Adrien Rabiot, autoritratto con dedica (a Bonucci)

66240579_10217320116189147_6764081554235850752_n.jpgSi chiama illuminazione.

Quella luce improvvisa che colpisce la mente suscitando un’ispirazione, un rimando, un richiamo.

Io l’ho avuta giorni fa, all’arrivo nella città del Bicerin e dei Giandujotti del primo acquisto formale ed importante della Juve di Maurizio Sarri (Ramsey era già in cantiere da tempo e Pellegrini è un talento in formazione…).

All’arrivo di Adrien Rabiot – Provost insomma.

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Bien arrivé à Turin 👍🏼🇮🇹

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Nonostante la camicia Lacoste color becco d’oca, lo zaino arabescato e i capelli stranamente composti, la mia illuminazione è stata la pittura vittoriana.

Adrien ha nei tratti e nella chioma lunga ed indomabile l’allure di un soggetto preraffaellita, nostalgico ed immaginifico, a tratti iconico come il decadentismo di cui è una branca tanto che il biondino made in France mi ha persino ricordato il distacco aristocratico e le movenze eleganti di Dorian Gray.

Se sia l’inizio di una folgorazione emotiva (da parte mia soltanto, ovviamente) lo dirà il tempo ma intanto sono andata a spasso per la Rete per scoprire qualcosa di più del riccioluto Duca (come lo chiamano i tifosi del PSG) e del dinoccolato Poupou (come lo chiamano gli amici).

Ed ho trovato spunti e suggestioni interessanti.

“La Juventus? Il mio preferito è Bonucci” (2017)

In un’intervista che Adrien ha rilasciato nell’ottobre del 2017 a “Extra Time”, incalzato a proposito della concreta possibilità per il PSG di vincere la Champions League, Rabiot parla della Juventus: “Sulla carta possiamo essere inseriti tra i favoriti, ma le partite vanno giocate. E la Juventus, per esempio, ha disputato due finali negli ultimi tre anni: ha quell’esperienza che forse a noi manca ancora un po’. E si sono rinforzati bene, anche col mio ex compagno Matuidi“.

Alla domanda se ha qualche giocatore bianconero preferito, Adrien risponde: “Non gioca nel mio ruolo e ormai ha lasciato i bianconeri. Mi piace molto Bonucci, per lo stile ma anche per lo spirito da leader che riesce a trasmettere ai compagni”.

Curioso come in tempi non sospetti Rabiot manifestasse una certa ammirazione per la Madama e per alcuni suoi calciatori con i quali tra l’altro condividerà la prossima stagione.

Due volte fuori rosa per colpa di… maman

A proposito di Dorian Gray, Oscar Wilde suggerisce al suo protagonista che le buone influenze non esistono. Concetto che ovviamente non si può assolutizzare ma, almeno per quanto riguarda il calcio, ho trovato vagamente pertinente a proposito dell’influenza della mamma-procuratrice Véronique.

Nel 2008, per soli sei mesi, Adrien ha giocato nell’Academy del Manchester City prima che i dissidi tra la mamma e la dirigenza del club, che non tollerava più le continue interferenze della signora nella scelta dello staff tecnico, costringessero il calciatore a ritornare a Parigi.

Non che le cose siano andate per il verso giusto con il PSG, anzi, la battaglia personale di Veronique con il club parigino ha coinvolto Adrien in una sorta di faida durata anni che gli è costata sospensioni di stipendi, trasferimento al Toulouse per calmare le acque e ben due sospensioni dalla rosa del PSG nonostante le sue ottime prestazioni in campo e i suoi comportamenti ineccepibili in allenamento.

Veronique impone di far giocare il figlio da mezzala dichiarando che il suo Poupou “non è un regista, non mi piace vederlo lì”

Veronique tratta di nascosto con altri club (come il Monaco ma le sue pretese sono troppo esose e vengono rimandate al mittente), rilascia interviste di fuoco, arriva addirittura ad accusare il club parigino di tenere il figlio in ostaggio quando esclude una cessione e si rivolge al Ministro del Lavoro e a quello dello Sport per avere un aiuto a “liberare” Adrian.

Il povero Poupou ha una mamma forse un pò ingombrante che speriamo a Torino si ridimensioni

La doppietta dedicata ad un tifoso particolare

Nel 2007 Adrien ha dodici anni, è un ragazzino dalle gambe lunghe e dal fisico esile, vive a pochi km da Camp de Loges, il centro di allenamento del PSG. Gioca a calcio nelle giovanili del Creteil – Lusinatos dimostrando di avere doti indubbie, come quella di essere estremamente rapido nei movimenti con la palla al piede.

Il 2007 è l’anno in cui Adrien sente parlare per la prima volta della Sindrome Locked – in.

Il papà Michel in seguito ad un ictus si risveglia cosciente ma intrappolato in un corpo che non riesce più a svolgere le sue funzioni; comunica soltanto attraverso il battito delle palpebre.

Viene ospedalizzato ad Auxerre, stranezze della vita la stessa località nella quale nel 2011 Adrien giocherà contro la squadra locale la sua prima partita da titolare del PSG, un’amichevole tra Under 19 con un tifoso particolare a bordo campo: il papà sulla sedia a rotelle, il papà da sempre tifoso del club parigino, il papà che forse neppure si accorge di avere il volto rigato dalle lacrime quando il suo Poupou segna una doppietta agli avversari e in entrambe le volte si gira verso di lui esultando.

Credo di non essere smentita se dico che questa è stata e sarà la sua doppietta più significativa. Dedicata al papà che non c’è più.

Idoli calcistici 

Zidane e Gerrard.

