Benny Nicolini: “Quella volta che Moggi mi telefonò…”

Le parodie e le caricature sono le critiche più acute“.

(A. Huxley)

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C’è Ronaldo che cammina sulle acque, estatico come i tifosi quando assistono ad un suo dribbling dalle movenze di un tanghero o ad un suo gol che sbaraglia l’avversario.

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C’è Dybala, la Joya, ritratto in una vetrina di preziosi, come la “gioia” più blasonata tra le gemme di un noto gioielliere newyorkese.

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C’è Massimiliano Allegri protagonista quasi kafkiano di una metamorfosi che lo trasforma in un ghignante Joker.

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Una comicità pungente in punta di matita quella di Benedetto Nicolini, in arte Benny, caricaturista che coniuga l’irriverenza intelligente con l’arte del sorriso e che ha all’attivo collaborazioni con “Libero”, il “Guerrin Sportivo”, “Tutto Sport”, il “Corriere dello Sport”.  e un libro “Firmamento Juve” del quale è co-autore.

Con Benny, modenese di nascita, torinese d’adozione, tifoso bianconero sin dall’infanzia,  ho fatto una chiacchierata alcuni giorni fa.

Mia mamma è sempre stata una donna sportiva e assolutamente juventina – mi racconta – ha conosciuto anche Sivori quando lavorava in un’agenzia di assicurazioni.

Il mio primo ricordo calcistico risale a Pietro Paolo Virdis che vedevo sul Guerrin Sportivo anche se la mia prima Juve è stata  quella di Platini, la Juventus della raffica di vittorie in Coppa Italia, Campionato, Coppa dei Campioni, Coppa Uefa ecc.

La mia prima volta allo stadio risale al stagione 1985/86, Juventus – Lecce partita di andata vinta per 4 – 0 con doppietta di Platini e Aldo Serena.

Ho seguito Platini durante i mondiali del 1982 così come gli Azzurri gruppo del quale facevano parte diversi calciatori juventini come Scirea, Cabrini, Tardelli, Rossi, Gentile, Causio, Zoff.

In ogni caso se dovessi scegliere un mio podio ideale  per motivi affettivi direi Platini, Zidane, Vialli“.

Hai conosciuto qualche giocatore tra i tanti,  quasi tutti a dire il vero,  che hai ritratto?

Quando lavoravo in Armando Testa avevamo come cliente Birra Moretti che utilizzò Ciro Ferrara come testimonial; preparo la caricatura che piace così tanto a Ferrara che mi chiede il permesso di utilizzarla per l’inaugurazione della sua seconda pizzeria torinese. A distanza di qualche anno, Ciro mi contatta per chiedermi di disegnare per la Fondazione Cannavaro – Ferrara che si occupa di sostenere progetti sociali a favore dei bambini e dei giovani.

Rivedrò sia Ferrara che Cannavaro il 29 maggio 2005 in occasione dei festeggiamenti per lo Scudetto; io sono sotto il pullman scoperto, loro mi intravedono e si sbracciano per salutarmi. E’ stato emozionante condividere con loro questo momento di festa“.

Chiedo a Benny quale sia stata la sua più grande delusione calcistica…

Sicuramente la finale di Coppa dei Campioni del 25 maggio 1983 tra la Juventus e l’Amburgo, vinta dai tedeschi per 1 a zero. Una delusione doppia: per la sconfitta indubbiamente ma anche perché io ero in punizione e non ho potuto seguirla…

Delusioni più recenti sono state invece la finale di Coppa Uefa del 2003 persa contro il Milan e lo scudetto del 2001 che avevamo praticamente già vinto ma che abbiamo perso per la decisione di Collina di  fare giocare  Perugia – Juventus in in un campo impraticabile…“.

Tornando alle caricature, mi incuriosisce sapere da Benny se qualcuno dei protagonisti del calcio da lui ritratti ha fatto rimostranze sulla sua “reinterpretazione”…

Luciano Moggi, ad esempio; mi telefonò ed io li per li pensai ad uno scherzo; criticò una mia caricatura che lo riguardava su un settimanale sportivo chiedendomi di fare un restyling inserendo più capelli e rimpicciolendo la testa. Alla fine è durata due giorni e si è tornati a quella originale…“.

E complimenti invece?

Da Barzagli ad esempio.

