Gianni Mura, “il mendicante del bel calcio”

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A scelta. Cambiare passione. Cambiare mestiere. Oppure resistere. Sognare, forse“.

(Gianni Mura)

La scorsa domenica, precettata come tutti tra le mura domestiche, ho letto l’ultimo editoriale scritto da Gianni Mura per la rubrica settimanale che curava per “La Repubblica“. Al centro della disquisizione l’emergenza sanitaria del momento ma anche la Juventus, con un amarcord dedicato al bianconero Domenico Marocchino, una promessa incompiuta e un calciatore dalle occasioni perdute come in quell’amichevole del luglio 1981 contro l’Arsenal: da metà campo, con un’azione efficace, riesce a seminare ben cinque avversari ma davanti al portiere tutto è vano, il pallonetto  mette la palla fuori.

Parlando di Marocchino, Mura rincorre i ricordi di un “calcio come gioco, quando la vita era bella perché c’erano nell’ordine le ragazze, le sigarette, il cinema, le mostre d’arte, i vini rossi”.

Di Mura, storica firma de “La Repubblica”, mi sono invaghita, lo confesso, inizialmente per ragioni letterarie, nel 2007, incontrandolo in occasione del Premio Grinzane, lui vincitore (se non ricordo male del “Premio Cesare Pavese per la Narrativa”) con un romanzo che ho amato molto, “Giallo su giallo“, un tour de France con un duplice omicidio, un’enigmatica dark lady e soprattutto un detective che si fa chiamare Monsieur Magrite…

Nel mio successivo avvicinamento allo sport l’ho scoperto grandissimo cronista sportivo dallo stile unico, appassionato di ciclismo e di Serie A, lui che riprendendo Eduardo Galeano, era solito definirsi un “mendicante del bel calcio” che chiamava “il grande palcoscenico della domenica”.

E in questo grande palcoscenico su campo verde, Mura ha trattato infinite volte della Vecchia Signora, alternando stilettate a complimenti, intervallando   la “Juve brillante” alla “Juve arruffona, annebbiata, non padrona del campo” (contro il Milan, ottobre 2016),  esaltandola con titoli come “La Juventus è di un’altra dimensione” (riferendosi al derby d’Italia contro l’Inter del dicembre 2018), fulminandola con occhielli come “la Juve manca e  soffre troppo contro l’Atalanta ma poi balla il tango e sistema tutto con Dybala e Higuain” (novembre 2019).

Nei suoi 100 nomi dell’anno stilati per “La Repubblica”, Mura parla di Mario Mandzukic: “Contratto rinnovato ad aprile e dopo due mesi è indesiderabile e indesiderato, emarginato, tagliato fuori. Se c’è ancora uno stile Juve, quod est demostrandum, in questa vicenda non s’è proprio notato. Neanche un barlume di rispetto, per uno che alla Juve ha dato parecchio anche facendo il terzo. Voto 3 (alla Juve)”. 

Un paio di mesi fa, a proposito della sfida Scudetto contro l’Inter, si esprime su Maurizio Sarri  dicendo: “Onestamente pensavo che alla Juve potesse far peggio“.

Mura mi rimarrà impresso anche per le sue “interviste” al Campionato di Serie A, una sorta di divertissement sagace (e spesso azzeccato) nel quale immaginava e faceva pronostici sulla stagione che stava per iniziare; di quella in corso aveva profetizzato la vittoria Scudetto per un 29% alla Juventus, Inter e Napoli al 25%: “Chiaro poi che se la Juve vende Dybala e se il Napoli arriva ad Icardi tutto cambia“. E tra le varie categorie, aveva scelto  come miglior difensore uno tra “Chiellini o Koulibaly“.

Chissà caro Gianni come sarebbero andate le cose…

Riccardo Rendini: “Allenare non riguarda solo insegnare a calciare…”

Allenare significa affrontare una serie infinita di sfide: la maggior parte di esse ha a che vedere con la fragilità dell’essere umano”.
(Alex Ferguson)

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Si dice che tutti sono allenatori al bar così come tutti sono medici nella sala d’aspetto di un dottore ecc. ecc.

Un luogo comune pensarlo?