Si ispira proprio a Zidane cercando di imitarlo quando inizia ad allenarsi nei campetti della periferia parigina.

Di Gerrard dice: “E’ diventato una bandiera del suo club, il Liverpool, ed in campo riusciva ad essere un grande trascinatore, un vero guerriero, un grande giocatore”.

Carattere “Sturm und drang”

Rabiot è stato spesso etichettato come un giocatore dal grande talento ma dal carattere difficile, capriccioso, impulsivo.  Alcuni suoi atteggiamenti, enfatizzati dalla stampa specializzata, non sono piaciuti alla tifoseria del PSG, in particolare a quella più calda del Collectif Ultras Paris: da idolo degli inizi ha finito con l’essere poco amato. Non sono piaciute certe sue dichiarazioni come quando ha affermato pubblicamente di non voler giocare come centrocampista offensivo; o la volta che in Nazionale, in Bulgaria, ha detto di temere che il freddo gli causasse infortuni durante un match nel quale avrebbe dovuto prendere il posto di Kanté. Ancora meno è piaciuto il suo atteggiamento dopo la sconfitta del PSG agli ottavi di finale di Champions contro il Manchester United, lo scorso marzo; a poche ore dalla disfatta, Rabiot posta sulla sua pagina Instagram un video in cui fa festa con gli amici ma soprattutto mette un like di troppo al post di Evra nel quale l’ex capitano dello United si complimenta con la squadra per il passaggio del turno.

Viene messo fuori rosa e sospeso a tempo indeterminato, e questa volta a causa della sua ingenuità.

Di base sono un tipo tranquillo ma posso innervosirmi rapidamente soprattutto se vedo ingiustizie” dirà invece commentando i due “incontri da ring” di un paio di anni fa con Ibrahimovic in seguito a screzi in campo. “Comunque siamo rimasti in buoni rapporti” aggiungerà il Duca facilmente infiammabile.

Dicono di lui

Quando giocava nel Tolosa ho conosciuto un centrocampista moderno, le sue qualità erano ben al di sopra della sua età. Adrien era già in grado di ricoprire tutta la superficie del campo, era impressionante perché riusciva ad essere in attacco e dopo due secondi era in difesa a salvare un gol. E’ un Matuidi un po’ più tecnico, con maggior forza e presenza fisica. E’ onnipresente, sa far tutto e non c’è qualcosa che non è in grado di fare. Ha intelligenza e soprattutto non ha paura, non l’ho mai visto lamentarsi dopo uno scontro fisico“. (Jonathan Zebina intervistato da tuttojuve.com)

A noi invece non rimane che dire, per ora, “Bienvenue à Turin”.

(questo è il pezzo che ho scritto per https://www.juventibus.com

 

Le maglie iconiche della storia della Juve

Uno dei pezzi che più mi sono divertita a scrivere per https://www.juventibus.com

Chi indossa la nostra divisa le rimarrà fedele malgrado tutto”.

(Enrico Canfari, presidente ed attaccante bianconero)

Una camicia bianca e un paio di pantaloni alla zuava, alla liceale del “Massimo d’Azeglio”.

Questa è stata la prima divisa di fortuna della neonata Juventus, anno 1897, cassa praticamente vuota perché “quando si tratta di versare la quota dovuta sono sempre troppi i soci squattrinati che si dileguano” tanto che per acquistare il primo pallone é servita l’ennesima colletta per racimolare le 12 lire necessarie ad aggiudicarsene uno giallo e di puro cuoio nel negozio “Principe di Galles” in via Barbaroux, dal signor Jordan, un inglese con il pizzetto prominente.

La camicia bianca inamidata viene soppiantata in breve tempo da una casacca in percalle rosa, scelta dettata anche in questo caso da pure ragioni economiche; il tessuto fa parte di uno stock di rimanenze che il padre di uno dei fondatori, industriale tessile, ha in magazzino. Così l’arte dell’arrangiarsi produce casacche societarie pink con il colletto immacolato, cucite dalle mamme, indossate con cravatta o papillon neri, come giovani dandy dediti allo sport.

Nel 1903, John Savage, ex giocatore del Nottingham Forest in forze alla Juventus per un biennio (purtroppo senza segnare mai un gol e tra l’altro, se vogliamo essere precisi, primo straniero a fare parte del Club), consapevole della necessità di dotarsi di un corredo di gioco più professionale fa un ordine per le nuove divise ad una fabbrica di Nottingham. Peccato che, per un fraintendimento o per convenienza, arrivano quelle della squadra locale, il Notts County, righe verticali bianche e nere che non convincono ma con il campionato alle porte non c’é il tempo per sostituirle.

Quelle righe, accettate inizialmente controvoglia dagli stessi giocatori, con la conquista dell’ottavo campionato nazionale della storia diventano invece una bandiera, un simbolo di appartenenza, dunque insostituibili.

Almeno sino a quando il marketing e le sue ragioni non decidono che è arrivato il momento di rivoluzionare, più o meno drasticamente; l’ultima rivoluzione la prossima stagione, maglia juventina sezionata in due metà, una bianca e l’altra nera, nel centro una strisciata rosa. Fine. Vagamente ricorda quelle dei fantini, ma non è il caso che mi addentri qui in questioni di ippica; in ogni caso per ora non ha incontrato molti favoritismi,  forse perchè è lontana dalle casacche vintage che tanto piacciono in generale ai tifosi del calcio (e che sono sempre le più ricercate).  

Penso a quella dell’annata 1961 – 62 indossata dal leggendario numero 10 Omar Sivori, “El cabezon” dall’aura mitica, tecnicamente un fenomeno, caratterialmente un duro, “elegantemente trasandato” (come veniva definito) anche in campo con le maniche lunghe e ampie portate risvoltate, la maglia infilata dentro i calzoncini a vita alta secondo i dettami stilistici dell’epoca, un po’ bohémienne.

