia mamma.

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Ma la consapevolezza di quello che era realmente accaduto all’Heysel l’ho avuta soltanto a Bardonecchia; ho comprato l’edizione serale de La Stampa e il titolo inequivocabile mi ha raggelato: 39 morti. 

Ho impiegato quasi 24 ore ad avere il senso della tragedia, prima erano solo chiacchiere”.

L’istantanea, la terza, ritrae altre strisce di tessuto stese a terra, quelle dei lenzuoli, a coprire chi è morto soffocato per colpa della furia di qualcuno, chi è morto sotto un muro che sembrava di carta crollato inevitabilmente.

Tre mesi dopo l’Heysel sono andato a Liverpool per una partita, era stata organizzata una cerimonia per ricordare, per raccontare la tragedia. 

Ma a metà partita sono venuto via, non mi sentivo al sicuro, non eravamo al sicuro visto il clima.

Quello che è successo a Bruxelles, è ormai assodato, è stata una rivalsa nei confronti non tanto dei tifosi della Juventus ma dei tifosi italiani in generale per quello che era successo un anno prima a Roma, in occasione della partita Roma – Liverpool, con gli inglesi aggrediti che avevano giurato vendetta”.

La vita e le sue istantanee, alcune delle quali si vorrebbe fossero solo il frutto di un brutto sogno dal quale non si vede l’ora di svegliarsi…

 

 

 

Francesco Morini, quando il calcio si impara (anche) guardando

Anche stando in panchina o ai bordi del campo c’è tutto da imparare; se hai occhio critico impari anche se fai la riserva. Nella mia vita ho sempre cercato di imparare guardando per fare tesoro delle prestazioni di chi era più bravo di me. Ho sempre cercato di superare i limiti che sapevo di avere, di essere sempre all’altezza, per rispetto anche dei tifosi”.

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Trovo questa affermazione assolutamente cristallina.

Testimonia l’umiltà, la caparbietà e la forza di volontà di Francesco Morini, glorioso difensore della Juventus degli anni ’70 che ho avuto il piacere di incontrare ed intervistare invitata dall’Associazione Sportiva della Deltratre, azienda leader nelle digital solution per grandi eventi sportivi (dalla Champions ai Mondiali di Calcio sino al Superbowl ecc.).

Di lui, nei giorni precedenti, ho letto soprattutto di leggendari “duelli” in campo con Gigi Riva (che non è mai riuscito a segnare contro Morini), iniziati nel 1969 all’Amsicora di Cagliari e proseguiti per anni, tra rispetto ed ammirazione reciproca che non bada di certo ai diversi colori di appartenenza.

Ho letto di quel nomignolo, Morgan, che un giornalista gli ha affibiato per la sua caratteristica di giocare “depredando” l’avversario come il pirata dell’omonimo film, sicuramente però meno irrispettoso del bandito dei mari visto che raramente commetteva fallo.

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“Sono figlio di contadini della provincia pisana – ci racconta durante la nostra chiaccherata – e il mio primo campo da calcio è stata la parrocchia.

A questi tempi non c’erano le partite da seguire in tv, non avevo una squadra o un campione del cuore, non esistevano le scuole calcio; avevo soltanto un pallone da calciare. Un istinto da seguire. Una passione da coltivare”.

Arriva alla Sampdoria nel 1964, ventenne, inizialmente come Ala e si mette in luce con diverse azioni di livello; ma la sua consacrazione con il ruolo di Stopper avverrà con la Juventus, squadra nella quale ha militato come calciatore dal 1969 al 1980 e in seguito come direttore sportivo sino al 1994.

Nonostante le sue 372 presenze, la conquista di cinque Scudetti, una Coppa Italia, una Coppa Uefa, Morini non ha mai segnato un gol (se non in un’amichevole in Inghilterra): “E’ sicuramene un record anche questo – ci dice divertito – i miei stessi compagni mi arrestavano al momento giusto portandomi via la palla per evitare che perdessi questo primato! Scherzi a parte, penso che il mio gol lo facevo quando impedivo all’uomo che marcavo di segnare, di andare in vantaggio su di noi”.

Mentre annoto questo passaggio, penso inevitabilmente ad un altro aspetto della personalità di Morini: la positività sempre e comunque e un piacevolissimo senso dell’ironia.

