Riccardo Rendini: “Allenare non riguarda solo insegnare a calciare…”

Allenare significa affrontare una serie infinita di sfide: la maggior parte di esse ha a che vedere con la fragilità dell’essere umano”.
(Alex Ferguson)

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Si dice che tutti sono allenatori al bar così come tutti sono medici nella sala d’aspetto di un dottore ecc. ecc.

Un luogo comune pensarlo?

Credo neppure troppo, soprattutto per quanto riguarda il calcio, lo sport prediletto del Bel Paese; è normale intercettare, il mattino dopo una partita, commenti più o meno pungenti verso l’allenatore, tra un caffè e un morso al croissant.

Di solito se la squadra del cuore è vittoriosa, l’allenatore viene santificato.

Se è perdente, viene affossato con interminabili “Io avrei messo Tizio come ala, Caio come punta, il 4 – 2 – 3 – 1 è improponibile” e via dicendo.

L’allenatore è una figura ambivalente, un pò come l’arbitro: colpevole a seconda del risultato finale.

Semplificando molto, il primo sbaglia se perde. Il secondo sbaglia se non bastona in qualche modo (cartellino giallo, rosso, rigore) gli avversari.

Il mestiere di allenatore è comunque piuttosto ambito.

E non solo da chi ha un passato come calciatore ma sicuramente anche da chi è appassionato di calcio e di strategia.

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Come Riccardo Rendini, allenatore ventottenne trasferito a Torino, che per descrivere il suo rapporto con il mondo del pallone mi cita il grande Diego Armando Maradona: “Lui ha detto: “Se stessi ad un matrimonio con un vestito bianco e piombasse un pallone infangato, lo stapperei di petto senza pensarci”.

Il mio amore per il calcio è nato quando avevo nove anni, partecipando ad un torneo Under 12 organizzato dalla chiesa del mio paese, a Cisternino, in provincia di Brindisi.

Non avevo ancora le basi tecniche e infatti persi la finale con la mia squadra ma vinsi il mio primo riconoscimento come miglior giocatore del torneo.

Dopo questa esperienza obbligai mio padre ad iscrivermi nella scuola calcio del mio paese; è stato un periodo molto proficuo, passavo tutto il mio tempo libero a calciare, a casa, in giardino, in piazza con gli amici, una sorta di ossessione tanto che ero stato soprannominato “Riccardo il calciatore”…”.

Ma come nasce l’interesse e la decisione di diventare allenatore di calcio?

Nella mia crescita calcistica ho avuto la fortuna di aver avuto un Mister che non solo è riuscito a migliorarmi come calciatore ma soprattutto è riuscito a trasmettermi  la passione per il calcio a 360°. Era molto metodico e mai banale nelle esercitazioni, aveva un carisma che lo rendeva leader, riuscendo sempre ad insegnarci qualcosa.

Era molto preparato dal punto di vista tecnico e medico e da lui ho imparato alcune tecniche per prevenire e curare fastidi che solitamente hanno i calciatori.

Sempre grazie a lui ho iniziato ad osservare con pù attenzione la figura dell’allenatore.

Verso i sedici anni ho iniziato a documentarmi su you tube, a chiedere le sedute cartacee al mio mister, a giocare con videogiochi manageriali  come “Football Manager” ed ho approfondito tutto ciò che riguarda il lavoro settimanale del calciatore.

Dopo il Liceo mi sono trasferito a Torino per studiare Giurisprudenza e per vari motivi ho smesso di giocare a calcio ma la passione continuava ad essere talmente smisurata che nel 2015 ho preso il primo patentino per allenatori (Uefa C) che mi permette di allenare tutte le squadre di settore giovanile professionisti compresi.

Quest’anno poi ho completato la prima parte della mia abilitazione con il conseguimento del patentino Uefa B che mi permette di allenate fino alla Serie D come p’rimo allenatore e allenatore in seconda in C;  ovviamente sogno di diventare un professionista ma è un cammino molto difficile per chi non ha avuto una grandissima carriera da calciatore...”

Intanto Riccardo ha mosso i primi passi d’allenatore nell’Atletico Torino, società che attualmente milita in Eccellenza: “Poi ho iniziato una collaborazione con una società che aiutava l’integrazione dei ragazzi stranieri ma mancavano le basi organizzative per la gestione di una simile realtà”.

Quali sono state le maggiori difficoltà e le più grandi soddisfazioni?

Sicuramente nel settore giovanile la problematica maggiore è legata anche alla gestione del genitore che a volte è aggressivo, per volontà di fare emergere ad ogni costo il proprio figlio; poi ci sono le problematiche dei ragazzi dovuti all’età, a certe situazioni famigliari ecc. 

La mia più grande soddisfazione è quella di riuscire a finire le stagioni sportive con risultati  legati si al campo ma anche alla crescita personale e sportiva dei ragazzi che alleno. Soprattutto riuscire a far fare squadra, senza emarginazioni“.

Riccardo è ovviamente anche un tifoso…

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Sono Juventino – mi dice – e il mio amore per i colori bianconeri è nato con la finale di Champions vinta nel 1996 contro l’Ajax allo Stadio Olimpico di Roma.

Ricordo alla perfezione la parata di Peruzzi, il rigore finale di Jugovic, le urla di gioia sul balcone di casa con tanto di vicini allarmati e mia madre che mi diceva di smetterla di fare tutto quel caos per una partita…

La Juventus mi è entrata nel cuore non solo per le vittorie manche per la sua storia, che è poi anche la storia della famiglia Agnelli e di un pezzo importante dell’economia del nostro Paese.