E da Marchisio  – precisa ridendo – che aveva sull’armadietto il mio poster celebrativo per il secondo scudetto di Conte realizzato per Tutto Sport. Peccato che sulla pagina Instagram di Claudio esce proprio quella foto e di conseguenza il mio lavoro prima che fosse pubblicato… 
Quest’estate ho ricevuto anche una telefonata dal capo comunicazione della Sampdoria che mi diceva che il presidente aveva apprezzato la caricatura pubblicata dal Corriere dello Sport e avrebbe gradito l’originale“.

Come vive il tifo Benny?

“In passato ero scalmanato, molto fisico, molto accalorato; negli ultimi anni sono più tranquillo, oggi ogni tanto magari mi perdo a filosofeggiare, diciamo così, sulla panchina di Allegri…“.

E magari ad avere folgorazioni ed ispirazioni acute…

 

 

 

 

Francesco Di Leonforte: “Quella volta che Mario Mandzukic…”

“La fotografia è una breve complicità tra la preveggenza e il caso”
(John Stuart Mill)

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Una complicità.

Ma anche un incontro fortuito e spesso furtivo.

Travolgente.

E’ proprio il termine più appropriato se si rischia di essere (letteralmente) travolti da un certo Marione…

Ma andiamo con ordine.

Francesco Di Leonforte è un fotografo free lance che vive in Romagna.

L’obiettivo è la sua passione.

Nel suo portfolio ( http://dileonforte.it)  figura l’immensa bellezza della Natura, il fascino di borghi storici arroccati, i sensuali movimenti che l’anima esprime con la danza.

Ma soprattutto lei, la Vecchia Signora del calcio italiano. Infatti Francesco da tempo si occupa anche di immortalare la Juventus, la sua squadra del cuore, in campo durante le partite.

Durante la nostra chiacchierata gli chiedo se è nata prima la passione per la fotografia o quella per i colori bianconeri. 

“Mi sono appassionato alla Juventus  – mi spiega –  sin dai primi anni di vita quando mio padre e gli amici, la domenica pomeriggio, ascoltavano la mitica radiolina con le voci inconfondibili di Ameri, Ciotti e Bortoluzzi in diretta dallo stadio; in quegli  anni abitavamo in Svizzera, a Martigny, e ricordo che in realtà la radio la si andava ad ascoltare in un punto preciso, dove c’era più segnale,  per cui eravamo soliti darci l’appuntamento al palo…
Erano anni in cui si scherzava bonariamente sulle proprie squadre del cuore, io Juventino, mio padre Interista…
Tornato in Italia da ragazzino ho iniziato a vivere il tifo con il Cesena, la domenica andavo in bicicletta allo stadio, anche sotto la pioggia.
Per quanto riguarda la fotografia ricordo i primi esperimenti in camera oscura, ai tempi delle elementari, e quanto ne rimasi colpito.
Ricordo ancora con una certa emozione la mia prima Reflex acquistata con i risparmi di alcuni lavoretti estivi.

Diciamo che quale passione sia nata prima non saprei bene dettagliarlo, sicuramente sono cresciute insieme parallelamente fino a convergere in età adulta”.

Tra uno scatto e un gol ci sono similitudini a livello emozionale?
 
“Il gol della propria squadra è sempre un emozione particolare – mi dice – un misto di gioia e compiacimento; e alcune volte queste caratteristiche si mescolano con la soddisfazione di aver ripreso nel modo giusto l’azione; spesso capita però che la velocità, l’azione caotica o altri fattori non permettono di raggiungere questo massimo risultato sempre ambito…  rimane comunque la soddisfazione della rete segnata dalla propria squadra, anche se pur essendo a bordo campo non vedo quasi mai la palla gonfiare la rete”.

 