O quella classica e assolutamente minimalista della stagione 1976-77, priva del gagliardetto del tricolore che simboleggia la vittoria del campionato, colletto che sovrasta uno scollo a V moderato, mitigato ulteriormente da un bottoncino. E’ la maglia dell’impresa dei “Leoni di Bilbao” con il primo alloro europeo conquistato, è la maglia di Boninsegna e Bonetti, è la maglia della vittoria sul filo di lana del campionato, Torino sconfitto e ciaone ai Granata.

Nella stagione 1982- 83 la Juventus vola alla conquista della settima Coppa Italia; lo fa vestendo una maglia con la striscia nera centrale che si divide nel colletto a V (nella versione classica la striscia è invece bianca), logo Ariston in bella vista con i caratteri aumentati di dimensione, lo scudetto con le due stelle più piccole rispetto al passato e quasi inscatolate con il tricolore; è la maglia numero 10 di Michel Platini capocannoniere di stagione. 

E’ la maglia vincitrice della Coppa Uefa della stagione 1992 – 93, la terza della storia juventina, strisce bianconere protagoniste, debutto dello sponsor Danone in bella vista, gli omini accostati della Robe di Kappa, fornitore tecnico; è la maglia di Roberto Baggio, altro leggendario numero 10, vincitore proprio quell’anno del Pallone d’Oro.

C’è una maglia che rimarrà impressa ad imperitura memoria nel popolo bianconero, quella indossata nella finale di Roma contro l’Ajax che ci ha consacrati Campioni d’Europa del 1996; divisa gialloblu stellata che per la prima volta nella storia della Madama mostra quello che viene chiamato un composit sponsor, ossia due differenti marchi nel corso di un’unica annata: Kappa, sponsor tecnico e Sony, sponsor ufficiale. Ci piace riviverla ricordandola addosso a Ravanelli “Penna Bianca” mentre esulta dopo aver messo a segno il suo gol. 

La stagione 2006/2007 non verrà ricordata forse come la migliore della storia della Vecchia Signora, retrocessa in B dopo lo scandalo di Calciopoli, ma è terminata, come ben sappiamo, con l’aritmetica promozione in Serie A con tre giornate di anticipo rispetto alla fine del campionato; la prima divisa, indossata da Alex Del Piero, che insieme a Camoranesi, Trezeguet, Buffon, Nedved, fa una promessa d’amore tra le più belle legate allo sport giurando fedeltà alla Juventus nonostante la cadetteria, è la classica maglia a strisce bianconere, con calzoncini e calzettoni bianchi, sponsor ufficiale Tamoil.

 

Lo Scudetto, il primo dell’era post Calciopoli (e il primo di cinque consecutivi), viene conquistato nella stagione 2011/2012, quella passata alla storia anche per l’imbattibilità in campionato, con una giornata d’anticipo grazie alla vittoria contro il Cagliari. La prima maglia della “rinascita” bianconera indossata dal numero 21 Andrea Pirlo è a strisce disegnate con un particolare effetto tridimensionale, sponsor ufficiale Betclic; la seconda maglia è invece una rielaborazione delle prime casacche juventine, colore rosa intenso, sul davanti troneggia una grande stella bordata di nero e lo sponsor Balocco.

 

Il rosa è protagonista della maglia “Away” della stagione 2015/2016 che segna il debutto Adidas sul mercato bianconero; girocollo nero, colore di base che richiama le origini del club. Il dettaglio più d’impatto è la banda centrale bianca interrotta da una riga più scura (che prosegue anche sulle maniche)  sulla quale è riportato lo sponsor Jeep. E’ la maglia indossata dalla new entry Paulo “U Picciriddu” Dybala, il numero 21 argentino che in quell’annata è l’acquisto più oneroso del club. 

Se prima dell’avvento di Cr7 una delle maglia più vendute è stata quella del numero 9 Higuain, l’arrivo dell’Alieno ha fatto battere tutti i record, una vera e propria Ronaldo mania (persino tra i non tifosi) da esaurimento scorte ad oltranza negli stores (con gaudio e giubilo della Vecchia Signora che ha la gestione diretta di merchanding e licensing…). Del resto Ronaldo è il Re Mida del nuovo millennio. Renderà amabile anche il look fantino.

 

 

Sara Gama, un calcio al sessismo sognando i Mondiali

Nei miei ricordi di bambina c’è sempre il pallone. Ma era un divertimento. Oggi è pura gioia e dolore“.
(Cit.)

 

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Tempo fa leggendo un articolo sulle divise che le Azzurre e le altre 23 squadre indosseranno ai prossimi Mondiali di calcio femminile ho pensato che l’uguaglianza delle donne nello sport può passare anche attraverso l’armadio.

Infatti per la prima volta nell’ambito di questa competizione, le calciatrici avranno divise studiate esclusivamente per loro e non invece derivate da quelle maschili, una questione insomma di trattamento paritario e di identità.

Ed ho pensato che se i grandi marchi di abbigliamento sportivo che ovviamente ragionano in termini di fatturato si sono decisi a questa “rivoluzione” investendo moneta sonante ci troviamo di fronte ad un punto di svolta per la popolarità del calcio femminile, troppo spesso bersagliato da stereotipi, discriminazioni e sessismo.

Di questo ho parlato con Sara Gama, capitano della formazione bianconera della Juventus Woman e capitano della Nazionale di Calcio femminile che ho incontrato alla Scuola Calcio Femminile Juventus del Fossano Woman della quale è diventata testimonial.

