Riccardo Rendini: “Allenare non riguarda solo insegnare a calciare…”

Allenare significa affrontare una serie infinita di sfide: la maggior parte di esse ha a che vedere con la fragilità dell’essere umano”.
(Alex Ferguson)

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Si dice che tutti sono allenatori al bar così come tutti sono medici nella sala d’aspetto di un dottore ecc. ecc.

Un luogo comune pensarlo?

Credo neppure troppo, soprattutto per quanto riguarda il calcio, lo sport prediletto del Bel Paese; è normale intercettare, il mattino dopo una partita, commenti più o meno pungenti verso l’allenatore, tra un caffè e un morso al croissant.

Di solito se la squadra del cuore è vittoriosa, l’allenatore viene santificato.

Se è perdente, viene affossato con interminabili “Io avrei messo Tizio come ala, Caio come punta, il 4 – 2 – 3 – 1 è improponibile” e via dicendo.

L’allenatore è una figura ambivalente, un pò come l’arbitro: colpevole a seconda del risultato finale.

Semplificando molto, il primo sbaglia se perde. Il secondo sbaglia se non bastona in qualche modo (cartellino giallo, rosso, rigore) gli avversari.

Il mestiere di allenatore è comunque piuttosto ambito.

E non solo da chi ha un passato come calciatore ma sicuramente anche da chi è appassionato di calcio e di strategia.

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Come Riccardo Rendini, allenatore ventottenne trasferito a Torino, che per descrivere il suo rapporto con il mondo del pallone mi cita il grande Diego Armando Maradona: “Lui ha detto: “Se stessi ad un matrimonio con un vestito bianco e piombasse un pallone infangato, lo stapperei di petto senza pensarci”.

Il mio amore per il calcio è nato quando avevo nove anni, partecipando ad un torneo Under 12 organizzato dalla chiesa del mio paese, a Cisternino, in provincia di Brindisi.

Non avevo ancora le basi tecniche e infatti persi la finale con la mia squadra ma vinsi il mio primo riconoscimento come miglior giocatore del torneo.

Dopo questa esperienza obbligai mio padre ad iscrivermi nella scuola calcio del mio paese; è stato un periodo molto proficuo, passavo tutto il mio tempo libero a calciare, a casa, in giardino, in piazza con gli amici, una sorta di ossessione tanto che ero stato soprannominato “Riccardo il calciatore”…”.

Ma come nasce l’interesse e la decisione di diventare allenatore di calcio?

Nella mia crescita calcistica ho avuto la fortuna di aver avuto un Mister che non solo è riuscito a migliorarmi come calciatore ma soprattutto è riuscito a trasmettermi  la passione per il calcio a 360°. Era molto metodico e mai banale nelle esercitazioni, aveva un carisma che lo rendeva leader, riuscendo sempre ad insegnarci qualcosa.

Era molto preparato dal punto di vista tecnico e medico e da lui ho imparato alcune tecniche per prevenire e curare fastidi che solitamente hanno i calciatori.

Sempre grazie a lui ho iniziato ad osservare con pù attenzione la figura dell’allenatore.

Verso i sedici anni ho iniziato a documentarmi su you tube, a chiedere le sedute cartacee al mio mister, a giocare con videogiochi manageriali  come “Football Manager” ed ho approfondito tutto ciò che riguarda il lavoro settimanale del calciatore.

Dopo il Liceo mi sono trasferito a Torino per studiare Giurisprudenza e per vari motivi ho smesso di giocare a calcio ma la passione continuava ad essere talmente smisurata che nel 2015 ho preso il primo patentino per allenatori (Uefa C) che mi permette di allenare tutte le squadre di settore giovanile professionisti compresi.

Quest’anno poi ho completato la prima parte della mia abilitazione con il conseguimento del patentino Uefa B che mi permette di allenate fino alla Serie D come p’rimo allenatore e allenatore in seconda in C;  ovviamente sogno di diventare un professionista ma è un cammino molto difficile per chi non ha avuto una grandissima carriera da calciatore...”