Come sei arrivato a fotografare la Juventus e in cosa consiste nello specifico questa tua attività?
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“Ho seguito tutto l’iter specifico per essere autorizzato ad immortalare la squadra.
Del resto la mia attività di fotografo si svolge prevalentemente a livello sportivo come free lance agganciato ad alcune agenzie del settore.
In maniera prevalente seguo il calcio, in particolare la squadra locale del Cesena collaborando al sito tuttocesena.it.
Seguo anche il calcio femminile con il Ravenna Woman, la pallavolo, lo judo, la danza per testate giornalistiche locali.
Ovviamente tutte le volte che mi è possibile sono all’Allianz Stadium a seguire la Juventus, anche in trasferta, e le mie immagini vengono utilizzare da testate on line come juventino vero, juveastrestelle, stellebianconere”.
Non solo: le immagini di Buffon, Dybala, Higuian e soci sono finite su alcuni libri dedicati alla Juventus, come quelli di Roberto Savino (nome noto anche sul mio blog).
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Emozioni vissute fotografando in azione i fuoriclasse bianconeri?
“Le emozioni sono sempre forti nel seguire i propri beniamini a bordo campo ma col tempo ho imparato a controllarle.  
Ammetto che nelle due ultime semifinali di Champions League queste hanno preso il sopravvento, rischiando di compromettere a tratti le immagini prodotte.
Allo Stadium la mia postazione, confinata dietro ai pannelli pubblicitari, è sempre scelta dove c’è poca densità di colleghi per avere immagini da un punto di vista diverso e particolare.
Così è capitato di vedere esultare e riprendere Borriello davanti a me, unico fotografo in quella zona, proprio in Cesena – Juventus, partita resa famosa dal fantomatico pareggio dei bianconeri romagnoli.
Un altro momento che ricordo con piacere è stato quando costretto da uno zelante steward alle prime armi a non lasciare la mia postazione sono riuscito comunque a produrre una foto significativa che è diventata la copertina di “Travolgenti” di Roberto Savino.
Ma l’emozione più diciamo quasi impattante l’ho avuta quando Mario Mandzukic, dopo il gol contro lo Sporting Lisbona a pochi minuti dal termine, è venuto ad esultare dalla mia parte, scavalcando i pannelli pubblicitari e quasi investendomi… e Marione, come si sa, non è proprio di dimensioni contenute!”.
Cosa significa per te essere tifoso della Juventus?
 
“Essere juventino è difficilmente descrivibile;
essere  juventino significa avere una passione sin da bambino, la prima vera forma di passione per qualcosa nella vita, quel qualcosa che non andrà più via, da sostenere per sempre;

essere juventino significa avere il sangue bianco e nero che scorre nelle vene;

essere juventino significa sentire il cuore battere a mille e stare lì a guardare la favola più grande, la storia più bella, la leggenda più incredibile…

essere juventino vuol dire amare la propria squadra, appoggiarla nella sconfitta ed esaltarla nella vittoria.

Essere juventino è un onore e un privilegio.

Vivere una tale passione è complesso, soprattutto negli ultimi anni in cui l’atmosfera si è surriscaldata, un po’ per le continue vittorie, ma quello che rimane è la soddisfazione personale di vivere le emozioni…”.

Perché nel calcio, in fondo, si è “catturati” esattamente come avviene con una fotografia d’autore…

 

 

Il goleador e la ballerina…

Possiamo lamentarci perché i roseti hanno le spine o rallegrarci perché i cespugli spinosi hanno le rose. Dipende dai punti di vista“.
(Abraham Lincoln)

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Sono sempre i punti di vista a rendere ogni volta diversa una storia.

Ossia le angolazioni dalle quali ognuno di noi osserva.

Alcuni giorni fa è morto Antonio Valentin Angelillo, il goleador da record, l’astro argentino arrivato in Italia, arruolato dall’Inter, dopo i fasti nel Boca Juniors, sul finire degli anni ’50.

Una storia che mi ha incuriosita, al di la degli indubbi meriti sportivi di Angelillo.

Mi ha incuriosita soprattutto per i dissapori tra la mezzala e il suo allenatore, Helenio Herrera; dissapori celati da tecnicismi e incomprensioni tra fuoriclasse in campo e mister in panchina in realtà dettati soprattutto da una storia… d’amore.

Angelillo arriva nel Bel Paese fortemente voluto dal presidente Angelo Moratti che però inizialmente rimane deluso dalle prestazioni non idilliache dell’astro argentino che pare spaesato e malato di nostalgia.

Come in un feuilleton dalle atmosfere nebbiose, dove manca il sole e la passione delle terre del Fuoco.

Per risolvere l’empasse Moratti arriva ad incaricare alcuni compagni di squadra affinché    portino il malinconico Antonio a svagarsi.
Ed è proprio durante una di queste serate che l’argentino rimane letteralmente folgorato da una ballerina di un anonimo night, Ilya Lopez, nome d’arte di Attilia Tironi.