“Un dato incoraggiante lo si ricava anche partendo dall’esperienza del Fossano Calcio – mi dice – il fatto che quando è stata attivata la Scuola si temevano poche iscrizioni mentre invece hanno superato di gran lunga le aspettative è una dimostrazione che si sta recuperando il gap con altri Paesi nei quali il calcio femminile ha da tempo una diversa considerazione. Stiamo diventando una realtà importante anche all’estero, c’è molta attenzione e su questo dobbiamo continuare a lavorare”.

Lavorare su un sistema, più che su un singolo episodio, un sistema che a volte ancora si stupisce e si interroga sui motivi che spingono una “femmina” a voler praticare uno sport da “maschio”; un sistema che nel nostro Paese relega le donne al settore dilettantistico: “Mentre invece in Francia sono professioniste e nessuno si sogna di denigrarle. Ma l’arrivo dei grandi clubs nel settore femminile è un segno che anche da noi le cose stanno cambiando in meglio”.

E’ una donna determinata Sara, che se in campo guida la difesa a suon di tackle e di anticipi, dismessa la divisa fa la differenza con le parole anche quando rivendica in più di un’occasione (fa parte del Consiglio Figc) che lo status da dilettante delle calciatrici italiane, soprattutto quelle meno fortunate di chi indossa la maglia delle squadre più note, implica tra le altre cose nessun contributo versato, nessun diritto alle malattia, alla maternità e alle ferie; non è un caso che la Mattel in occasione della Giornata Internazionale della donna nel 2018 le abbia dedicato l’iconica Barbie a sue fattezze, inserendola tra l’altro tra le 17 personalità femminili internazionali (unica italiana) che hanno contribuito ad ispirare le nuove generazioni.

“Oggi ancora non ci sono molte Scuole Calcio femminili in Italia, c’è bisogno di raccogliere le bambine che saranno sempre più numerose a lanciarsi nel nostro sport e necessitano di strutture di qualità e di persone preparate che possano dare opportunità concrete. Quando ero piccola io, non esistevano società che si incaricavano di venirci a prendere con le navette e cose di questo tipo, che fossero attente ad accompagnarci non solo dal punto di vista tecnico ma anche di crescita e tutela. Io ho iniziato a giocare nel cortile di casa”.

Alle ragazzine che l’hanno avuta come osservatrice speciale durante la loro seduta di allenamento allo stadio “Pochissimo” di Fossano, emozionate per avere in campo, sotto la pioggia battente, una delle giocatrici più rappresentative a livello nazionale ed internazionale, Sara ha consigliato: “Non pensate a diventare famose ma a giocare bene e a divertirvi, a giocare con passione che poi è quella che ti manda avanti quando ci sono da fare i sacrifici”.

E parlando del prossimo impegno con i Mondiali, dopo l’ultima partita vinta contro l’Iran per 2 – 0, Sara ha precisato: “Penso possiamo fare bene, toglierci delle soddisfazioni, è un gruppo che piano piano ha costruito una sua identità, è ben calibrato e competitivo e può contare su una rosa ampia, non solo sulle undici titolari ed è quello che serve per competizioni del genere. Ma andiamo step by step come nel Campionato; pensiamo al passaggio del primo turno, il nostro obiettivo a breve raggio, e poi da li si vedrà. Si va avanti di obiettivo in obiettivo. Non mi fisso dei limiti.”. 

Passo a passo. Passaggio dopo passaggio. Come del resto si fanno (anche) le rivoluzioni. Soprattutto quelle culturali.

Limite dopo limite.

Il limite che in parte ancora aleggia sulla parità sportiva è quello che mi piace chiamare “La sindrome di Vogue” (ma il titolo della rivista è opzionale) che ogni tanto mi arriva alle orecchie e che “colpisce” chi pensa che una calciatrice sia vincolata, in quanto donna, ad un ideale estetico e di conseguenza vada giudicata in primo luogo dalle gambe; la sindrome di chi si compiace dell’ascesa del calcio femminile come fosse una vetrina nella quale ammirare belle ragazze che corrono dietro ad un pallone.

Dimenticando il pallone. 

Dimenticando lo sport.

Cristiano Ronaldo Story – La Creazione

Ronaldo non sarebbe il giocatore che è oggi se avesse avuto alle spalle una famiglia più solida”.

(Pedro Talinhas, ex allenatore di Ronaldo)

Nei giorni scorsi, mentre sonnecchiavo sul divano vittima dell’ennesima fetta di panettone consumata in uno dei tanti “giri di tavola” delle feste, le immagini di Cristiano Ronaldo impegnato in una corsa notturna nel deserto di Dubai durante le sue “vacanze” negli Emirati Arabi mi hanno destata dal torpore.

Un allenamento ad alta intensità, fatto di notte per aggirare la calura delle ore diurne, un training da macchina da record quale è, da fuoriclasse che ha potenziato il suo fisico come un atleta completo, da sportivo che ha plasmato i suoi muscoli con sforzi costanti e ostinati, a volte quasi sovrumani, vagamente al limite del maniacale, almeno secondo il metro di giudizio di noi comuni mortali.

Del resto uno che è andato ad allenarsi subito dopo aver vinto la Champions League (con il Manchester nel 2008), preferendo celebrare in palestra la sua consacrazione a Campione d’Europa a soli 23 anni, non stupisce che anche in vacanza rimanga concentrato sul suo obiettivo.

Già.

Concentrato.

Pensando a tutto questo mi sono chiesta da dove arrivi tanta caparbietà.