Come quando ci racconta con enfasi della multa da 100.000 lire se al termine di una partita si regalava ad un tifoso la maglia (“Non ci davano mai maglie, da tenere un anno come una reliquia”) o di quando, a Belgrado nel 1973 durante la finale di Coppa Uefa persa dalla Juventus contro l’Ajax, pressati ed incalzati dagli avversari, lui disse ai compagni: “Contiamoli, mi sa che sono in sedici!”.

A proposito di avversari, Morini cita tra i più ostici per lui sicuramente Graziani, Boninsegna e Giordano: “Con lui ricordo una partita disputata a Roma contro la Lazio, Giordano riesce a stoppare la mia palla e a fare gol. In ogni caso marcare l’avversario è fondamentale per evitare di andare in svantaggio con la conseguenza che per recuperare si deve amministrare un sacco di campo e di fatica in più. La mia forza era l’anticipo che è terribile per l’avversario. Come dicevo: “Munizione che non arriva, cannone che non spara”. Ho sempre avuto i piedi di gesso, per così dire, ma ero sveglio a recuperare. In generale ai miei tempi, rispetto ad oggi, andavamo tutti come razzi”.

Nel suo viaggio della memoria condiviso con noi, un posto d’onore lo occupa il ricordo dell’Avvocato: “Un vero e proprio innamorato del calcio, cultore in particolare di Sivori e di Platini, quest’ultimo che esaltava non solo come campione sportivo ma soprattutto come uomo di carattere ed intelligenza nel quale rivedeva anche la sua eleganza”.

Quando chiedo a Francesco quale è il ricordo più bello della sua carriera agonistica mi risponde: “La cosa più bella è stato l’esordio in Serie A ma in realtà la cosa più bella sono state tutte le partite che ho giocato e il miglioramento che rincorrevo e vedevo in ognuna di esse; ho sempre avuto il massimo rispetto per il calcio e per le persone che mi hanno permesso di concretizzare il mio sogno, ho fatto vita sana e sono stato costante per continuare a giocare il più a lungo possibile”.

Perchè per Francesco non è mai esistita la noia del pallone.

Solo un’incontenibile ed inarrestabile letizia.

Jimmy Ghione: “A Striscia sono arrivato anche grazie al pallone…”

“Il mondo è fatto di cancelli da aprire, di opportunità da co­gliere, di chitarre da suonare”.
(Ralph Waldo Emerson)

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E, aggiungerei io, di palloni da calciare che spesso vanno a rete.

In un certo senso, è stato il pallone a farlo diventare uno degli inviati di punta dello storico e famoso tg di satira e denuncia “Striscia la Notizia”, del quale è tra i volti simbolo dal 1998.

Lui è Gianluigi Ghione, meglio noto come Jimmy, un passato da attore di fotoromanzi e film e un presente da tifoso del Torino e appassionato di calcio: “Faccio parte della Nazionale Calcio Tv – mi spiega durante la nostra chiaccherata – e proprio in questo ambito ho conosciuto Lorenzo Beccati, storico autore del programma insieme ad Antonio Ricci, che mi ha proposto di diventarne inviato”.

Torinese di nascita, Jimmy ha eletto il Granata come squadra del cuore sin da bambino: “E’ stata una sorta di illuminazione e comunque una mia scelta individuale visto che nella mia famiglia non si seguiva il calcio, per cui non si tratta di un tifo tramandato di padre in figlio… Tra l’altro ho anche giocato per un certo periodo nelle Giovanili del Toro”. 

Tra i suoi ricordi più emozionanti sicuramente i Derby del passato: “E soprattutto la vittoria dello Scudetto nel 1976, il suo settimo Scudetto ed il primo dopo la tragedia di Superga, con due punti di vantaggio sulla Juventus sconfitta per 1 a zero…

A quei tempi si andava allo stadio con uno spirito diverso, forse dovuto al fatto che non c’erano le dirette tv e la spettacolarizzazione di oggi, era più una festa corale, con gli stadi pieni di famiglie, un evento da condividere come avviene ad esempio in Inghilterra.

Vivendo a Roma raramente riesco a seguire le partite del Torino allo stadio ma ogni tanto vado a vedere altre partite per tenere allenato il mio amore per il pallone”.