Talmente folgorato e ringalluzzito che da li in poi inizia nuovamente a segnare a raffica sino a stabilire un record: i 33 gol (tra cui una cinquina alla Spal), che gli permisero di stabilire un record per i tornei di Serie A a 18 squadre; non solo: con 39 reti complessive, Angelillo eguagliò il primato stagionale di gol realizzati con la maglia dell’Inter (appannaggio, fino a quel momento, di Giuseppe Meazza).

Tutto pare rimettersi nel migliore dei modi almeno sino all’arrivo in squadra del nuovo allenatore Herrera.

Le cronache del tempo narrano che i due non si presero in simpatia sin dal loro primo incontro: l’allenatore non amava i fuoriclasse e tacciava Antonio di essere un viziato, troppo indipendente e una prima donna (anche se in effetti non era del tutto vero).

Ma in realtà  le ragioni del disappunto dell’allenatore, al di là dei motivi tecnici, erano  soprattutto di altra ragione; vale a dire il successo che Angelillo aveva con le donne, mal digerito dal Mister invidioso.

Dell’amore appassionato e forte che legava l’argentino alla sua ballerina, descritto teneramente dalla penna di Gianni Brera, Herrera tratteggiò invece uno scenario ben diverso, il che contribuì a rendere la frattura tra lui e il giocatore insanabile.

Come sempre di ogni storia noi cogliamo sfumature diverse.

Questa è quella che oggi mi andava di raccontarvi.

 

 

Dario Ghiringhelli: “Quando si è una pecora bianconera in famiglia…”

Cominciare una rivoluzione è facile, è il portarla avanti che è molto difficile“.
(Nelson Mandela)

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Unite una (piccola) rivoluzione alla tenacia e soprattutto alla resistenza ed otterrete le basi di una solida fede calcistica.

Mi è venuta in mente questa equazione  intervistando nei giorni scorsi Dario Ghiringhelli, professore di Scienze presso un liceo scientifico torinese e, tra le altre cose, conduttore del format Top Com sul canale Top Planet.

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Sono la pecora bianconera della famiglia – mi racconta  – mio padre e mio fratello hanno iniziato l’opera di persuasione per farmi convertire alla fede Granata  sin da piccolo, persino con un abbonamento allo stadio. 

Non sono riusciti a scardinare la mia devozione per la Juventus ma in compenso questa loro “interferenza” mi ha permesso di mantenere una certa sportività”.

La devozione di Dario è dovuta ad una folgorazione conseguente l’aver visto giocare “Le Roi” Platini, uno dei suoi miti calcistici.

Anche se indubbiamente il suo preferito rimane pur sempre Alex Del Piero e già solo a nominarlo gli si disegna in volto un sorriso estatico…

Ricordo uno dei momenti più belli che ho vissuto allo stadio,  la partita Juventus – Fiorentina nel 1994 con il gol di Del Piero, un colpo di destro che ha acceso il Delle Alpi…”.

Una magia che completò la rimonta dallo 0 – 2 al 3 – 2 che non a caso è stato eletto  dai tifosi  il gol  più bello dei 120 anni della Juventus.

E sempre a Del Piero è legato un altro momento molto emozionante, seppure con  una connotazione diversa: il  ritiro del campione, nel maggio del 2012.

Ricordo con precisione che ha lasciato la partita venti minuti prima che finisse, partita che ovviamente è proseguita ma i tifosi hanno smesso di seguirla, concentrati solo su di lui che continuava a fare il giro del campo…“.

Il calcio occupa una parte importante della vita di Dario; da quattro anni è redattore di “Spazio J” nel quale ha esordito con la rubrica “Le voci della Nord” in cui raccontava le partite vissute dalla curva; è la voce radiofonica di “Diario Bianconero” in onda su Radio Stella Piemonte; e uno degli opinionisti, come già detto, di Top Com.

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Opinionista ma soprattutto tifoso: “Nel tifo sono come nella quotidianità extra calcistica – precisa – cerco di essere sempre pro e mai contro; non concepisco ad esempio fischiare i propri calciatori nella sconfitta anche perché è impossibile vincere sempre. 

Sono 21 anni che ho l’abbonamento allo stadio e la cosa che maggiormente mi infastidisce è vedere i bambini imbeccati dai padri che insultano l’arbitro o gli avversari”.