Da quando vivo a Torino posso seguire la Juventus allo stadio e ogni volta che entro è come fosse la prima per le emozioni che vivo.

Per indole non ho un calciatore preferito ma sono sempre stato legato alla squadra nella sua totalità; però ammiro tutti coloro che fanno la storia bianconera e in questo vedo in Claudio Marchisio quello che Paolo Maldini è stato per il Milan e Francesco Totti per la Roma“.

Partita memorabile, invece, per essere stata la più grande delusione?
La finale di Champions persa all’Old Trafford contro il Milan nel 2003, soprattutto per come abbiamo perso immeritatamente dopo aver superato il Barcellona ai quarti e il Real Madrid in semifinale…“.

Parola (e analisi) di allenatore.

 

 

 

 

 

 

 

Elogio della stranezza (e di un ultracentenario)

L’espressione più eccitante da ascoltare nella scienza, quella che annuncia le più grandi scoperte, non è “Eureka” ma “Che strano…”.
(Isaac Asimov)

 

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Il 2017 è un anno strano, inusuale.

Ovviamente per me.

Trovo strano l’interesse per il calcio, trovo strano che mi sia innamorata del pallone, della Juventus, di Dybala.

Trovo strano vedermi in uno stadio affollato di esplosioni di gioia, che è un piacere condividere, ma anche di grida, insulti, fumo e nonostante tutto non sentirmi neppure più un corpo estraneo.

Mi trovo strana ultimamente.

Per dirla alla Janis Joplin, una normale persona strana.

Persino la mia “principessitudine” si è un pò sporcata (diciamo il vero; ci sono concause come #blackpierreange e affini, icone della fotografia e della moda 2.0… :-)))

Il neologismo sottintende l’aggettivo di Principessa della Curva Sud che mi hanno appioppato alcuni tifosi juventini.

Lo ammetto: allo stadio con il tacco 12  e la pencil skirt di pelle nera forse ci vanno solo le Wags (mogli e fidanzate dei calciatori) in Tribuna d’onore; ma del resto dell’abbigliamento fuori luogo “sempre e comunque” ho fatto un segno distintivo.

Amen.

Torniamo all’assunto iniziale.

L’inusuale stranezza.

Strano continuare imperterrita, ogni volta che sono allo stadio, a rovesciare inavvertitamente il bicchiere dell’acqua (qualcuno dice che porto fortuna, e in effetti per ora pare così guardando i risultati, ma in realtà inizio seriamente a preoccuparmi di me stessa… un tic nervoso???).

L’allagamento del sotto-seduta e dintorni è ormai un mantra in un eterno deja-vu.

Inusuale non poteva che essere anche la mia prima partita in trasferta.

Sabato 28 ottobre ero a San Siro ad assistere a Milan – Juventus.

Con un’emozione diversa dalle partite giocate in casa perché essere in netta minoranza a tifare la propria squadra mi ha ringalluzzito.

Se poi si straccia l’avversario con un bel 2 a zero l’adrenalina sale di livello.

E se poi HIGUAIN segna le due reti e arriva ad un record personale di tutto rispetto, li, proprio davanti ai miei occhi sgranati, bhè, c’è di che montarsi la testa (presunta coronata :-))) per quanto è unica, inconsueta la faccenda.

Pipita, con la sua strepitosa doppietta, è salito a quota 101 gol segnati in Serie A.

Dati alla mano, dal 1994 in poi, nessuno è stato più rapido di lui nella speciale classifica dei ‘centenari’: ci ha messo solo cinque stagioni.

Si si.

Esserci è stato meraviglioso.

Così meraviglioso che sono stranamente incredula.

Forse ora comprendo cosa intendeva Cesare Pavese quando diceva che può riderti negli occhi la stranezza di un cielo che non è il tuo.

Il calcio non è il mio cielo, o meglio non lo è del tutto.

Ma gli occhi mi ridono eccome.

 

 

 

 

 

“Buonasera” alle tre del pomeriggio…

E’ giusto ribellarsi a una certa cultura che prevede che le emozioni debbano essere sempre controllate: che non bisogna piangere né ridere troppo e nemmeno essere eccessivamente tristi“.
(Paolo Crepet)

Ogni tanto è anche stimolante essere al di là della barricata, per così dire.

Nel mio percorso da neo-blogger sono io ad essere incuriosita da una persona, da una storia, da una situazione, tanto da voler sondare, capire.

INDAGARE, per usare una terminologia che rimanda al motivo per il quale sono diventata appassionata di pallone.

Tempo fa sono stata intervistata da alcune testate giornalistiche per la mia storia inconsueta legata al calcio.

Ma l’esperienza della diretta televisiva è un’altra cosa.

Molto più cruda, immediata, senza filtri.

Elettrizzante da un lato.

Paralizzante dall’altro.

Ieri ho partecipato ad una puntata di “Top Com” sul canale tematico “Top Planet” per parlare del blog e tentare (lol) di parlare di Juventus.
Puntata condotta dalle temprate e spigliatissime (oltre che competentissime) Carol Barbieri e Caterina Autiero (quest’ultima già intervistata sul mio blog e mio mentore per golditacco.it).

Quando si dice che le fotografie parlano non posso che essere assolutamente d’accordo.

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Questa è la foto del quarto d’ora prima della diretta.

L’immagine della serenità.

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E questa la foto del “due minuti alla diretta”.