Credo neppure troppo, soprattutto per quanto riguarda il calcio, lo sport prediletto del Bel Paese; è normale intercettare, il mattino dopo una partita, commenti più o meno pungenti verso l’allenatore, tra un caffè e un morso al croissant.

Di solito se la squadra del cuore è vittoriosa, l’allenatore viene santificato.

Se è perdente, viene affossato con interminabili “Io avrei messo Tizio come ala, Caio come punta, il 4 – 2 – 3 – 1 è improponibile” e via dicendo.

L’allenatore è una figura ambivalente, un pò come l’arbitro: colpevole a seconda del risultato finale.

Semplificando molto, il primo sbaglia se perde. Il secondo sbaglia se non bastona in qualche modo (cartellino giallo, rosso, rigore) gli avversari.

Il mestiere di allenatore è comunque piuttosto ambito.

E non solo da chi ha un passato come calciatore ma sicuramente anche da chi è appassionato di calcio e di strategia.

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Come Riccardo Rendini, allenatore ventottenne trasferito a Torino, che per descrivere il suo rapporto con il mondo del pallone mi cita il grande Diego Armando Maradona: “Lui ha detto: “Se stessi ad un matrimonio con un vestito bianco e piombasse un pallone infangato, lo stapperei di petto senza pensarci”.

Il mio amore per il calcio è nato quando avevo nove anni, partecipando ad un torneo Under 12 organizzato dalla chiesa del mio paese, a Cisternino, in provincia di Brindisi.

Non avevo ancora le basi tecniche e infatti persi la finale con la mia squadra ma vinsi il mio primo riconoscimento come miglior giocatore del torneo.

Dopo questa esperienza obbligai mio padre ad iscrivermi nella scuola calcio del mio paese; è stato un periodo molto proficuo, passavo tutto il mio tempo libero a calciare, a casa, in giardino, in piazza con gli amici, una sorta di ossessione tanto che ero stato soprannominato “Riccardo il calciatore”…”.

Ma come nasce l’interesse e la decisione di diventare allenatore di calcio?

Nella mia crescita calcistica ho avuto la fortuna di aver avuto un Mister che non solo è riuscito a migliorarmi come calciatore ma soprattutto è riuscito a trasmettermi  la passione per il calcio a 360°. Era molto metodico e mai banale nelle esercitazioni, aveva un carisma che lo rendeva leader, riuscendo sempre ad insegnarci qualcosa.

Era molto preparato dal punto di vista tecnico e medico e da lui ho imparato alcune tecniche per prevenire e curare fastidi che solitamente hanno i calciatori.

Sempre grazie a lui ho iniziato ad osservare con pù attenzione la figura dell’allenatore.

Verso i sedici anni ho iniziato a documentarmi su you tube, a chiedere le sedute cartacee al mio mister, a giocare con videogiochi manageriali  come “Football Manager” ed ho approfondito tutto ciò che riguarda il lavoro settimanale del calciatore.

Dopo il Liceo mi sono trasferito a Torino per studiare Giurisprudenza e per vari motivi ho smesso di giocare a calcio ma la passione continuava ad essere talmente smisurata che nel 2015 ho preso il primo patentino per allenatori (Uefa C) che mi permette di allenare tutte le squadre di settore giovanile professionisti compresi.

Quest’anno poi ho completato la prima parte della mia abilitazione con il conseguimento del patentino Uefa B che mi permette di allenate fino alla Serie D come p’rimo allenatore e allenatore in seconda in C;  ovviamente sogno di diventare un professionista ma è un cammino molto difficile per chi non ha avuto una grandissima carriera da calciatore...”

Intanto Riccardo ha mosso i primi passi d’allenatore nell’Atletico Torino, società che attualmente milita in Eccellenza: “Poi ho iniziato una collaborazione con una società che aiutava l’integrazione dei ragazzi stranieri ma mancavano le basi organizzative per la gestione di una simile realtà”.

Quali sono state le maggiori difficoltà e le più grandi soddisfazioni?

Sicuramente nel settore giovanile la problematica maggiore è legata anche alla gestione del genitore che a volte è aggressivo, per volontà di fare emergere ad ogni costo il proprio figlio; poi ci sono le problematiche dei ragazzi dovuti all’età, a certe situazioni famigliari ecc. 