Il calcio andrebbe condiviso e non fomentare “divisioni” insomma:

Si, come quella volta in Champions contro il Glasgow quando con  noi in curva c’erano i loro tifosi… tranquillamente e senza problemi“.

Quando lo dico io mi danno della sognatrice… ma non si dice forse che se si  sogna  da soli è solo un sogno ma se i sogni sono condivisi è la realtà che comincia?

 

 

 

 

 

 

 

“Nel calcio le donne non serve che scrivono bene…”

Sabato 25 novembre si è celebrata la giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

Ci sono varie forme di violenza, ovviamente.

Le più devastanti sono quelle fisiche perché minano il corpo ma contemporaneamente anche la mente,  la psiche,

Le più subdole, quelle che forse fanno meno notizia, sono quelle verbali.

Della categoria fanno parte non solo gli insulti e le cattive parole ma anche le allusioni.

 

Pochi giorni fa, ed è solo l’ultima, avevo programmato un’intervista con un ex allenatore e dirigente di Società calcistica; contatti solo telefonici, molto formali e gentili.

Di sicuro, dalle premesse, non avrei immaginato di sentirmi dire: “Le donne nel calcio non serve che scrivono bene…”. Vi risparmio il sorrisetto malizioso, svanito purtroppo per lui nel momento in cui ho girato i tacchi.

Le mie colleghe di Golditaccoaspillo hanno molta più esperienza sul campo di me e collezioni di perle di saggezza talmente imbarazzanti che, tanto per fare un esempio calzante con il calcio, Tavecchio in confronto è un dilettante.

Ma le allusioni sono sempre in agguato; colpiscono spesso gratuitamente e senza neppure uno straccio di fondamento.

I Mondiali di calcio 2018 c’è li siamo giocati.

Ma ci sono ancora quelli del calcio femminile con la nostra Nazionale guidata da Bertolini che sarà protagonista.

Una constatazione ma soprattutto un orgoglio nazionale, sportivo, femminile.

Non lo è probabilmente per molti a giudicare dalle frecciatine che si colgono in Rete; e non lo è sicuramente per chi, sulla pagina Twitter di Golditacco ci ha risposto, a proposito di un nostro articolo che parlava delle Azzurre del calcio, che “il calcio non è un gioco per signorine #sapevatelo”.

Mi sorge un dubbio se la lapidaria affermazione sia riferita alle giocatrici, a noi della redazione o ad entrambe le opzioni.

Una triplice scelta, insomma, come la schedina: 1-2-X.

O una triplice sventura che si riconduce essenzialmente ad una: continuare a considerare le donne limitate.

 

Al massimo un bell’oggetto ornamentale.

Oggetto. E non aggiungo altro.

 

 

Roberto Scarnecchia: in campo… la cucina

Tutto ciò che viene dalla mia cucina è cresciuto nel cuore
(Paul Eluard)

Ho intervistato Roberto Scarnecchia per Golditacco.it in occasione di un Riconoscimento del quale sarà insignito in quanto ex calciatore di spicco del calcio romano di Serie A.

La sua storia mi ha molto incuriosita, ed è una storia singolare di passioni forti che si rincorrono alimentandosi spesso a vicenda; ma è anche un ritorno alle origini come vedrete.

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In questa storia la divisa è una costante.

Cambiano i colori ma non il fatto che sancisce un’appartenenza affettiva e sottintende preparazione, passione e una certa adrenalina messa in gioco.

110 presenze nella massima serie nel ruolo di centrocampista, dal 1977 al 1985, Scarnecchia ha vestito per cinque stagioni la maglia della Roma (vincendo due Coppa Italia), la sua città, e a seguire quelle del Napoli, del Pisa, del Milan per concludere poi la carriera calcistica con due stagioni nel Barletta (la prima in C1 e la seconda in Serie B).

Nel suo recente passato c’è anche una carriera come allenatore (dal Seregno al Voghera sino al Derthona) e un presente, tra le altre cose, come opinionista e commentatore televisivo (nel format Mister Chef in onda sul canale 123 di Sky).

Ma il vero punto di svolta per Roberto è avvenuto dopo aver seguito un Master di Cucina negli Stati Uniti…

Provengo da una famiglia che si è sempre occupata di ristorazione  e sin da bambino stavo in cucina con mamma e nonna.

Anche ai tempi in cui giocavo nella Roma i miei compagni venivano spesso a mangiare da me, lodando i nostri piatti e facendo onore alla nostra idea di cucina, tradizionale.