Cercando una risposta plausibile mi sono imbattuta in una dichiarazione di Pedro Talinhas, ex allenatore di Ronaldo quando militava nelle giovanili del National: “Ronaldo non sarebbe il giocatore che è oggi se avesse avuto alle spalle una famiglia più solida”.

L’idea dell’influenza familiare sulla nascita dell’alieno Cr7 non mi sembra del tutto priva di logica e vale la pena approfondirla.

Riavvolgiamo il nastro e spostiamoci quindi a Madeira, isoletta portoghese ricca di piantagioni di canna da zucchero e di banane, di nuvole basse da quadro naif e di  forti disuguaglianze sociali, l’isola che ha dato i natali al nostro campione ed  alla sua famiglia.

Maria Dolores dos Santos Aveiro, la mamma di Cristiano, è nata a Canical, un piccolo villaggio di pescatori. 

Rimasta orfana di madre a cinque anni, viene mandata in un orfanotrofio, separata dai fratelli. Qui, tra punizioni corporali esasperate per la minima cosa e nostalgia di casa, Dolores non fa che piangere, sperando di ricongiungere la famiglia.

Le cose andranno ancora peggio; il padre si risposa, lei ritorna a casa con i fratelli e gli altri cinque figli della matrigna che, come nelle favole più terrificanti, la tratta peggio che le suore dell’orfanotrofio. 

Inizia prestissimo a lavorare, intrecciando cesti di vimini per i contadini. 

José Dinis Aveiro, garzone di una pescheria e futuro papà di Cristiano, ha tutte le carte in regola per fare innamorare la giovanissima Dolores.

I due si sposano, nascono Elma e Hugo.

Ma poi l’incanto si rompe; Dinis viene mandato al fronte, a combattere nelle colonie portoghesi in lotta per l’indipendenza; ritorna che è un fantasma, segnato per sempre nello spirito, e placa l’orrore attaccandosi alla bottiglia.

Ancora una volta Dolores rimane senza una guida ed è costretta a trasferirsi a Parigi per fare la domestica e mandare i soldi a casa; ma la nostalgia è troppo forte, ritorna a Madeira, arriva la terza figlia, Catia. 

Poi una quarta gravidanza; senza soldi e con il marito alcolizzato, Dolores pensa ad un aborto ma gli espedienti suggeriti da una vicina non funzionano.

Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro nasce il 5 febbraio del 1985 a Funchal, la capitale dell’isola; viene chiamato Ronaldo in onore del presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. 

Un miraggio di libertà, un presagio di fuga da quell’isola senza prospettive. Quinta do Falcao è uno dei quartieri più umili di Funchal ed è li che cresce Cristiano, tra palazzi di edilizia popolare, droga e alcool come rimedio alla disperazione e le strade in pendenza dove gioca con gli altri bambini.  A pallone, naturalmente. Il calcio di strada, quello che costringe a trovare astuzie per dribblare avversari e macchine in circolazione sul terreno accidentato.

Nel libro “Cr7 – La Biografia” di Guillem Balague l’autore afferma che Cristiano andava persino a scuola con il pallone sottobraccio e che appena rincasava incurante dei compiti si fiondava a giocare  in un vicolo con due pietre a segnare la porta, spesso con una bottiglia di plastica o un involto di sacco e carta al posto della palla. Un vicino racconta che Abelhinha (“Piccola Ape”, nomignolo affibbiato a Cr7 dai bambini della scuola calcio dell’Andorinha perché veloce e insidioso come un insetto ) “faceva acrobazie incredibili: spesso lo vedevo palleggiare con un tappo di plastica, poi con tutta la bottiglia. La lanciava in aria all’infinito, senza mai lasciarla cadere a terra”.

Cristiano tira calci alla palla una decina di ore al giorno; se non trova gli amici si “accontenta” di tirare la sfera contro un muro, in una sorta di loop infinito. Calciare, migliorare, allenarsi. E da capo. Il calcio lo aiuta a distaccarsi dal contesto, a svuotare la mente e soprattutto a non smarrirsi con la droga come invece accade al fratello Hugo.  Lo aiuta a diventare ambizioso. 

A trovare il suo riscatto affidandosi con una “devozione ossessiva” come dice Balague, e uno spropositato spirito competitivo. In quest’ottica non si fatica a comprendere ciò che più di una volta ha affermato Dolores: “Nessuno poteva fermarlo”. Ha soltanto dodici anni quando con un unico cambio di abiti sale da solo su un aereo destinazione Lisbona, provino per lo Sporting.

“Fin dal secondo giorno si dimostrò un leader – ricorda il direttore della scuola calcio – giocava contro i migliori allievi, tutti più grandi di lui e tutti estasiati dalle sue qualità. Venivano loro stessi a dirci quanto fosse bravo, con un eccezionale talento e una tecnica già molto sviluppata”.

Hugo Pina, ex compagno di Cristiano alla scuola calcio, una carriera meno sfolgorante del nostro alieno, lo ricorda così: “Si allenava da solo, per diventare veloce come Thierry Henry, al tempo il giocatore più veloce del mondo (…). Mi svegliavo al mattino e lui stava già palleggiando; per allenarsi correva su strade in salita, con i pesi alle caviglie. A volte  c’erano più di trentacinque gradi, un’afa tremenda. Ogni giorno in camera faceva addominali e flessioni; due o tre volte la settimana si svegliava di notte e in punta di piedi andava in palestra. Non aveva il permesso di entrarci a quell’ora e così scavalcava la recinzione, si arrampicava sul tetto ed entrava da una finestra. Era convinto di essere troppo magro, quindi si allenava ai pesi e correva per quaranta minuti sul tapis roulant. Alla fine hanno dovuto mettere la palestra sotto chiave…”. 

ll debutto in prima squadra avviene nella stagione 2002 – 2003 in una partita contro l’Inter di qualificazione per la Champions League; degna di nota è l’amichevole dell’estate 2003 contro il Manchester United nella quale Ronaldo da il meglio di se nel secondo tempo tanto che il calciatore avversario Ryan Giggs dichiarerà: “Sembrava uno di quei giocatori goffi e dinoccolati. D’un tratto cominciò a scartare gli avversari sulla fascia, poi a centrocampo… e io mi misi a guardarlo. Noi ci dicevamo: “Niente male il ragazzino, ma chi diavolo è?”.