Una frase è bastata a smascherare un’inquietudine celata e le emozioni sempre in agguato.

Qui si vede tutto, ma proprio tutto, senza sconti, il mio essere apprendista-debuttante del settore tv.

Oggi rido pensando che, saranno anche le luci (ma non diamo troppo la colpa alla tecnologia…), non sembro neppure la stessa persona.

Nella vita non si finisce mai di scoprire qualcosa di se e della realtà ed io ho scoperto che:

la mia proverbiale parlantina non è poi sempre così proverbiale;

la sicurezza nelle mie capacità di oratrice si dà alla fuga senza preavviso;

dire “Buonasera” alle tre del pomeriggio denota di credere ai salti temporali;

non mi ero mai accorta di quanto può essere difficile stare ferma su una sedia, io e il mio presunto aplomb da “principessa della Curva Sud” (questa è una storia della quale vi parlerò prossimamente);

lo schermo regala almeno 7/8 kg in più (figuriamoci mi fossi vestita di bianco e meno male che quel giorno ho evitato i carboidrati…);

le luci sbiancano e conseguentemente ero troppo bionda (stile musa di Hitchcock ma non all’altezza del ruolo), troppo pallida, troppo no-makeup mood (nonostante il lavoro magistrale della mia amica Francesca che  io, io, io ho trattenuto nell’essere più “marcata”… ).

Pero’ di POSITIVO c’è:

che l’esperienza mi ha galvanizzata ancora di più sulla strada che sto percorrendo;

che quasi quasi mi sono emozionata ricordando la mia prima volta allo stadio (tanto da aver definito “gloriosa” la sfida tra Juventus e Cagliari del 19 agosto…);

che anche adesso che sono qui che scrivo tra il serio e il faceto sento gli occhi pungere.

E forse questa emozione è la più grande conquista che mi ha regalato il gioco del pallone.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alvise Cagnazzo: in auto sognando un certo Ragioniere e una frittata di cipolle…

Le regole sono un ottimo modo per farsi venire delle idee. Tutto quello che dovete fare è infrangerle“.
(Jack Foster)

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Credo che le menti brillanti sono quelle che inseguono le ECCEZIONI.

Che scompigliano le REGOLE.

O meglio, le ripensano per darle una nuova dignità, un nuovo scopo.

Una ulteriore conferma del mio pensiero l’ho avuta chiacchierando con Alvise Cagnazzo, pugliese, autore di libri e di format televisivi (oltre che corrispondente del tabloid britannico The Sun), nonché tifoso della Juventus che segue con fede si ma soprattutto con spirito critico.

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Alvise è autore de “Al Volante”, programma in onda sul canale barese Antenna Sud.

Mi incuriosisce sapere come è nata l’idea di intervistare personaggi del mondo dello sport e della cultura durante gli spostamenti in auto…

Stavo andando al lavoro – mi spiega – e fermo ad un semaforo ho letto sul muro di una vecchia casa una frase che mi ha colpito molto: “Ti compri la macchina per andare a lavorare”.

Li per li mi sono messo a ridere.

Però poi la cosa mi ha fatto riflettere.

E’ il destino di ogni lavoratore medio acquistare e spendere per andare, ironicamente parlando, in prigione, ossia al lavoro.

Così ho deciso di sovvertire questa regola e mi sono detto: “Prendo l’auto per registrare un programma tv”.

Ho pensato al format, l’ho depositato alla Siae e mi sono accordato con Antenna Sud. Colgo l’occasione per ringraziare l’editore Distante che ha mostrato da subito interesse per le mie idee e per il mio modo di pensare e di fare tv“.

Prima intervista in auto: a chi?

All’ex calciatore del Brindisi e del Genoa Mino Francioso. Con il quale tra l’altro mi feci una foto quando avevo tredici anni.

Dopo la fine della registrazione della puntata gli ho detto: “Ora questa fotografia dove sembri un tronista ed io un filosofo senza una lira me la devi autografare…” . 

Un’intervista emozionante.

Mino è il bomber più prolifico di tutti i tempi del Genoa, ha addirittura segnato più gol di Pruzzo in rossoblu”. 

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Seguo Alvise sui Social da diverso tempo; è ammirevole la sua capacità di dibattere e di discernere sui temi più svariati, non solo calcistici ovviamente, con competenza ma soprattutto con leggerezza, nell’accezione positiva del termine.

Una leggerezza intellettuale, così mi viene da definirla, sia che si parli di una start-up per snellire i controlli di prevenzione del cancro o di come arginare patologie di dipendenza varie, sia che si tratti di dissertazioni letterarie o politiche o delle implicazioni in campo della Var.

Un connubio, in effetti, che mi ricorda un uomo, famoso per aver impersonato un noto Ragioniere, che è particolarmente caro ad Alvise.

Se penso a quale sia stato il personaggio che ho intervistato e che mi ha maggiormente arricchito dal punto di vista umano non ho dubbi: Paolo Villaggio. 

Con lui si era instaurato un bellissimo rapporto, così come con il nipote Andrea ala uale ogni anno mandavo copie dei miei libri. 

Paolo era una persona di una profondità immensa, capace di innamorarsi anche di un dialogo se ritenuto alto, intelligente e sveglio. 

Le sue parole sono per me come la coperta di Linus.

Il mio rammarico più grande è quello di non essere mai riuscito ad intervistarlo di persona ma sempre solo in tante interviste telefoniche…”.