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E a proposito di allenamento, Jimmy tiene alto il numero 10 che rappresenta nella Nazionale sopracitata e il suo ruolo di regista e centrocampista: “Abbiamo giocato moltissime partite per beneficienza e le emozioni in campo sono sempre palpabili. Ma soprattutto la cosa bella di questa squadra, al di là degli intenti benefici, è permetterci di rinsaldare amicizie che durano da tempo ma che le necessità legate al lavoro non permettono sempre di coltivare come si vorrebbe”.

Se chiediamo a Jimmy chi è il suo campione del cuore, non ha dubbi nel risponderci: “Maradona, un mito per la sua personalità in campo. Ma ancora di più dopo aver visto la prodezza del famoso gol di Cristiano Ronaldo contro la Juventus a Torino direi che al secondo posto piazzo il campione portoghese…”.

Ecco ritornare il concetto del pallone che gonfia la rete…

 

 

Mario Fargetta, la musica, il calcio e una Vecchia Signora…

Solo i ricordi più veri ci trovano, come lettere indirizzate a chi siamo stati“.
(Simon Van Booy)

 

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Freud una volta disse che tutti noi soffriamo di ricordi.

Quelli con cui apro oggi si riferiscono ai  Novanta.

Io ricordo, ad esempio, la spensieratezza dei miei vent’anni, i jeans a vita alta con i  crop top (tornati in realtà alla ribalta), la serie culto X-Files di cui ero fanatica.

E la musica dance e tecno, d’estate, al mare o d’inverno per arginare i grigi panorami del cuneese.

Avevo le mie hits del cuore, come “Your love”, energia pura, “May Day, May Day” e “Midnight” dal groove ipnotico.

Impossibile dimenticarle.

Brani realizzati da Mario Fargetta, deejay italiano tra i più noti a livello internazionale, produttore discografico e regista radiofonico di Radio Deejay a fianco di Albertino in “Albertino Everyday” e nel programma cult che ha segnato una generazione, la Deejay Parade.

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Non tutti sanno, forse, che Mario, noto anche con lo pseudonimo di Get Far, è stato un calciatore semiprofessionista capocannoniere dell’A.C. Besana Brianza arrivando sino alla Serie D.

“Eravamo la squadra più forte del Campionato – mi racconta durante la nostra intervista – se non fosse che la sfortuna ci ha voluto tutti infortunati e di conseguenza abbiamo iniziato a perdere punti.

Ero piuttosto abbattuto dalla situazione e così nel 1987 ho scelto di rinunciare alla maglia da calciatore per indossare a tempo pieno le cuffie, altra mia grande passione, iniziando a lavorare a Radio Deejay con il mio amico Linus”.

In realtà la sua carriera in ambito musicale gli ha permesso di alzare il livello… anche in campo.

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E quella maglia appesa è stata nuovamente indossata, grazie alla Nazionale Calcio Tv:

In questo contesto ho giocato tantissime partite di beneficenza con giocatori di Serie A, negli stadi più prestigiosi d’Italia.

E siccome con il calcio me la cavo sono stato sempre coinvolto nelle azioni e mi sono preso le mie belle soddisfazioni in termini di reti segnate.

Tra i ricordi più divertenti quando abbiamo giocato contro gli ex del Vicenza e in campo c’era anche Paolo Rossi, io ero in area pronto a segnare ma lui mi ha scippato la palla e ha fatto gol!

O a San Siro contro l’Inter e in squadra con me c’era Walter Zenga come attaccante, entrambi procedevamo verso il portiere, la palla l’ho intercettata e gestita io… peccato però che quando ho calciato ho messo troppa foga e il pallone è finito in uno degli anelli dello stadio. Si è alzato un coro unanime e sono stato investito da un sonoro “Nooooo”“.

La musica e il calcio sono le due passioni più grandi di Mario, anzi, se vogliamo essere precisi c’è n’è una terza degna di nota: la Vecchia Signora del calcio italiano.

Get Far infatti è uno Juventino doc, sin da quando era bambino.

Il mio primo stadio, se così vogliamo definirlo, è stato l’oratorio di Lissone dove scappavo a tirare calci alla palla non appena finito i compiti.

La mia Juventinità non è dovuta in realtà ad un dna bianconero di famiglia ma piuttosto ad un percorso ragionato quando ho capito che era la squadra più forte…” mi spiega.