Alex Ferguson, ct del Manchester, che in occasione di quella partita ha visto per la prima volta Ronaldo giocare dal vivo ha dichiarato: “Fu una rivelazione. L’esperienza più entusiasmante ed elettrizzante della mia carriera di commissario tecnico. La seconda fu Paul Gascoigne”. Da lì in poi sono faccende note: nella stessa estate Cristiano diventa un giocatore del Manchester e inizia la sua leggenda.                                                                                                                                                        

Riavvolgiamo di nuovo il nastro ed ipotizziamo uno scenario diverso, un universo parallelo. Lo spunto mi arriva da una frase di David Gomes che ha conosciuto Ronaldo.

“Un ragazzo normale, con una famiglia stabile, che trascorre molto tempo in casa e va a scuola regolarmente, ha a disposizione un’ora e mezza, al massimo due per allenarsi. Ronaldo si allenava dieci – dodici ore al giorno”.

Se Cristiano fosse nato in quel 10% di famiglie di Madeira costituite dai nuovi ricchi tornati in patria dopo aver trovato fortuna altrove, quelle con tate rigorose che si occupano dell’educazione dei bambini, forse non avremo conosciuto Cr7 o forse lo avremo conosciuto meno esplosivo, meno stupefacente, meno devozionale, meno “affamato di vittoria”, definizione che di lui ha dato Alex Del Piero.

Carlos Bruno, allenatore del National, ha detto: “Non si diventa calciatori fantasiosi e inventivi se si cresce in un clima rigido. Le squadre giovanili e le scuole calcio, con i loro allenamenti stereotipati, privano i ragazzi di ogni residuo di creatività; i campioni che valgono milioni sono quelli che eccellono nei contrasti, che sono capaci di inventarsi soluzioni sul momento”.

E in questo il Cristiano cresciuto in strada è sempre stato un maestro.

Dove sarebbe oggi Cristiano?

Per fortuna sto solo ipotizzando perché dove è oggi lo sappiamo bene.

 

Goals, obiettivi, umanità: il Vialli che non conoscete

Di seguito il pezzo uscito qualche settimana fa su https://www.juventibus.com/

E’ il mio secondo pezzo pubblicato su questo portale dedicato al bianconero.

E mi ha portato fortuna perché da li a poco sono diventata con molta gioia una delle autrici…

Il 99% di una battaglia consiste nell’affrontarla con il giusto stato d’animo. 

Quell’uno per cento che rimane viene di conseguenza, per incredibile che possa essere.

Così una camera d’aria legata ad un manubrio e stretta tra i denti tiene a bada il dolore di una clavicola rotta e di un omero fratturato, consentendo a Fiorenzo Magni, imperturbabile sotto un turbinio di neve ghiacciata, di arrivare secondo al Giro d’Italia del 1956, beffando atleti in perfetta forma e molto più giovani.

Così Wilma Rudolph diventa la “Gazzella Nera” dei tre Ori vinti con l’Atletica alle Olimpiadi del 1960 nonostante pochi anni prima fosse una bimba con una gamba zoppa che macinava km su km a piedi, sotto il sole cocente e sotto la pioggia battente, caparbia, sino ad arrivare a sciogliere i muscoli di quell’arto paralizzato.

Chiamiamola forza di volontà, attitudine a non mollare, spirito di conservazione, anima da fuoriclasse.

Fuoriclasse come Gianluca Vialli, un Campione che ha giocato partite importanti e che ha sollevato al cielo, in un impeto di felicità assoluta e condivisa, l’ultima Coppa dalle Grandi Orecchie che è transitata sotto la Mole.

Di lui, il leggendario Stradivialli come è stato ribattezzato da Gianni Brera, ho conosciuto le prodezze in campo portandomi dietro l’idea stereotipata che ho avuto per un certo lasso di tempo del calciatore in quanto tale; un essere invincibile, più un supereroe in calzoncini macchiati di fango che un uomo con le proprie fragilità, un virtuoso del campo con capacità fuori dal comune.

Eternamente performante.

Quando il mese scorso Gianluca ha confessato ai mass media di essere tornato a “rigiocare la partita”, questa volta contro un avversario inquietante, tutto il mondo del pallone è rimasto ammutolito di fronte al suo coming out di malato di cancro, anche io ovviamente che ho ancora negli occhi le sue celebri rovesciate; ha lasciato interdetto chi iniziava a sospettare qualcosa per quella perdita di peso sostenuta, e stava già tratteggiando il “coccodrillo”, l’epitaffio giornalistico dedicato a chi non c’è più, non lasciandosi ingannare dal maglione indossato sotto la camicia per simulare i chili persi.

L’invincibile è evaporato quando si è tolto l’armatura per lasciare il posto ad un uomo che con un gesto rivoluzionario, in un’epoca in cui la perfezione è un assoluto da sbandierare, non ha avuto paura di mettersi a nudo condividendo la sua umanità.

E questo è lo spirito vero di uno sportivo, la capacità nella debolezza di ritrovare una nuova forza, di cadere sette volte di rialzarsi otto.