A proposito di personaggi che non ci sono più, chiedo ad Alvise chi vorrebbe intervistare.

“Senza dubbio Omar Sivori. Ho sempre sognato di mangiare una frittata di cipolle, della quale andava matto, insieme a lui...” risponde divertito.

Chiudo chiedendo ad Alvise perché proprio la Juventus.

Per me la Vecchia Signora del calcio italiano significa gioventù.

Può sembrare una contraddizione in termini ma non lo è.

Rappresenta quello che mi ha rubato il mio Paese, perché in Italia essere giovani è una condanna ma mi sono riscattato con lei e con il mondo del pallone“.

Come a dire dando un calcio e riuscendo a segnare una rete.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Bell’Antonio per golditacco.it…

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Guarda a volte i casi della vita…

Giorni fa, durante la mia intervista a DAVIDE PALLUDA, ricordavamo il leggendario ANTONIO CABRINI.

Il primo calciatore italiano fuoriclasse ad essere entrato nelle camerette delle teenagers sotto forma di poster da idolatrare e nei cuori delle donne del Bel Paese, improvvisamente interessate a seguire le mosse sul campo da calcio, o almeno le mosse del ribattezzato Bell’Antonio.

Questo l’antecedente.

Ed ecco che, poco dopo, golditacco.it mi propone di intervistarlo.

Una delle mie interviste più emozionanti perché persino io ho sentito parlare del Mondiale del 1982.

Di seguito il link all’articolo.

http://www.golditacco.it/esclusiva-antonio-cabrini-i-60-anni-di-un-poliedrico-fuoriclasse/

MICHAEL MAGAGNOLI, LA COMMISTIONE TRA CALCIO E BASKET E LA SUA VISIONE DI ALLEGRI…

Il lavoro dell’allenatore è quello di vendere il suo prodotto, il suo stile, convincendo i giocatori a comprare ciò che lui vende, la sua mentalità, le sue indicazioni“.
(Dan Peterson)

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Nella vita, ognuno ha le sue preferenze.

E i suoi preferiti.

Non fanno eccezione, ovviamente, i tifosi del pallone. Anzi.

Ho visto sguardi illuminarsi al nome di un attaccante o di un difensore; ho ascoltato parole traboccanti di gratitudine e ammirazione parlando di un centrocampista o di un portiere.

Ma nessuno prima d’ora mi aveva detto che, potendo scegliere chi incontrare della propria squadra del cuore, vorrebbe fosse l’allenatore.

Chi ha ampliato la mia visione della faccenda è Michael Magagnoli, stimato allenatore di Basket che attualmente segue la preparazione della ASD Virtus Basket Fossano, società nata per diffondere e difendere i valori di questo sport con la Prima Squadra in C gold e un ampio vivaio giovanile.

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In passato ammiravo molto Lippi – mi spiega davanti ad un caffè  –  oggi il mio preferito è Massimiliano Allegri; ho subito pensato che il suo fosse un ingresso positivo per la Juventus, se non lo avessero esonerato quando era al Milan dopo la sconfitta avvenuta contro il  sicuramente anche quell’anno li avrebbe portati in Champions senza problemi. E non dimentichiamo che, dati alla mano, ha usato lo stesso trattamento per tutti i giocatori, senza favoritismi e dando a tutti opportunità di inserimento”.

Michael, originario della provincia di Modena, trasferito nella mia città natale per un triennio da coach, è da sempre juventino (“Si nasce e si muore juventini, senza ombra di dubbio” mi dice); il papà, che è stato un giocatore a livello di Promozione, è tifoso della Vecchia Signora e in particolare di Roberto Baggio.

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Invece io sono legato, allenatori a parte, a Claudio Marchisio per ragioni di tecnica ma anche di umanità; è l’esempio dello sportivo Doc, sempre dentro le righe“.

Chiedo a Michael quale è stato il momento più emozionante legato alla sua fede calcistica.

L’addio di Del Piero che del resto è sempre stato il mio campione preferito. E poi la prima volta che ho visto la Juventus allo stadio contro il Modena, con autogol di Juri Tamburini“.

Michael da bambino ha tentato la strada del calcio “accantonata però dopo tre mesi, alla prima partita di Campionato: mi hanno messo in campo quasi al termine del secondo tempo, una sorta di comparata, e la cosa, essendo io particolarmente competitivo, non l’ho digerita… Così mi sono dato al Basket, altra mia passione; ed essendo piuttosto portato mi hanno usato come polo di attrazione per avere in squadra altri bambini. Poi a quindici anni ho iniziato ad allenare nella Polisportiva Panaro Camposanto, il mio paese d’origine”.

E’ interessante notare come tra basket e calcio ci siano comunque delle similitudini, legate soprattutto alla loro dimensione di sport di squadra: “Si lavora molto, soprattutto nelle fasce di età più piccole, a livello motorio e di coordinazione oltre che a livello di socializzazione.  Molti bambini arrivano da sport individuali, abituati a confrontarsi solo con se stessi. Il gioco di squadra, in questo, da’ una nuova consapevolezza e aiuta a non sentirsi individui.

Poi confrontandomi con amici allenatori di calcio ho avuto modo di conoscere esercizi fisici che nel basket non erano utilizzati e che ho inserito nel mio programma di allenamento essendo adatti anche al mio settore”. 

Ma adesso che il fine settimana ci sono le partite della Virtus da seguire, la Juventus come la si segue?

Se ho partite con la mia squadra non mi restano che le news in tempo reale sul cellulare…“.