La mia più grande soddisfazione è quella di riuscire a finire le stagioni sportive con risultati  legati si al campo ma anche alla crescita personale e sportiva dei ragazzi che alleno. Soprattutto riuscire a far fare squadra, senza emarginazioni“.

Riccardo è ovviamente anche un tifoso…

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Sono Juventino – mi dice – e il mio amore per i colori bianconeri è nato con la finale di Champions vinta nel 1996 contro l’Ajax allo Stadio Olimpico di Roma.

Ricordo alla perfezione la parata di Peruzzi, il rigore finale di Jugovic, le urla di gioia sul balcone di casa con tanto di vicini allarmati e mia madre che mi diceva di smetterla di fare tutto quel caos per una partita…

La Juventus mi è entrata nel cuore non solo per le vittorie manche per la sua storia, che è poi anche la storia della famiglia Agnelli e di un pezzo importante dell’economia del nostro Paese.

Da quando vivo a Torino posso seguire la Juventus allo stadio e ogni volta che entro è come fosse la prima per le emozioni che vivo.

Per indole non ho un calciatore preferito ma sono sempre stato legato alla squadra nella sua totalità; però ammiro tutti coloro che fanno la storia bianconera e in questo vedo in Claudio Marchisio quello che Paolo Maldini è stato per il Milan e Francesco Totti per la Roma“.

Partita memorabile, invece, per essere stata la più grande delusione?
La finale di Champions persa all’Old Trafford contro il Milan nel 2003, soprattutto per come abbiamo perso immeritatamente dopo aver superato il Barcellona ai quarti e il Real Madrid in semifinale…“.

Parola (e analisi) di allenatore.

 

 

 

 

 

 

 

Elogio della stranezza (e di un ultracentenario)

L’espressione più eccitante da ascoltare nella scienza, quella che annuncia le più grandi scoperte, non è “Eureka” ma “Che strano…”.
(Isaac Asimov)

 

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Il 2017 è un anno strano, inusuale.

Ovviamente per me.

Trovo strano l’interesse per il calcio, trovo strano che mi sia innamorata del pallone, della Juventus, di Dybala.

Trovo strano vedermi in uno stadio affollato di esplosioni di gioia, che è un piacere condividere, ma anche di grida, insulti, fumo e nonostante tutto non sentirmi neppure più un corpo estraneo.

Mi trovo strana ultimamente.

Per dirla alla Janis Joplin, una normale persona strana.

Persino la mia “principessitudine” si è un pò sporcata (diciamo il vero; ci sono concause come #blackpierreange e affini, icone della fotografia e della moda 2.0… :-)))

Il neologismo sottintende l’aggettivo di Principessa della Curva Sud che mi hanno appioppato alcuni tifosi juventini.

Lo ammetto: allo stadio con il tacco 12  e la pencil skirt di pelle nera forse ci vanno solo le Wags (mogli e fidanzate dei calciatori) in Tribuna d’onore; ma del resto dell’abbigliamento fuori luogo “sempre e comunque” ho fatto un segno distintivo.

Amen.

Torniamo all’assunto iniziale.

L’inusuale stranezza.

Strano continuare imperterrita, ogni volta che sono allo stadio, a rovesciare inavvertitamente il bicchiere dell’acqua (qualcuno dice che porto fortuna, e in effetti per ora pare così guardando i risultati, ma in realtà inizio seriamente a preoccuparmi di me stessa… un tic nervoso???).

L’allagamento del sotto-seduta e dintorni è ormai un mantra in un eterno deja-vu.

Inusuale non poteva che essere anche la mia prima partita in trasferta.

Sabato 28 ottobre ero a San Siro ad assistere a Milan – Juventus.

Con un’emozione diversa dalle partite giocate in casa perché essere in netta minoranza a tifare la propria squadra mi ha ringalluzzito.

Se poi si straccia l’avversario con un bel 2 a zero l’adrenalina sale di livello.

E se poi HIGUAIN segna le due reti e arriva ad un record personale di tutto rispetto, li, proprio davanti ai miei occhi sgranati, bhè, c’è di che montarsi la testa (presunta coronata :-))) per quanto è unica, inconsueta la faccenda.