Gianluca racconta in  Goals, 98 storie + 1 per affrontare le sfide più difficili” la sua nuova routine ma soprattutto la sua sfida per quel gol decisivo, un gol che richiede coraggio e, come scrive, anche un pizzico di fortuna, un gol che ha il sapore di un rigore, da calciare solo di fronte all’avversario, testa a testa.

E’ un libro saggio e propositivo che ripercorre storie di sportivi non sempre noti al grande pubblico e che hanno saputo affrontare le avversità incontrare sul cammino, poco importa se dalla nascita o durante una disputa decisiva, insegnando a rimanere saldi sui propri obiettivi, a resistere, ad essere più forti del destino, ad essere una fonte di ispirazione.

Il + 1 che troviamo nel titolo è il capitolo autobiografico; anche questo, come i precedenti, introdotto da un aforisma: “Voglio ispirare le persone, voglio che qualcuno mi guardi e dica: grazie a te non ho mollato”.

E’ un capitolo che parte con un problema di salute sottovalutato, scambiato inizialmente per un’infiammazione al nervo sciatico, colpa forse del golf che ama tanto ma che dicono faccia male alla schiena; un capitolo che prosegue con le lacrime e lo smarrimento per una sentenza che pare irrisolvibile ma che di contro porta con sé una nuova consapevolezza: “Vedo tutte le cose della mia vita per quello che sono: cose. Mentre io, mia moglie, le bambine, i miei fratelli, mia madre e mio padre, i miei amici, tutti noi, tutti voi, siamo molto di più. Siamo pensieri e legami, siamo emozioni e parole. Siamo il futuro che riusciamo ad immaginarci”. 

Otto mesi di chemioterapia, una vita che diventa un’immensità di effetti collaterali, Gianluca che ignora volutamente le percentuali che il cancro ritorni “perché chi gioca a calcio sa bene che se c’è una cosa che fa impazzire gli amanti delle statistiche è che nessuna serve davvero a predire come finirà una partita”.

Riflette Gianluca e riorganizza la sua esistenza con la filosofia orientale, la dedizione all’allenamento e la propensione all’ottimismo, medita su frasi fondamentali che trascrive su post-it disseminati nello studio, pillole di saggezza che diventano la sua nuova corazza, cerca il silenzio ma soprattutto non teme di confrontarsi con la paura, quella che “ti fa chiudere in bagno e piangere, la paura di non riuscire a dire le parole che servono”.

E poco per volta riprende peso, il maglione da sotto la camicia ritorna nell’armadio, i suoi pensieri “cercano profondità, o altezza, non so dirlo meglio di così”.

Dice che ancora non sa “come finirà la partita” ma è risoluto nell’aggiungere: “Quello che so è che mi sono preparato bene ed ho dato il massimo”.

Il massimo continua a darlo Gianluca, lui che nonostante tutto non smette di dichiarare che la felicità è una scelta e che ognuno di noi, nel profondo del cuore, nella parte più nascosta della nostra personalità, è in grado di trovare la propria.

Anche nei momenti peggiori si può essere felici, basta non lamentarsi del vento o aspettare passivamente che cambi, ma semplicemente adattando le vele.

Silvia Sanmory (@silvyaesse)

Mario Fargetta, la musica, il calcio e una Vecchia Signora…

Solo i ricordi più veri ci trovano, come lettere indirizzate a chi siamo stati“.
(Simon Van Booy)

 

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Freud una volta disse che tutti noi soffriamo di ricordi.

Quelli con cui apro oggi si riferiscono ai  Novanta.

Io ricordo, ad esempio, la spensieratezza dei miei vent’anni, i jeans a vita alta con i  crop top (tornati in realtà alla ribalta), la serie culto X-Files di cui ero fanatica.

E la musica dance e tecno, d’estate, al mare o d’inverno per arginare i grigi panorami del cuneese.

Avevo le mie hits del cuore, come “Your love”, energia pura, “May Day, May Day” e “Midnight” dal groove ipnotico.

Impossibile dimenticarle.

Brani realizzati da Mario Fargetta, deejay italiano tra i più noti a livello internazionale, produttore discografico e regista radiofonico di Radio Deejay a fianco di Albertino in “Albertino Everyday” e nel programma cult che ha segnato una generazione, la Deejay Parade.

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Non tutti sanno, forse, che Mario, noto anche con lo pseudonimo di Get Far, è stato un calciatore semiprofessionista capocannoniere dell’A.C. Besana Brianza arrivando sino alla Serie D.

“Eravamo la squadra più forte del Campionato – mi racconta durante la nostra intervista – se non fosse che la sfortuna ci ha voluto tutti infortunati e di conseguenza abbiamo iniziato a perdere punti.

Ero piuttosto abbattuto dalla situazione e così nel 1987 ho scelto di rinunciare alla maglia da calciatore per indossare a tempo pieno le cuffie, altra mia grande passione, iniziando a lavorare a Radio Deejay con il mio amico Linus”.

In realtà la sua carriera in ambito musicale gli ha permesso di alzare il livello… anche in campo.

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E quella maglia appesa è stata nuovamente indossata, grazie alla Nazionale Calcio Tv:

In questo contesto ho giocato tantissime partite di beneficenza con giocatori di Serie A, negli stadi più prestigiosi d’Italia.

E siccome con il calcio me la cavo sono stato sempre coinvolto nelle azioni e mi sono preso le mie belle soddisfazioni in termini di reti segnate.

Tra i ricordi più divertenti quando abbiamo giocato contro gli ex del Vicenza e in campo c’era anche Paolo Rossi, io ero in area pronto a segnare ma lui mi ha scippato la palla e ha fatto gol!