Dura la vita degli allenatori…

 

 

 

 

 

 

 

IL CALCIO A CINQUE DI ROBERTO MINGO E DELLA ASD MONTECAROTTO

Questi sono i calciatori: uomini che giocano con la testa, ma soprattutto con il cuore“.
(Ferenc Puskas)

 

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E’ così la vita.

Quando inizi con orgoglio e soprattutto con una certa consapevolezza a disquisire con gli esperti sul 4-2-4 e a sentirti meno impedita di fronte ad un commento tecnico tanto da controbattere ed essere credibile, ecco che l’apprendista del pallone che è in te torna prepotentemente alla ribalta.

Negli anni passati ho sentito parlare di “calcetto” svariate volte.

Disinteressata all’argomento come ben sapete, dunque senza curiosità alcuna ad approfondire la questione, ho liquidato la faccenda pensando si intendesse il giocare a calcio con gli amici, in qualche campetto improvvisato di paese, senza arte né regole se non l’intento di divertirsi e socializzare.

Sbagliato.

Di calcetto o di Calcio a 5 esistono squadre professioniste. Campionati seri. Regole precise.

Tra le quali, ad esempio, il campo di gioco con misure più ridotte, porta compresa.

Così ho iniziato a documentarmi e nella mia ricerca sul tema mi sono imbattuta nella ASD Montecarotto, squadra marchigiana nata da poco, e nel loro portiere Roberto Mingo.

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Al quale ho chiesto come, dal calcio tradizionale, è arrivato al calcio a cinque.

Ho iniziato a giocare all’età di otto anni – mi spiega – proprio nell’anno in cui spariva la Società Sportiva Montecarotto; di conseguenza tutti i miei coetanei ed io siamo dovuti emigrare a Serra de’ Conti, paese che non ci piaceva per  motivi campanilistici ma che riconosco essere stato sempre più all’avanguardia in fatto di idee e infrastrutture. 

Il mio sogno era quello di giocare centrocampista centrale, piede educato, bel calcio e buone geometrie; ma essendo l’unico mancino in squadra ho iniziato come ala sinistra, poi terzino sempre a sinistra ed infine difensore centrale, in un’epoca in cui esistevano ancora stopper e libero.

La mia retrocessione dalla zona offensiva del campo a quella difensiva è stata dettata dalla mia poca velocità; sono sempre stato corpulento. 

Poi durante un torneo estivo sono andato in porta per un problema fisico ed ho scoperto che non mi dispiaceva affatto, anzi, vedere le facce degli avversari quando paravo tiri complessi. 

Ma siccome per me i sette metri e rotti della porta di calcio tradizionale erano troppi, ho pensato di trasmigrare nel calcio a cinque, dove la porta è molto più piccola.

Nel mio curriculum tutta o quasi la Vallesina, Robur Mergo, Serra San Quirico con la Serrana,  cinque bellissimi anni a Moie con la Virtus che ha rappresentato l’apice della mia carriera calcistica e infine gli ultimi due anni Jesi con la Giovane Aurora con la quale ho vissuto la gioia di una promozione in C2“.

Roberto mi racconta i suoi momenti più emozionanti legati al calcio di quegli anni: “Dopo l’anno a Genga ero senza squadra e un giorno, proprio quando avevo deciso di provare il salto nel buio del rugby, altra mia passione, incontro per caso in un ristorante Paolo Fabbri, direigente della Virtus Moie, che mi dice che stanno ricostruendo la rosa della squadra e mi offre una maglia da titolare. 

Come non ricordare poi i due gol che ho realizzato dalla mia porta, il primo contro il Casine ed il secondo alla Spes Arcobaleno del mio amico Emanuele Chiarizia che oggi è un mio compagno di squadra…“.

Già, la squadra, o meglio un vero e proprio “Progetto Montecarotto”.

La ASD Montecarotto è nata lo scorso maggio: “Con mio fratello e altri due amici abbiamo fondato la Società; si sono poi aggiunti altri amici, tutti Montecarottesi, secondo il nostro intento iniziale di avere una squadra formata solo da concittadini. Poi alcuni si sono tirati indietro perché già tesserati con altre squadre per cui abbiamo dovuto, per così dire, allargare i confini. E se questo da un lato ha inficiato l’idea originale, dall’altro ha fatto si che questa squadra sia già piuttosto competitiva, nonostante nata da poco.

Fare parte della Montecarotto è un sogno che si realizza.  

Quando sei piccolo i primi miti calcistici che riconosci e che ti sono familiari sono proprio i ragazzi che giocano nella squadra del tuo paese, quella squadra che andavo a vedere con mio papà in  stadi di provincia quanto pittoreschi. 

La mia ambizione più grande, anzi la nostra, è quella di vincere si ma soprattutto diportare di nuovo la gente del paese al palazzetto per sostenere i suoi ragazzi“.

Roberto è un fervente sostenitore anche di un’altra squadra, la Juventus.

Gli chiedo come è diventato un Gobbo.

La passione mi è stata tramandata da mio papà, juventino doc. 

Che in realtà è andato allo stadio a vedere la sua Juve solo qualche anno fa, portato da mio fratello e da me, e forse proprio per questo amore consumato solo a distanza ha maturato una passione immensa per i bianconeri!

Sino a qualche tempo fa avevo l’abbonamento allo stadio di Torino, ricordo le sfacchinate in pullman per assistere alle partite. 