Intanto Riccardo ha mosso i primi passi d’allenatore nell’Atletico Torino, società che attualmente milita in Eccellenza: “Poi ho iniziato una collaborazione con una società che aiutava l’integrazione dei ragazzi stranieri ma mancavano le basi organizzative per la gestione di una simile realtà”.

Quali sono state le maggiori difficoltà e le più grandi soddisfazioni?

Sicuramente nel settore giovanile la problematica maggiore è legata anche alla gestione del genitore che a volte è aggressivo, per volontà di fare emergere ad ogni costo il proprio figlio; poi ci sono le problematiche dei ragazzi dovuti all’età, a certe situazioni famigliari ecc. 

La mia più grande soddisfazione è quella di riuscire a finire le stagioni sportive con risultati  legati si al campo ma anche alla crescita personale e sportiva dei ragazzi che alleno. Soprattutto riuscire a far fare squadra, senza emarginazioni“.

Riccardo è ovviamente anche un tifoso…

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Sono Juventino – mi dice – e il mio amore per i colori bianconeri è nato con la finale di Champions vinta nel 1996 contro l’Ajax allo Stadio Olimpico di Roma.

Ricordo alla perfezione la parata di Peruzzi, il rigore finale di Jugovic, le urla di gioia sul balcone di casa con tanto di vicini allarmati e mia madre che mi diceva di smetterla di fare tutto quel caos per una partita…

La Juventus mi è entrata nel cuore non solo per le vittorie manche per la sua storia, che è poi anche la storia della famiglia Agnelli e di un pezzo importante dell’economia del nostro Paese.

Da quando vivo a Torino posso seguire la Juventus allo stadio e ogni volta che entro è come fosse la prima per le emozioni che vivo.

Per indole non ho un calciatore preferito ma sono sempre stato legato alla squadra nella sua totalità; però ammiro tutti coloro che fanno la storia bianconera e in questo vedo in Claudio Marchisio quello che Paolo Maldini è stato per il Milan e Francesco Totti per la Roma“.

Partita memorabile, invece, per essere stata la più grande delusione?
La finale di Champions persa all’Old Trafford contro il Milan nel 2003, soprattutto per come abbiamo perso immeritatamente dopo aver superato il Barcellona ai quarti e il Real Madrid in semifinale…“.

Parola (e analisi) di allenatore.

 

 

 

 

 

 

 

TALENTO+TENACIA: IL BINOMIO DI CHICCO LOMBARDI

La perseveranza è la virtù per cui tutte le altre virtù fanno frutto“.
(Arturo Graf)

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La buona riuscita di qualsiasi impresa dipende da due fattori:  una forte motivazione ed una straordinaria tenacia.

Unite ovviamente al talento.

Di questo ho avuto un’ulteriore conferma nei giorni scorsi parlando con Enrico “Chicco” Lombardi, albese,  classe 1957, ex centrocampista offensivo che ha militato anche nel Parma in Serie B.

Sono cresciuto ad Alba tra calcio, oratorio e scuola – mi spiega –  ed è proprio in oratorio che ho iniziato a giocare a calcio; sempre li, la domenica pomeriggio, seguivo il collegamento con le dirette allo stadio, tra l’altro in un periodo storico nel quale il collegamento avveniva solo dal 2° Tempo”.

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Dai rudimenti dell’oratorio Enrico arriva ai primi perfezionamenti, quelli nel settore giovanile dell’Albese, e da li alla Prima Squadra, nel 1976, in Serie C: “Sono gli anni in cui Bruno Pizzul faceva la telecronaca in tv delle partite in cui giocavo, come la partita contro l’Udinese. Ricordo soprattutto quanto fossi motivato, e questo era l’elemento preponderante nella mia attività di calciatore. Mi spingeva ad allenarmi  oltre l’orario e a vedere ogni cosa come un arricchimento, una nuova possibilità”. 