Ricordo Ancelotti lanciatissimo soprattutto sulle paste e quanto fosse gettonata da tutti la frittata di zucchine e patate…

Sul finire degli anni ‘90, quando mio padre ha aperto un locale alla Romanina, sono diventato aiuto cuoco dimostrando di avere una certa capacità e duttilità ai fornelli.

Il Master mi ha consentito di diventare Executive Chef ed di capire che il talento è necessario ma va comunque indirizzato con molta fatica ed umiltà”.
Conclusa l’esperienza al Marina Place di Genova, attualmente Roberto gestisce due locali a Roma (un terzo è di prossima apertura); una delle sue creature, dove è Resident Chef, si chiama “Undici” come il numero della maglia con la quale giocava e come, ovviamente, il numero di giocatori in campo.

Il mio tipo di cucina è sensoriale, si mangia con tutti e cinque i sensi ed è importante che uno chef non lo dimentichi nella sua evoluzione; è improntata sulla tradizione, sul suo valore e sulla storia che ha in se. Penso a quanta poesia, a quanti ricordi ci possono essere in una Carbonara o in un piatto di Tonnarelli Cacio e Pepe, una delle mie specialità”.

Chiedo a Roberto se ci sono delle similitudini tra allenare una squadra di calcio e la gestione di una brigata di cucina:

Moltissime.

Il progettare la linea della preparazione dei piatti corrisponde all’allenamento prima della partita. SI tratta in entrambi i casi di strategie. Poi il servizio è simile alla partita giocata; un’ora e mezza di tensione e di adrenalina ma anche di divertimento, di passione.
E in ogni caso serve la capacità di fare squadra, il rispetto della gerarchia, sia in campo che in cucina.
La differenza sta nel fatto che chi mangia ha sempre il sorriso, chi assiste ad una partita non sempre…”.

Ma oggi il calcio che ruolo ha nella vita di Roberto?

“Sono rimasto molto vicino alla Roma, il calcio è un mio grande amore così come lo è la cucina; seguo come tifoso e in generale seguo anche il Napoli e il Milan dove ho militato. Ma grazie al format “Mister Chef”, dove lego le mie due anime, il calcio e i fornelli, continuo in un certo senso a scendere in campo ogni settimana”.

Segnando gol di… palato.

Riccardo Rendini: “Allenare non riguarda solo insegnare a calciare…”

Allenare significa affrontare una serie infinita di sfide: la maggior parte di esse ha a che vedere con la fragilità dell’essere umano”.
(Alex Ferguson)

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Si dice che tutti sono allenatori al bar così come tutti sono medici nella sala d’aspetto di un dottore ecc. ecc.

Un luogo comune pensarlo?

Credo neppure troppo, soprattutto per quanto riguarda il calcio, lo sport prediletto del Bel Paese; è normale intercettare, il mattino dopo una partita, commenti più o meno pungenti verso l’allenatore, tra un caffè e un morso al croissant.

Di solito se la squadra del cuore è vittoriosa, l’allenatore viene santificato.

Se è perdente, viene affossato con interminabili “Io avrei messo Tizio come ala, Caio come punta, il 4 – 2 – 3 – 1 è improponibile” e via dicendo.

L’allenatore è una figura ambivalente, un pò come l’arbitro: colpevole a seconda del risultato finale.

Semplificando molto, il primo sbaglia se perde. Il secondo sbaglia se non bastona in qualche modo (cartellino giallo, rosso, rigore) gli avversari.

Il mestiere di allenatore è comunque piuttosto ambito.

E non solo da chi ha un passato come calciatore ma sicuramente anche da chi è appassionato di calcio e di strategia.

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Come Riccardo Rendini, allenatore ventottenne trasferito a Torino, che per descrivere il suo rapporto con il mondo del pallone mi cita il grande Diego Armando Maradona: “Lui ha detto: “Se stessi ad un matrimonio con un vestito bianco e piombasse un pallone infangato, lo stapperei di petto senza pensarci”.

Il mio amore per il calcio è nato quando avevo nove anni, partecipando ad un torneo Under 12 organizzato dalla chiesa del mio paese, a Cisternino, in provincia di Brindisi.

Non avevo ancora le basi tecniche e infatti persi la finale con la mia squadra ma vinsi il mio primo riconoscimento come miglior giocatore del torneo.