Oggi vado meno allo stadio e vivo il tifo in modo più coscienzioso anche se ci sono alcune partite che mi riportano a quella che definisco la dimensione primitiva del tifoso… tipo le sfide di Champions o nei match di cartello contro squadre come l’Inter, il Milan, la Roma ecc. E in questo caso ricevo i rimproveri di mia mamma e di mia moglie…”.

Quali sono le emozioni più intense di questa lunga storia d’amore con la Vecchia Signora?

“Ho tanti ricordi legati alla mia fede juventina.  Legati a gol importanti e ai miei idoli, Davids quello che ho amato di più, Zidane che ritengo il più forte di tutti i tempi;

Il ricordo più emozionante in assoluto però è stato il gol di Conte contro l’Olympiakos quando mancavano pochi minuti alla fine della partit, gol che ha ammutolito gli ateniesi e ci ha permesso di passare il turno della Champions. Il tutto arricchito dalla contemporanea sconfitta dell’Inter contro il Manchester United che la eliminava dalla stessa competizione… Ricordo che urlai così forte che la vista si appannò e caddi sul letto semi incosciente ma con il sorriso sulle labbra…“.

Se questa non è felicità…

 

 

 

 

 

 

 

NICOLETTA MONCALERO: “QUELLA VOLTA CHE LA BARALE…”

La religione: una faccenda domenicale…

(Georg Lichtenberg)

Ormai sono consapevole del fatto che il calcio è una religione.

Pagana ma pur sempre una religione.

Come tale ha tutta la gamma dei fedeli: gli integralisti, gli osservanti e i moderatamente osservanti, quelli che sorvolano su alcuni  “precetti” ed ammirano anche altri “Dei” di COLORI diversi, per così dire.

Della terza categoria fa parte Nicoletta Moncalero, giornalista di origine fossanese trasferita da alcuni anni a Milano dove lavora per l’Huffington Post e blogger con il suo bellodimammablog.com, creato dopo la nascita del figlio Luca.

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Ho rivisto  Nicoletta con molto piacere dopo anni  di “latitanza” e senza dubbio le chiacchiere riescono meglio intorno ad una tavola imbandita, e a questo precetto non ci siamo certamente sottratte…

Così sia.

La mia carriera di tifosa – mi spiega – è iniziata con la Juventus e continua tutt’ora con questa squadra. 

Allo stadio, in curva con papà e zio sin dall’infanzia, ho vissuto momenti bellissimi e coinvolgenti soprattutto all’epoca in cui ho visto giocare Platini, Rossi, Scirea. 

Grandi campioni come Alex Del Piero che ho sempre ammirato per il suo essere leale in campo e in famiglia, un vero riferimento per tanti, per i tifosi stessi.

Ho metabolizzato questa cosa con l’addio di Francesco Totti, è stato un grande momento di aggregazione e di affetto, e Totti mi ha ricordato molto Del Piero per gli stessi motivi che ho detto prima.

Persone prima che personaggi, insomma, e penso che attualmente non c’è un calciatore per il quale ci potrebbe essere questa identificazione diciamo di massa, al di là dei colori della propria squadra di appartenenza, e questa intensità di sentimento”.

Calcisticamente parlando, il primo amore di Nicoletta, quando era poco più che una bambina, è stato Stefano Tacconi: “A quei tempi un negozio della mia città rivenditore ufficiale delle divise organizzava annualmente un incontro con alcuni calciatori. 

Sapendo che ci sarebbe stato anche Tacconi  ero andata per conoscerlo con il mio fidanzatino di allora; ero piuttosto indecisa a dire il vero, vittima della mia timidezza; quando finalmente mi decido e mi avvicino, lui sorride ed io mi faccio coraggio.

Se non che vengo superata da una bellissima ragazza con il chiodo rosso che era alle mie spalle ed è a lei che Tacconi sorrideva.

La ragazza in questione era Paola Barale”.

Ma alla fine almeno l’autografo di Tacconi lo si porta a casa, grazie all’intraprendenza di  Alberto, il fidanzatino appunto e la delusione un pò si stempera.

Ai tempi in cui Nicoletta viveva in provincia di Cuneo era redattrice di alcuni settimanali e voce di Radio Piemonte Sound: “Conducevo un programma che si chiamava “La Domenica Sportiva” e si occupava di sport e di calcio locale; seguivo i Campionati dalla I Categoria alla Serie D. Il mio compito era quello di intervistare i dirigenti per sentire i loro commenti sulle partite concluse. Seguivo anche la pallavolo, altro sport che mi ha sempre appassionata, e ad una certa ora infatti mi trasferivo al Palazzetto dello Sport di Cuneo per la telecronaca della serie A dell’Alpitour. 

Durante gli anni della mia collaborazione con  la radio, ho intervista Gianluca Zambrotta quando era in ritiro a Chiusa Pesio, ad inizio degli anni 2000. Ne ho un ottimo ricordo, di una persona molto gentile e disponibile”.

Ricordi meno piacevoli quelli legati alla strage dell’Heysel di Bruxelles del 1985: “Mio zio era allo stadio quando è successo; abbiamo vissuto momenti di panico sino a quando non abbiamo saputo che non era tra le 32 vittime italiane“.

Più divertente ripensare invece a quel vicino di curva che ogni volta che la squadra avversaria superava la metà campo si lasciava andare ad una sorta di litania  a suon di “Corna di Corna...”; o al professore di Matematica e Fisica, sfegatato Granata, che ogni lunedì regolarmente la interrogava, quasi a farle pagare pegno per la sua orgogliosamente sbandierata Juventinità.