Forte come quella volta che con il papà va a vedere la Juventus a San Siro contro l’Inter: “Peccato che all’uscita dello stadio un gruppo di tifosi avversari piuttosto goliardici mi ha preso il cappello… Sono cose che segnano” ironizza divertito.

A proposito di tifosi avversari, a Radio DeeJay il lunedì mattina gli animi si “scaldano”:

Abbiamo frange juventine ma anche interiste, milaniste ecc. e dunque si inizia la settimana massacrandoci allegramente”.

E dell’assetto odierno della Juventus, cosa pensa Fargetta?

Allegri ha dimostrato spesso di gestire bene le partite come quella contro il Tottenham. Qualche problema lo abbiamo con le partite secche… e in ogni caso sono fiducioso”.

Chiedo a Mario quale sia il suo campione del cuore: “Senza dubbio Maradona.
Una calamita per gli sguardi, un campione di spettacolarità che incantava anche solo nel vederlo correre.
Ci ho giocato insieme in un’esibizione in una località marina, indimenticabile”.

Indimenticabile.

Indimenticabile come i ricordi.

 

 

 

 

 

 

Il calcio femminile, un’opportunità contro i pregiudizi

Chiunque distrugge un pregiudizio, un solo pregiudizio, è un benefattore dell’umanità“.
(Nicolas Chamfort)

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Spingersi oltre gli stereotipi, alimentando una passione così forte e caparbia che va oltre i pregiudizi.

Questo è stato il leit motiv della presentazione ufficiale di mercoledì scorso di quello che vi avevo già annunciato, ossia la nascita della Fossano Calcio Women, prima scuola calcio femminile in Italia targata Juventus che aggiunge un ulteriore tassello alla sinergia tra la storica società fossanese e quella bianconera (infatti il Fossano Calcio da tempo è anche Scuola Calcio Juventus maschile).

Pregiudizi che sono sempre in agguato quanto si parla di calcio femminile, e hanno uno dei momenti più significativi, si fa per dire, nel 1933 quando a Milano nacque un gruppo calcistico femminile, poi stoppato perché ritenuto disdicevole giocare a calcio in sottana; intervenne persino il Coni che dirottò le calciatrici  verso sport più consoni.

Presente all’incontro Stefano Braghin, Head of Academy Juventus maschile e femminile: “Siamo fortemente convinti – ha spiegato nel suo intervento – che il calcio femminile è un’area di sviluppo importantissima ed arricchente per il calcio in generale. Non è un caso che la stessa Fifa ha lanciato una campagna ad hoc per la sua promozione. Un calcio femminile che grazie alle squadre di emanazione professionistica come quella Juventus, tra l’altro attualmente al primo posto nel Campionato, sta riportando in alto i colori nazionali tanto da poter arrivare alle fasi finali del Campionato del Mondo.

Scegliere il calcio femminile non è semplice. E’ andare controvento.
Ma questo implica che alla base ci sia una forte motivazione che va alimentata e sostenuta”.

Un dato significativo: in Italia le calciatrici tesserate sono 23.000; in Germania 300.000. La strada nel nostro Paese si direbbe ancora lunga…

Crediamo molto nell’agonismo e nelle sue implicazioni sociali – ha concluso Braghin – così come nel favorire il reclutamento sul territorio. Ovviamente decentrando per permettere a tutte le bambine interessate ad iniziare un percorso sportivo di accedervi”.

Rita Guarino, allenatrice della Juventus Woman, ha sottolineato come la visibilità sia un elemento forte che contribuisce a cambiare l’opinione comune: “E questo implica riuscire ad avere maggiori riconoscimenti e maggiori opportunità per le nostre atlete. Molte bambine faticano a trovare spazio e realtà nelle quali identificarsi. Per questo conta molto il giusto atteggiamento e una cultura capace di abbattere i pregiudizi”.

“Quella del Fossano calcio è una scelta dettata dall’intenzione di far crescere il calcio in rosa anche a Fossano – spiega Roberto Calamari del Fossano Calcio –  per questo ci siamo messi al lavoro da mesi per intraprendere un percorso di scuola calcio a stretto contatto con la Juventus come già accade per l’Accademy maschile. Non vogliamo bruciare le tappe, ma è nostra intenzione fare di Fossano un polo del calcio femminile”. 