Pipita, con la sua strepitosa doppietta, è salito a quota 101 gol segnati in Serie A.

Dati alla mano, dal 1994 in poi, nessuno è stato più rapido di lui nella speciale classifica dei ‘centenari’: ci ha messo solo cinque stagioni.

Si si.

Esserci è stato meraviglioso.

Così meraviglioso che sono stranamente incredula.

Forse ora comprendo cosa intendeva Cesare Pavese quando diceva che può riderti negli occhi la stranezza di un cielo che non è il tuo.

Il calcio non è il mio cielo, o meglio non lo è del tutto.

Ma gli occhi mi ridono eccome.

 

 

 

 

 

“Buonasera” alle tre del pomeriggio…

E’ giusto ribellarsi a una certa cultura che prevede che le emozioni debbano essere sempre controllate: che non bisogna piangere né ridere troppo e nemmeno essere eccessivamente tristi“.
(Paolo Crepet)

Ogni tanto è anche stimolante essere al di là della barricata, per così dire.

Nel mio percorso da neo-blogger sono io ad essere incuriosita da una persona, da una storia, da una situazione, tanto da voler sondare, capire.

INDAGARE, per usare una terminologia che rimanda al motivo per il quale sono diventata appassionata di pallone.

Tempo fa sono stata intervistata da alcune testate giornalistiche per la mia storia inconsueta legata al calcio.

Ma l’esperienza della diretta televisiva è un’altra cosa.

Molto più cruda, immediata, senza filtri.

Elettrizzante da un lato.

Paralizzante dall’altro.

Ieri ho partecipato ad una puntata di “Top Com” sul canale tematico “Top Planet” per parlare del blog e tentare (lol) di parlare di Juventus.
Puntata condotta dalle temprate e spigliatissime (oltre che competentissime) Carol Barbieri e Caterina Autiero (quest’ultima già intervistata sul mio blog e mio mentore per golditacco.it).

Quando si dice che le fotografie parlano non posso che essere assolutamente d’accordo.

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Questa è la foto del quarto d’ora prima della diretta.

L’immagine della serenità.

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E questa la foto del “due minuti alla diretta”.

Una frase è bastata a smascherare un’inquietudine celata e le emozioni sempre in agguato.

Qui si vede tutto, ma proprio tutto, senza sconti, il mio essere apprendista-debuttante del settore tv.

Oggi rido pensando che, saranno anche le luci (ma non diamo troppo la colpa alla tecnologia…), non sembro neppure la stessa persona.

Nella vita non si finisce mai di scoprire qualcosa di se e della realtà ed io ho scoperto che:

la mia proverbiale parlantina non è poi sempre così proverbiale;

la sicurezza nelle mie capacità di oratrice si dà alla fuga senza preavviso;

dire “Buonasera” alle tre del pomeriggio denota di credere ai salti temporali;

non mi ero mai accorta di quanto può essere difficile stare ferma su una sedia, io e il mio presunto aplomb da “principessa della Curva Sud” (questa è una storia della quale vi parlerò prossimamente);

lo schermo regala almeno 7/8 kg in più (figuriamoci mi fossi vestita di bianco e meno male che quel giorno ho evitato i carboidrati…);

le luci sbiancano e conseguentemente ero troppo bionda (stile musa di Hitchcock ma non all’altezza del ruolo), troppo pallida, troppo no-makeup mood (nonostante il lavoro magistrale della mia amica Francesca che  io, io, io ho trattenuto nell’essere più “marcata”… ).

Pero’ di POSITIVO c’è:

che l’esperienza mi ha galvanizzata ancora di più sulla strada che sto percorrendo;

che quasi quasi mi sono emozionata ricordando la mia prima volta allo stadio (tanto da aver definito “gloriosa” la sfida tra Juventus e Cagliari del 19 agosto…);

che anche adesso che sono qui che scrivo tra il serio e il faceto sento gli occhi pungere.

