Francesco Di Leonforte: “Quella volta che Mario Mandzukic…”

“La fotografia è una breve complicità tra la preveggenza e il caso”
(John Stuart Mill)

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Una complicità.

Ma anche un incontro fortuito e spesso furtivo.

Travolgente.

E’ proprio il termine più appropriato se si rischia di essere (letteralmente) travolti da un certo Marione…

Ma andiamo con ordine.

Francesco Di Leonforte è un fotografo free lance che vive in Romagna.

L’obiettivo è la sua passione.

Nel suo portfolio ( http://dileonforte.it)  figura l’immensa bellezza della Natura, il fascino di borghi storici arroccati, i sensuali movimenti che l’anima esprime con la danza.

Ma soprattutto lei, la Vecchia Signora del calcio italiano. Infatti Francesco da tempo si occupa anche di immortalare la Juventus, la sua squadra del cuore, in campo durante le partite.

Durante la nostra chiacchierata gli chiedo se è nata prima la passione per la fotografia o quella per i colori bianconeri. 

“Mi sono appassionato alla Juventus  – mi spiega –  sin dai primi anni di vita quando mio padre e gli amici, la domenica pomeriggio, ascoltavano la mitica radiolina con le voci inconfondibili di Ameri, Ciotti e Bortoluzzi in diretta dallo stadio; in quegli  anni abitavamo in Svizzera, a Martigny, e ricordo che in realtà la radio la si andava ad ascoltare in un punto preciso, dove c’era più segnale,  per cui eravamo soliti darci l’appuntamento al palo…
Erano anni in cui si scherzava bonariamente sulle proprie squadre del cuore, io Juventino, mio padre Interista…
Tornato in Italia da ragazzino ho iniziato a vivere il tifo con il Cesena, la domenica andavo in bicicletta allo stadio, anche sotto la pioggia.
Per quanto riguarda la fotografia ricordo i primi esperimenti in camera oscura, ai tempi delle elementari, e quanto ne rimasi colpito.
Ricordo ancora con una certa emozione la mia prima Reflex acquistata con i risparmi di alcuni lavoretti estivi.

Diciamo che quale passione sia nata prima non saprei bene dettagliarlo, sicuramente sono cresciute insieme parallelamente fino a convergere in età adulta”.

Tra uno scatto e un gol ci sono similitudini a livello emozionale?
 
“Il gol della propria squadra è sempre un emozione particolare – mi dice – un misto di gioia e compiacimento; e alcune volte queste caratteristiche si mescolano con la soddisfazione di aver ripreso nel modo giusto l’azione; spesso capita però che la velocità, l’azione caotica o altri fattori non permettono di raggiungere questo massimo risultato sempre ambito…  rimane comunque la soddisfazione della rete segnata dalla propria squadra, anche se pur essendo a bordo campo non vedo quasi mai la palla gonfiare la rete”.

 

Come sei arrivato a fotografare la Juventus e in cosa consiste nello specifico questa tua attività?
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“Ho seguito tutto l’iter specifico per essere autorizzato ad immortalare la squadra.
Del resto la mia attività di fotografo si svolge prevalentemente a livello sportivo come free lance agganciato ad alcune agenzie del settore.
In maniera prevalente seguo il calcio, in particolare la squadra locale del Cesena collaborando al sito tuttocesena.it.
Seguo anche il calcio femminile con il Ravenna Woman, la pallavolo, lo judo, la danza per testate giornalistiche locali.
Ovviamente tutte le volte che mi è possibile sono all’Allianz Stadium a seguire la Juventus, anche in trasferta, e le mie immagini vengono utilizzare da testate on line come juventino vero, juveastrestelle, stellebianconere”.
Non solo: le immagini di Buffon, Dybala, Higuian e soci sono finite su alcuni libri dedicati alla Juventus, come quelli di Roberto Savino (nome noto anche sul mio blog).
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Emozioni vissute fotografando in azione i fuoriclasse bianconeri?
“Le emozioni sono sempre forti nel seguire i propri beniamini a bordo campo ma col tempo ho imparato a controllarle.  
Ammetto che nelle due ultime semifinali di Champions League queste hanno preso il sopravvento, rischiando di compromettere a tratti le immagini prodotte.
Allo Stadium la mia postazione, confinata dietro ai pannelli pubblicitari, è sempre scelta dove c’è poca densità di colleghi per avere immagini da un punto di vista diverso e particolare.
Così è capitato di vedere esultare e riprendere Borriello davanti a me, unico fotografo in quella zona, proprio in Cesena – Juventus, partita resa famosa dal fantomatico pareggio dei bianconeri romagnoli.
Un altro momento che ricordo con piacere è stato quando costretto da uno zelante steward alle prime armi a non lasciare la mia postazione sono riuscito comunque a produrre una foto significativa che è diventata la copertina di “Travolgenti” di Roberto Savino.
Ma l’emozione più diciamo quasi impattante l’ho avuta quando Mario Mandzukic, dopo il gol contro lo Sporting Lisbona a pochi minuti dal termine, è venuto ad esultare dalla mia parte, scavalcando i pannelli pubblicitari e quasi investendomi… e Marione, come si sa, non è proprio di dimensioni contenute!”.
Cosa significa per te essere tifoso della Juventus?
 