Nell’estate del 1979, di fronte ad alcune squadre interessate a reclutarlo, Enrico sceglie di diventare un calciatore dell’Imperia, al tempo in C2: “Al mio arrivo un disastro, retrocediamo in serie D; deluso penso di ritornare ad Alba ma la squadra cambia allenatore, Giovannino Sacco, ex giocatore della Juventus e con lui riesco a ritrovare l’entusiasmo e la perseveranza. Tra l’altro in quell’estate avevo conosciuto Locatelli,  preparatore atletico ora responsabile Fidal, con il quale avevo fatto allenamenti di atletica a Formia, sempre per perfezionare la mia preparazione sportiva”.

E i risultati arrivano; in serie D l’Imperia vince il Campionato e torna di nuovo in C2.

E’ stato per me questo un ottimo campionato che si è concluso con l’ultima partita contro il Fanfulla di Lodi, con un mio gol a cinque minuti dalla fine che ci ha permesso di vincere per 2 a 1. Ricordo i tanti albesi che, nel periodo in cui erano in Liguria in vacanza, venivano ad incitarmi allo stadio…

Siamo nel 1983 e su Enrico mettono gli occhi anche un dirigente della Carrarese, Guerra, e l’allenatore della squadra, Orrico: “Dopo il ritiro vicino a Massa, alla prima amichevole contro il Siena riesco a segnare tre gol nel 1° Tempo. Ma un ricordo ancora vivo è senza dubbio la prima di Campionato contro il Lanerossi Vicenza, soprattutto per il contesto. Lo stadio di Vicenza era futurista per quell’epoca ed io ero estasiato di poterci giocare. 

La stagione ’82-’83 è stata la mia consacrazione, nonostante l’infortunio che ho avuto al ginocchio e che mi ha costretto a rimanere fermo per un pò, recuperando però vincendo la Coppa Italia di Serie C contro il Fano”.

I problemi al ginocchio si ripresenteranno nella stagione passata al Brescia, l”83-’84: “Eppure non mi arrendevo e dopo le partite mi cambiavo e andavo ad allenarmi da solo in un parco vicino all’hotel dove alloggiavamo noi giocatori”.

Nel 1984, per una stagione, Enrico approda al Parma, in serie B, apoteosi di una carriera scandita da talento, costanza ed impegno.

Dal Parma ritornerà a giocare alla Carrarese.

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In questa immagine è ritratto con lo storico allenatore Orrico, in occasione del Centenario della squadra.

Negli ultimi anni Enrico ha messo la propria competenza al servizio dei nuovi talenti, diventando allenatore di squadre di Eccellenza locali.

Ho scoperto poi il settore dei giovani grazie a Benedetti, responsabile del settore giovanile del Torino, con il quale avevo giocato nel Parma”.

Oltre ad avere allenato le Giovanili del Torino (vincendo tra l’altro  il titolo di Campione d’Italia Berretti nella stagione 2006/2007, squadra che ha allenato per 4 anni), Enrico è attivo nella Società Area Calcio Alba Roero dove si occupa, tra le altre cose,  di coordinare gli istruttori.

Ai giovani cerco di trasmettere tutte le emozioni e le esperienze che ho vissuto, la passione certo ma soprattutto il sacrificio e la costanza. Senza una reale motivazione anche i talenti migliori si perdono. Perché la motivazione è quella che ti permette di mettere fuori quello che Dio ti ha lasciato dentro“.

Calcio giocato, calcio insegnato, ma il calcio tifato?

Sono sempre stato tifoso del Milan, seguendo l’esempio della mia famiglia. In realtà il mio tifo è piuttosto stemperato, seguo le partite più dal punto di vista tecnico che da quello di un tifoso per non perdere nessun dettaglio”.

Perché il calcio è, per lui, sempre una questione di costanza, anche nell’osservarne i particolari.