E forse questa emozione è la più grande conquista che mi ha regalato il gioco del pallone.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alvise Cagnazzo: in auto sognando un certo Ragioniere e una frittata di cipolle…

Le regole sono un ottimo modo per farsi venire delle idee. Tutto quello che dovete fare è infrangerle“.
(Jack Foster)

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Credo che le menti brillanti sono quelle che inseguono le ECCEZIONI.

Che scompigliano le REGOLE.

O meglio, le ripensano per darle una nuova dignità, un nuovo scopo.

Una ulteriore conferma del mio pensiero l’ho avuta chiacchierando con Alvise Cagnazzo, pugliese, autore di libri e di format televisivi (oltre che corrispondente del tabloid britannico The Sun), nonché tifoso della Juventus che segue con fede si ma soprattutto con spirito critico.

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Alvise è autore de “Al Volante”, programma in onda sul canale barese Antenna Sud.

Mi incuriosisce sapere come è nata l’idea di intervistare personaggi del mondo dello sport e della cultura durante gli spostamenti in auto…

Stavo andando al lavoro – mi spiega – e fermo ad un semaforo ho letto sul muro di una vecchia casa una frase che mi ha colpito molto: “Ti compri la macchina per andare a lavorare”.

Li per li mi sono messo a ridere.

Però poi la cosa mi ha fatto riflettere.

E’ il destino di ogni lavoratore medio acquistare e spendere per andare, ironicamente parlando, in prigione, ossia al lavoro.

Così ho deciso di sovvertire questa regola e mi sono detto: “Prendo l’auto per registrare un programma tv”.

Ho pensato al format, l’ho depositato alla Siae e mi sono accordato con Antenna Sud. Colgo l’occasione per ringraziare l’editore Distante che ha mostrato da subito interesse per le mie idee e per il mio modo di pensare e di fare tv“.

Prima intervista in auto: a chi?

All’ex calciatore del Brindisi e del Genoa Mino Francioso. Con il quale tra l’altro mi feci una foto quando avevo tredici anni.

Dopo la fine della registrazione della puntata gli ho detto: “Ora questa fotografia dove sembri un tronista ed io un filosofo senza una lira me la devi autografare…” . 

Un’intervista emozionante.

Mino è il bomber più prolifico di tutti i tempi del Genoa, ha addirittura segnato più gol di Pruzzo in rossoblu”. 

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Seguo Alvise sui Social da diverso tempo; è ammirevole la sua capacità di dibattere e di discernere sui temi più svariati, non solo calcistici ovviamente, con competenza ma soprattutto con leggerezza, nell’accezione positiva del termine.

Una leggerezza intellettuale, così mi viene da definirla, sia che si parli di una start-up per snellire i controlli di prevenzione del cancro o di come arginare patologie di dipendenza varie, sia che si tratti di dissertazioni letterarie o politiche o delle implicazioni in campo della Var.

Un connubio, in effetti, che mi ricorda un uomo, famoso per aver impersonato un noto Ragioniere, che è particolarmente caro ad Alvise.

Se penso a quale sia stato il personaggio che ho intervistato e che mi ha maggiormente arricchito dal punto di vista umano non ho dubbi: Paolo Villaggio. 

Con lui si era instaurato un bellissimo rapporto, così come con il nipote Andrea ala uale ogni anno mandavo copie dei miei libri. 

Paolo era una persona di una profondità immensa, capace di innamorarsi anche di un dialogo se ritenuto alto, intelligente e sveglio. 

Le sue parole sono per me come la coperta di Linus.

Il mio rammarico più grande è quello di non essere mai riuscito ad intervistarlo di persona ma sempre solo in tante interviste telefoniche…”.

A proposito di personaggi che non ci sono più, chiedo ad Alvise chi vorrebbe intervistare.

“Senza dubbio Omar Sivori. Ho sempre sognato di mangiare una frittata di cipolle, della quale andava matto, insieme a lui...” risponde divertito.

Chiudo chiedendo ad Alvise perché proprio la Juventus.

Per me la Vecchia Signora del calcio italiano significa gioventù.

Può sembrare una contraddizione in termini ma non lo è.

Rappresenta quello che mi ha rubato il mio Paese, perché in Italia essere giovani è una condanna ma mi sono riscattato con lei e con il mondo del pallone“.

Come a dire dando un calcio e riuscendo a segnare una rete.