O a San Siro contro l’Inter e in squadra con me c’era Walter Zenga come attaccante, entrambi procedevamo verso il portiere, la palla l’ho intercettata e gestita io… peccato però che quando ho calciato ho messo troppa foga e il pallone è finito in uno degli anelli dello stadio. Si è alzato un coro unanime e sono stato investito da un sonoro “Nooooo”“.

La musica e il calcio sono le due passioni più grandi di Mario, anzi, se vogliamo essere precisi c’è n’è una terza degna di nota: la Vecchia Signora del calcio italiano.

Get Far infatti è uno Juventino doc, sin da quando era bambino.

Il mio primo stadio, se così vogliamo definirlo, è stato l’oratorio di Lissone dove scappavo a tirare calci alla palla non appena finito i compiti.

La mia Juventinità non è dovuta in realtà ad un dna bianconero di famiglia ma piuttosto ad un percorso ragionato quando ho capito che era la squadra più forte…” mi spiega.

Forte come quella volta che con il papà va a vedere la Juventus a San Siro contro l’Inter: “Peccato che all’uscita dello stadio un gruppo di tifosi avversari piuttosto goliardici mi ha preso il cappello… Sono cose che segnano” ironizza divertito.

A proposito di tifosi avversari, a Radio DeeJay il lunedì mattina gli animi si “scaldano”:

Abbiamo frange juventine ma anche interiste, milaniste ecc. e dunque si inizia la settimana massacrandoci allegramente”.

E dell’assetto odierno della Juventus, cosa pensa Fargetta?

Allegri ha dimostrato spesso di gestire bene le partite come quella contro il Tottenham. Qualche problema lo abbiamo con le partite secche… e in ogni caso sono fiducioso”.

Chiedo a Mario quale sia il suo campione del cuore: “Senza dubbio Maradona.
Una calamita per gli sguardi, un campione di spettacolarità che incantava anche solo nel vederlo correre.
Ci ho giocato insieme in un’esibizione in una località marina, indimenticabile”.

Indimenticabile.

Indimenticabile come i ricordi.

 

 

 

 

 

 

Il calcio femminile, un’opportunità contro i pregiudizi

Chiunque distrugge un pregiudizio, un solo pregiudizio, è un benefattore dell’umanità“.
(Nicolas Chamfort)

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Spingersi oltre gli stereotipi, alimentando una passione così forte e caparbia che va oltre i pregiudizi.

Questo è stato il leit motiv della presentazione ufficiale di mercoledì scorso di quello che vi avevo già annunciato, ossia la nascita della Fossano Calcio Women, prima scuola calcio femminile in Italia targata Juventus che aggiunge un ulteriore tassello alla sinergia tra la storica società fossanese e quella bianconera (infatti il Fossano Calcio da tempo è anche Scuola Calcio Juventus maschile).

Pregiudizi che sono sempre in agguato quanto si parla di calcio femminile, e hanno uno dei momenti più significativi, si fa per dire, nel 1933 quando a Milano nacque un gruppo calcistico femminile, poi stoppato perché ritenuto disdicevole giocare a calcio in sottana; intervenne persino il Coni che dirottò le calciatrici  verso sport più consoni.

Presente all’incontro Stefano Braghin, Head of Academy Juventus maschile e femminile: “Siamo fortemente convinti – ha spiegato nel suo intervento – che il calcio femminile è un’area di sviluppo importantissima ed arricchente per il calcio in generale. Non è un caso che la stessa Fifa ha lanciato una campagna ad hoc per la sua promozione. Un calcio femminile che grazie alle squadre di emanazione professionistica come quella Juventus, tra l’altro attualmente al primo posto nel Campionato, sta riportando in alto i colori nazionali tanto da poter arrivare alle fasi finali del Campionato del Mondo.

Scegliere il calcio femminile non è semplice. E’ andare controvento.
Ma questo implica che alla base ci sia una forte motivazione che va alimentata e sostenuta”.

Un dato significativo: in Italia le calciatrici tesserate sono 23.000; in Germania 300.000. La strada nel nostro Paese si direbbe ancora lunga…

Crediamo molto nell’agonismo e nelle sue implicazioni sociali – ha concluso Braghin – così come nel favorire il reclutamento sul territorio. Ovviamente decentrando per permettere a tutte le bambine interessate ad iniziare un percorso sportivo di accedervi”.

Rita Guarino, allenatrice della Juventus Woman, ha sottolineato come la visibilità sia un elemento forte che contribuisce a cambiare l’opinione comune: “E questo implica riuscire ad avere maggiori riconoscimenti e maggiori opportunità per le nostre atlete. Molte bambine faticano a trovare spazio e realtà nelle quali identificarsi. Per questo conta molto il giusto atteggiamento e una cultura capace di abbattere i pregiudizi”.

“Quella del Fossano calcio è una scelta dettata dall’intenzione di far crescere il calcio in rosa anche a Fossano – spiega Roberto Calamari del Fossano Calcio –  per questo ci siamo messi al lavoro da mesi per intraprendere un percorso di scuola calcio a stretto contatto con la Juventus come già accade per l’Accademy maschile. Non vogliamo bruciare le tappe, ma è nostra intenzione fare di Fossano un polo del calcio femminile”. 

Alla conferenza stampa erano presenti anche due calciatrici della Juventus Woman, la centrocampista Aurora Galli e il difensore Lisa Boattin che vedete immortalate con Rita Guarino e me nella fotografia.

La Scuola Calcio Juventus femminile presso la società calcistica fossanese partirà il prossimo luglio con vari appuntamenti di Open Day.

In bocca al lupo!