“Essere juventino è difficilmente descrivibile;
essere  juventino significa avere una passione sin da bambino, la prima vera forma di passione per qualcosa nella vita, quel qualcosa che non andrà più via, da sostenere per sempre;

essere juventino significa avere il sangue bianco e nero che scorre nelle vene;

essere juventino significa sentire il cuore battere a mille e stare lì a guardare la favola più grande, la storia più bella, la leggenda più incredibile…

essere juventino vuol dire amare la propria squadra, appoggiarla nella sconfitta ed esaltarla nella vittoria.

Essere juventino è un onore e un privilegio.

Vivere una tale passione è complesso, soprattutto negli ultimi anni in cui l’atmosfera si è surriscaldata, un po’ per le continue vittorie, ma quello che rimane è la soddisfazione personale di vivere le emozioni…”.

Perché nel calcio, in fondo, si è “catturati” esattamente come avviene con una fotografia d’autore…

 

 

LA CONSAPEVOLEZZA DI ESSERE TIFOSA: OVVERO DI IERI ALL’ALLIANZ STADIUM

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(Grazie a Francesco Di Leonforte per la gentile concessione delle due immagini sovrastanti)

E’ ciò che pensiamo di conoscere già che ci impedisce sovente di conoscere“.
(Claude Bernard)

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Come in un film.

Così mi sono sentita ieri varcando le porte dell’Allianz Stadium per assistere alla prima partita dal vivo della mia vita.

Un film del quale ho scritto mentalmente la trama, ma alla fine gli sceneggiatori hanno fatto il loro lavoro di revisione e la regia magistralmente ha chiuso il cerchio.

Immaginare qualcosa che non si è mai vissuto richiede competenze di base sulla questione; nel mio caso ho creduto erroneamente che un pò di letteratura sull’argomento e le partite viste in tv facessero di me non un’esperta ma almeno una conoscitrice.

Per carità.

Sono sempre dell’idea, forse l’ho già detto,  che il miglior giudizio è non avere giudizi, ancor peggio pregiudizi.

Eppure sono sempre in agguato.

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Il primo mi è venuto incontro dopo che, ancora in estasi dall’essermi trovata faccia a cemento con l’esterno dello stadio, mi sono resa conto che internamente non è così ciclopico come credevo, e di conseguenza è caduto quel pregiudizio secondo il quale, vedendo i calciatori microscopici, le partite si vedono meglio in televisione.

Macché.

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Giudizi a parte,  soprattutto non avevo assolutamente chiaro, almeno sino a quando non mi sono ritrovata in piedi a tifare sugli spalti della curva sud, con i sandali a mollo dopo aver rovesciato un bicchierone d’acqua per la foga, il coinvolgimento che fa di chiunque un tutt’uno con gli altri.

Poco importa se questi altri sono più giovani o più anziani di te; se li conosci personalmente oppure no; se sono uomini, donne, ragazzi, ragazze, bambini.

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Se arrivano allo stadio con la maglietta ufficiale o con quella ufficiosa, personalizzata e riciclata in modo saggio e divertente, o se indossano a nome di un amore eterno la maglia di qualche leggenda juventina come Del Piero.

Se ingannano il tempo addentando paninoni ripieni che io, intollerante allo lievito, mi sogno ed invidio, se fanno pronostici in modo colorito, se chiamano gli amici per sbeffeggiarli un pò dicendo orgogliosi: “Sono qui”.

Ed io penso, con loro: “Faccio parte della ciurma che sostiene la squadra”.

“Sono io stessa la squadra” (un filino esaltata…)

Noi tifosi SIAMO.

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Siamo gli irriducibili della sigaretta, fumata nervosamente prima per ingannare l’attesa, durante per arginare la tensione, dopo per festeggiare o per stemperare la delusione (che per fortuna con un trionfale 3 a 0 contro il Cagliari ieri non c’è stata… evviva!).

Siamo i “motivatori” muscolosi a petto nudo che in teoria aiutano a non perdere la concentrazione sul tifo (in teoria…); siamo i tifosi in manica di camicia, rigorosi, che sembrano quasi imperturbabili ma basta un gol mancato o un fallo subito e via, si ringalluzziscono anche loro; siamo di volta in volta arbitri, attaccanti, difensori, portieri, allenatori, almeno a parole ed intenzioni; siamo chi sventola bandiere, chi usa le sciarpe come striscioni, chi salta e chi si commuove, chi si arrabbia e chi gioisce.

Siamo pronti a ringalluzzirci senza remore e senza timidezza.

Anche io, ovviamente.

Nel momento in cui è partito l’inno ufficiale della Juventus, incurante di stonare, avere un pessimo accento e sentirmi con la verve canora di Topo Gigio in “Cosa mi dici mai” ci ho dato dentro con le corde vocali.

Ma il meglio di me, tifosamente parlando, è venuto fuori quando la squadra ha segnato i tre gol: è in quei tre momenti che ho capito sino in fondo che l’esultanza sarà si contagiosa ma deve venire da dentro, principalmente.

E la ola ai tre goleador l’avrei fatta anche se fossi stata la SOLA spettatrice, anzi TIFOSA, dello stadio.

Esattamente come il salto con perfetta ricaduta sui tacchi (li ho messi anche allo stadio, lo so, sono incorreggibile…) che ho eseguito a fine partita, insieme alla mia squadra.

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