Dopo questa esperienza obbligai mio padre ad iscrivermi nella scuola calcio del mio paese; è stato un periodo molto proficuo, passavo tutto il mio tempo libero a calciare, a casa, in giardino, in piazza con gli amici, una sorta di ossessione tanto che ero stato soprannominato “Riccardo il calciatore”…”.

Ma come nasce l’interesse e la decisione di diventare allenatore di calcio?

Nella mia crescita calcistica ho avuto la fortuna di aver avuto un Mister che non solo è riuscito a migliorarmi come calciatore ma soprattutto è riuscito a trasmettermi  la passione per il calcio a 360°. Era molto metodico e mai banale nelle esercitazioni, aveva un carisma che lo rendeva leader, riuscendo sempre ad insegnarci qualcosa.

Era molto preparato dal punto di vista tecnico e medico e da lui ho imparato alcune tecniche per prevenire e curare fastidi che solitamente hanno i calciatori.

Sempre grazie a lui ho iniziato ad osservare con pù attenzione la figura dell’allenatore.

Verso i sedici anni ho iniziato a documentarmi su you tube, a chiedere le sedute cartacee al mio mister, a giocare con videogiochi manageriali  come “Football Manager” ed ho approfondito tutto ciò che riguarda il lavoro settimanale del calciatore.

Dopo il Liceo mi sono trasferito a Torino per studiare Giurisprudenza e per vari motivi ho smesso di giocare a calcio ma la passione continuava ad essere talmente smisurata che nel 2015 ho preso il primo patentino per allenatori (Uefa C) che mi permette di allenare tutte le squadre di settore giovanile professionisti compresi.

Quest’anno poi ho completato la prima parte della mia abilitazione con il conseguimento del patentino Uefa B che mi permette di allenate fino alla Serie D come p’rimo allenatore e allenatore in seconda in C;  ovviamente sogno di diventare un professionista ma è un cammino molto difficile per chi non ha avuto una grandissima carriera da calciatore...”

Intanto Riccardo ha mosso i primi passi d’allenatore nell’Atletico Torino, società che attualmente milita in Eccellenza: “Poi ho iniziato una collaborazione con una società che aiutava l’integrazione dei ragazzi stranieri ma mancavano le basi organizzative per la gestione di una simile realtà”.

Quali sono state le maggiori difficoltà e le più grandi soddisfazioni?

Sicuramente nel settore giovanile la problematica maggiore è legata anche alla gestione del genitore che a volte è aggressivo, per volontà di fare emergere ad ogni costo il proprio figlio; poi ci sono le problematiche dei ragazzi dovuti all’età, a certe situazioni famigliari ecc. 

La mia più grande soddisfazione è quella di riuscire a finire le stagioni sportive con risultati  legati si al campo ma anche alla crescita personale e sportiva dei ragazzi che alleno. Soprattutto riuscire a far fare squadra, senza emarginazioni“.

Riccardo è ovviamente anche un tifoso…

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Sono Juventino – mi dice – e il mio amore per i colori bianconeri è nato con la finale di Champions vinta nel 1996 contro l’Ajax allo Stadio Olimpico di Roma.

Ricordo alla perfezione la parata di Peruzzi, il rigore finale di Jugovic, le urla di gioia sul balcone di casa con tanto di vicini allarmati e mia madre che mi diceva di smetterla di fare tutto quel caos per una partita…

La Juventus mi è entrata nel cuore non solo per le vittorie manche per la sua storia, che è poi anche la storia della famiglia Agnelli e di un pezzo importante dell’economia del nostro Paese.

Da quando vivo a Torino posso seguire la Juventus allo stadio e ogni volta che entro è come fosse la prima per le emozioni che vivo.

Per indole non ho un calciatore preferito ma sono sempre stato legato alla squadra nella sua totalità; però ammiro tutti coloro che fanno la storia bianconera e in questo vedo in Claudio Marchisio quello che Paolo Maldini è stato per il Milan e Francesco Totti per la Roma“.

Partita memorabile, invece, per essere stata la più grande delusione?
La finale di Champions persa all’Old Trafford contro il Milan nel 2003, soprattutto per come abbiamo perso immeritatamente dopo aver superato il Barcellona ai quarti e il Real Madrid in semifinale…“.

Parola (e analisi) di allenatore.