Alla conferenza stampa erano presenti anche due calciatrici della Juventus Woman, la centrocampista Aurora Galli e il difensore Lisa Boattin che vedete immortalate con Rita Guarino e me nella fotografia.

La Scuola Calcio Juventus femminile presso la società calcistica fossanese partirà il prossimo luglio con vari appuntamenti di Open Day.

In bocca al lupo!

Ancora una volta sono una debuttante in uno stadio…

La memoria è un presente che non finisce mai di passare“.
(Octavio Paz)

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Passare.

Prestate attenzione a questo verbo e alla sua duplice valenza.

Passare come lasso temporale, ma anche passare come “transitare davanti a“.

Sono nata e vissuta sino a pochi anni fa a Fossano, cittadina che un ex sindaco (molto amato per essere un fine intellettuale ed un altrettanto fine burlone…)  definiva la città delle P: panettoni (per la produzione massiccia di aziende leader del settore), pneumatici (ormai inghiottiti dalla crisi), pappagalli (protagonisti di una pittoresca rassegna  ornitologica nazionale), porci (con i nostri  70.000 suini degli allevamenti della zona).

Come chi mi legge sa, sino a un anno e mezzo fa il calcio ed io eravamo totalmente e reciprocamente disinteressati.

Di conseguenza non sono mai entrata allo stadio fossanese, nato nel primo dopoguerra ed intitolato alcuni anni fa ad Angelo Pochissimo, attaccante e blasonata stella del calcio locale degli anni 50/60 approdato poi nel Venezia (in Serie A) e prematuramente scomparso appena quarantenne.

Stadio inaugurato ufficialmente nel 1948, con un’amichevole contro il Torino, entrata negli annali della storia locale.

In questo stadio gioca la squadra locale, il Fossano Calcio appunto, nata nel 1919.

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Tra quelle mura e quegli spalti, su quel campo verde, in prossimità della rete per cercare un gol, o in centrocampo per arrestare l’avanzata degli avversari, o ancora sotto la rete dell’altra squadra per impedire punti a loro favore, sono cresciuti i sogni di tanti ragazzini con la divisa dalla maglia azzurra, dopo  una sorta di apprendistato con i primi calci all’oratorio o nei cortili delle scuole; alcuni di loro sono diventati dei campioni, come Sandro Cois, centrocampista del Torino, della Fiorentina, della Sampdoria… Altri, recentemente, sono andati a rimpinguare le fila delle Primavere di Torino e Juventus.

Era inevitabile, per tanti motivi, che varcassi anche io i cancelli del “Pochissimo”.

Così, qualche giorno fa, da perfetta debuttante ho fatto il mio ingresso in… società (calcistica ovviamente…!!!).

In una giornata nella quale non erano previsti allenamenti, tantomeno partite.

Eppure, nel silenzio della struttura, ho avvertito come una sorta di frenesia, non so bene se imputarla al pensiero del vociferare, del tifo, della passione calcistica immagazzinati li da decenni; o se per la mia emozione di scoprire un mondo che avevo a portata di mano e che ora comprendo.

Sto diventando un pò troppo sentimentale… 🙂

In effetti sono andata allo stadio soprattutto per avere qualche informazione da Michele Mignacca, assessore allo Sport del Comune di Fossano, e da Roberto Calamari del direttivo della Società calcistica fossanese, a proposito di un’iniziativa di rilievo nazionale che potrò dettagliarvi meglio dopo la conferenza stampa ufficiale del 15 marzo.

Posso anticiparvi comunque che, considerata l’ottima sinergia del Fossano Calcio con la Juventus (che ha permesso alla società locale di attivare al suo interno da tempo una Scuola Calcio Juventus),  nei prossimi mesi diventerà effettiva un’altra Scuola Calcio Juventus a Fossano, dedicata questa volta al calcio femminile, la prima a livello nazionale.

Un settore in crescita esponenziale quello del “pallone rosa”, nonostante le disparità (economiche) e certi luoghi comuni difficili da abbattere che ancora ci sono tra il calcio maschile e quello femminile.

Il calcio femminile è stato per lungo tempo considerato dilettantistico, alla stregua di un intrattenimento senza nessuna valenza agonistica.

Nella realtà ci sono donne, atlete vere e proprie, calciatrici di livello,  che non hanno solo la testa nel pallone, come me, ma anche e soprattutto i piedi.

E che piedi!