Perché alla Juventus, così come alla propria squadra del cuore, qualsiasi essa sia, si è fedeli e non c’è “tortura” di professore che tenga: “Il tifoso è per sempre. L’esperienza del tifo cresce con te e si adatta a seconda del tempo e delle fasi della vita, si trasforma, ma alla fine è sempre li con il senso di appartenenza che ti regala”. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VITTORIO, IL DIVULGATORE DEL CALCIO ITALIANO (OLTRE OCEANO)

La poesia è il salvagente cui mi aggrappo quando tutto sembra svanire

(K. Gibran)

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(Vittorio negli anni ’60)

 

Quando un amico comune mi ha segnalato Vittorio Fioravanti Grasso ho subito pensato che il calcio è un mezzo formidabile anche per conoscere una persona decisamente unica.

Non solo perché in Vittorio alberga la Musa della Poesia (da sempre scrive versi sublimi premiati e menzionati dalla critica) ma anche per la caparbietà e la coerenza con cui continua a lottare, nella terra venezuelana martoriata dalla dittatura, per proteggere la sua casa e le sue memorie.

Nato a Taranto nel 1936, suo padre, Ufficiale dell’Aeronautica, continuamente trasferito, ha fatto si che Vittorio fosse, non solo in senso fisico, sempre in viaggio. Del resto, concedetemi la citazione di Alda Merini, “i poeti non si possono prendere perché vi scapperano tra le dita“, dunque ben venga il peregrinare perpetuo anche e soprattutto della mente.

Vittorio è uno juventino, da sempre.

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Eccolo qui mentre brinda al sesto scudetto.

 

* 1984 - VF accanto a Scirea con la   Juve e il CIV .jpg

E qui, nei primi anni ‘Ottanta, accanto a Scirea, incontrato con la Juventus durante un allenamento della squadra.

Carletto Parola è stato il suo primo idolo, a seguire il leggendario Giampiero Boniperti fino ad Alessandro Del Piero e Gigi Buffon.

La mia juventinità – mi spiega –  è nata nel 1946, dopo la fine della guerra, mentre io,  in un collegio salesiano a Cantù, stavo aspettando che i miei genitori cercassero di riottenere e rimettere in ordine il nostro appartamento abbandonato a La Spezia. Iniziai a giocare al pallone con gli altri ragazzi e con mio fratello Romano, e a parlare di squadre e di giocatori. In Brianza erano tutti milanisti, interisti o tifosi dell’Atalanta. Ed io per spirito di contraddizione, o meglio per desiderio d’indipendenza e di libertà, scelsi inmediatamente d’essere juventino. Scelta che mi ha accompagnato durante tutto il peregrinare che è stata la mia vita, sin qui a Caracas”.

Ed è proprio a Caracas che Vittorio ha un’intuizione… calcistica.

Ma andiamo con ordine.

Quando nel ’66 arrivai a Caracas m’accorsi che il Calcio non era molto popolare, si trattava più che altro d’una passione domenicale delle differenti colonie europee: la spagnola, la portoghese, l’italiana… Il Mondiale d’Inghilterra dovetti seguirlo cercando disperatamente lontane stazioni radiofoniche.

La TV lo ignorava e sui giornali parlavano soltanto di Baseball…
Nel ’68 c’ero già io in televisione, il Calcio ancora no.
C’ero come creativo grafico e direttore d’arte nel reparto promozioni, non in quello sportivo, dove il “Beisbol”, com’è chiamato qui, dominava.

Poi qualcuno in un’altra emittente cominciò ad inviare “on the air” qualche partita, incontri avvenuti mesi prima.

Con orrore mi resi conto dell’impreparazione dei cosiddetti telecronisti. Errori madornali a non finire… Più d’una volta da casa chiamavo per telefono per far notare gli equivoci”

In quegli anni Vittorio avevo fondato la squadra di calcio di Venevisión, il canale televisivo dove lavorava: “Avevo organizzato perfino dei tornei fra una ventina di imprese della capitale, emittenti avversarie incluse, come RCTV, per esempio, che aveva già trasmesso Messico ’70″. * 1974 - Juventus CIV, Campeones   Torneo Italico .jpg

(Sopra: 1974: Juventus Civ, Campeones – Torneo Italico)

“Nel ‘73 cambiai canale e finii nella Televisione di Stato, sempre come creativo e direttore d’arte nel reparto pubblicità. Nel ’76 divenni gerente di Pubblicità, e dovetti optare per la nazionalità venezuelana. Fu allora che cominciai a partecipare anche a riunioni di produzione e ad opinare sullo sport e le trasmissioni in diretta del Calcio.
Da anni compravo quasi ogni giorno la Gazzetta dello Sport ed immancabile mi facevo arrivare dall’Italia l’Almanacco Illustrato e poi anche l’Annuario del Calcio ed infine “religiosamente” il Guerin Sportivo. Ero preparatissimo insomma!”. 
“Avvenne così che ebbi occasione d’invitare a pranzo il Dr. Braun, direttore della Rai, e “Chiquitín” Ettedgui, direttore dei programmi sportivi di VTV, e di convincerli a iniziare le trasmissioni in diretta via satellite di una partita della Serie “A” Italiana, “in chiaro” per tutto il Venezuela ogni mattina della domenica, per la differenza dei fusi orari. Quella trasmissione divenne la “Santa Messa” della collettività italiana e poco a poco anche delle altre collettività, venezuelani inclusi”. 

Nel 1980 si decide così  di trasmettere in diretta l’Eurocoppa delle Nazioni disputata in Italia.

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Per aumentare l’aspettativa intorno all’evento ebbi l’idea di pubblicare e distribuire in forma gratuita una piccola rivista illustrata, che chiamai “DATOS Sport – La Guida Illustrata Fioravanti”, contenente tutti i dati possibili sulle partite, le squadre, i record, i protagonisti. La direzione di VTV non volle però fare investimenti e coprire la spesa, così decisi di trovare degli annuncianti fra i miei amici italiani impresari e di stampare quarantamila copie della pubblicazione”.

Un successo:  forte di un sempre crescente appoggio pubblicitario, la rivista iniziò un brillante percorso editoriale, durato sino al 2016, anno della tragedia politica del Venezuela.

Una rivista che spesso ha avuto tiratura di bene 30.000 esemplari a numero e che si è occupata anche di Formula Uno, MotoGP, Baseball.

Oggi Vittorio, costretto a fare la guardia al proprio appartamento e con il cibo che scarseggia, continua a seguire la sua Juventus e a scrivere versi che lui stesso definisce  “sorgenti d’ispirazione per l’immaginazione” nei quali desideri e rimpianti, gioie e ricordi si rincorrono senza sosta e vanno dritti al cuore, come un traversone inarrestabile verso la porta.

 

 

LA PAROLA ALLA DIFESA…

In Italia la regola è nota: se vince la Juve c’è dietro qualcosa di poco chiaro

(Massimo Zampini)

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Gli attacchi alla Juventus e agli juventini sono cosa buona e giusta.

Quasi come una religione, almeno secondo i tifosi, coalizzati, di TUTTE le altre squadre del Bel Paese.

Poi ci sono tifosi più facili da attaccare, come me ad esempio, la tifosa ideale… perché non avendo ancora (ancora… sorrido mentre lo scrivo) del tutto la padronanza della materia, o taccio… o taccio.

E ben si sa che, in quest’ottica di idee altrui così radicate, chi tace acconsente.

1 a zero per loro.

A dire il vero non sempre controbatto per paura di dire qualcosa di sbagliato (perché non capito) che avvali le loro teorie: e mi sentirei assolutamente in colpa se questo mio errore li costringesse a stappare gongolanti un Barolo del 1971, annata formidabile del resto.

E via, 2 a zero per loro.

Una delle frecciatine che mi sono sentita lanciare più spesso è che gli arbitri ci facilitano sempre: ci assegnano rigori, i cartellini gialli che ci meriteremo non ci vengono mai assegnati, figuriamoci i rossi.

Dunque tirando le somme siamo dei ladri.

Ma quello che tempo addietro mi ha davvero spiazzata è stato sentirmi dire che la Juventus sequestra gli arbitri e li rinchiude negli spogliatoi.

 

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Così mi sono detta che dovevo correre ai ripari.

E quando ho scovato il manuale “#Sulcampo” di Massimo Zampini ed ho capito di cosa trattava, ho ringraziato che fosse in formato tascabile: perché ero certa che mi sarebbe tornato utile da tenere in borsa, tra il lip-gloss di Dior e il quaderno di Moleskine.

Per coprire egregiamente tutte le evenienze (e le carenze…).

Una sorta di Bignami da cui attingere le basi per sostenermi contro l’accusa, molto “vissuto” e sottolineato.

Del resto per trasformarmi a ragion veduta in avvocato della difesa bianconera, bisognava pur studiare la materia.

Massimo Zampini è un avvocato romano che ha all’attivo diverse pubblicazioni sulla Juventus ma è noto soprattutto tra i tifosi per essere tra i fondatori e uno dei deus ex machina del sito Juventibus.

E che dice a proposito dei presunti arbitri “a favore” e “rapiti”?

Che gli arbitri siano pagati o tenuti in sudditanza psicologica o addirittura sequestrati, teorie fantasiose prive di prove tangibili e/o giudiziarie a carico, e che si continui a congetturare sui must degli “errori” arbitrali (Turone e Muntari sono diventati noti pure a me…) è “una delle certezze con cui cresce l’italiano medio: la Juve ruba come tutti i politici, l’Italia è il paese più bello del mondo, il cibo italiano è il migliore in assoluto (…). Un campionario di piccole certezze che aiuta a vivere meglio (…), se le cose vanno male è colpa dei politi e se a calcio non vinco mai è colpa degli arbitri filojuventini“.

Fin qui tutto chiaro.

E sul povero arbitro rapito? Tal Paparesta sequestrato da Moggi?

Anche qui niente di concreto se non l’intervento della Procura di Reggio Calabria che ha archiviato in poche ore l’accusa.

La lista dei luoghi comuni da arginare è piuttosto lunga e variegata ed io mi domando se anche le altre squadre siano così bersagliate (e temo di essermi già data la risposta): dai rigori assegnati sempre e solo alla Juventus (in realtà le cose sono molto diverse) alle annose vicende di Calciopoli, che dati alla mano, di pagina in pagina, di sottolineatura in sottolineature, sempre con ironia ritornano nei giusti tasselli.

Se devo essere sincera è una grande soddisfazione venire a sapere  che “la squadra più detestata d’Italia (…) è la squadra che sul pianeta ha offerto alle varie Nazionali il maggior numero di campioni del mondo“.

Una soddisfazione si.

Questo non l’ho sottolineato, l’ho proprio evidenziato con un bel rosa fluo.