Il calcio femminile, un’opportunità contro i pregiudizi

Chiunque distrugge un pregiudizio, un solo pregiudizio, è un benefattore dell’umanità“.
(Nicolas Chamfort)

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Spingersi oltre gli stereotipi, alimentando una passione così forte e caparbia che va oltre i pregiudizi.

Questo è stato il leit motiv della presentazione ufficiale di mercoledì scorso di quello che vi avevo già annunciato, ossia la nascita della Fossano Calcio Women, prima scuola calcio femminile in Italia targata Juventus che aggiunge un ulteriore tassello alla sinergia tra la storica società fossanese e quella bianconera (infatti il Fossano Calcio da tempo è anche Scuola Calcio Juventus maschile).

Pregiudizi che sono sempre in agguato quanto si parla di calcio femminile, e hanno uno dei momenti più significativi, si fa per dire, nel 1933 quando a Milano nacque un gruppo calcistico femminile, poi stoppato perché ritenuto disdicevole giocare a calcio in sottana; intervenne persino il Coni che dirottò le calciatrici  verso sport più consoni.

Presente all’incontro Stefano Braghin, Head of Academy Juventus maschile e femminile: “Siamo fortemente convinti – ha spiegato nel suo intervento – che il calcio femminile è un’area di sviluppo importantissima ed arricchente per il calcio in generale. Non è un caso che la stessa Fifa ha lanciato una campagna ad hoc per la sua promozione. Un calcio femminile che grazie alle squadre di emanazione professionistica come quella Juventus, tra l’altro attualmente al primo posto nel Campionato, sta riportando in alto i colori nazionali tanto da poter arrivare alle fasi finali del Campionato del Mondo.

Scegliere il calcio femminile non è semplice. E’ andare controvento.
Ma questo implica che alla base ci sia una forte motivazione che va alimentata e sostenuta”.

Un dato significativo: in Italia le calciatrici tesserate sono 23.000; in Germania 300.000. La strada nel nostro Paese si direbbe ancora lunga…

Crediamo molto nell’agonismo e nelle sue implicazioni sociali – ha concluso Braghin – così come nel favorire il reclutamento sul territorio. Ovviamente decentrando per permettere a tutte le bambine interessate ad iniziare un percorso sportivo di accedervi”.

Rita Guarino, allenatrice della Juventus Woman, ha sottolineato come la visibilità sia un elemento forte che contribuisce a cambiare l’opinione comune: “E questo implica riuscire ad avere maggiori riconoscimenti e maggiori opportunità per le nostre atlete. Molte bambine faticano a trovare spazio e realtà nelle quali identificarsi. Per questo conta molto il giusto atteggiamento e una cultura capace di abbattere i pregiudizi”.

“Quella del Fossano calcio è una scelta dettata dall’intenzione di far crescere il calcio in rosa anche a Fossano – spiega Roberto Calamari del Fossano Calcio –  per questo ci siamo messi al lavoro da mesi per intraprendere un percorso di scuola calcio a stretto contatto con la Juventus come già accade per l’Accademy maschile. Non vogliamo bruciare le tappe, ma è nostra intenzione fare di Fossano un polo del calcio femminile”. 

Alla conferenza stampa erano presenti anche due calciatrici della Juventus Woman, la centrocampista Aurora Galli e il difensore Lisa Boattin che vedete immortalate con Rita Guarino e me nella fotografia.

La Scuola Calcio Juventus femminile presso la società calcistica fossanese partirà il prossimo luglio con vari appuntamenti di Open Day.

In bocca al lupo!

Leonardo Briziarelli, a.k.a. Leomina: “A Cardiff con l’ukulele…”

“L’umanità si prende troppo sul serio. E’ il peccato originale del mondo. Se l’uomo delle caverne avesse saputo ridere, la Storia avrebbe seguito un altro corso”.
(Oscar Wilde)

 

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Il tifo per antonomasia, appassionato ed appassionante, che ti emoziona come se anche tu indossasi la divisa e corressi a perdifiato dietro ad un gol, è quello calcistico.

Per molti  essere tifosi è avere con altre persone un’unione sancita dai colori di una maglia.

Per altri invece è arroccarsi incupiti dietro a ciò che divide.

Credo che ormai sappiate come la penso, non c’è modo migliore di vivere il calcio (e tutto quello che ne consegue) se non con leggerezza, divertimento e, perché no, un pò di sana ironia, quando ci vuole.

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L’ironia contraddistingue anche chi è stato da me ribattezzato (con il suo permesso…)  “Menestrello della Juventus”, al secolo Leonardo Briziarelli, sulla Rete Leomina.

Lui e il suo ukulele, così come le sue strofe in musica satiriche e spumeggianti, sono ormai una certezza del dopo partita, su Juventibus e sul suo canale You Tube dove ha migliaia e migliaia di followers non necessariamente juventini (e questo secondo me è motivo d’orgoglio).

Ma andiamo con ordine.

“Gobbo” è “Gobbo”, non c’è dubbio.

“La mia passione per la Juventus – mi racconta  – è stata mediata da mio cugino, quando ero un bambino”.

“Mio cugino era più intransigente di me, boicottava persino marchi di pasta legati ad altre squadre – ricorda divertito – ma in ogni caso faccio “follie” anche io per i colori bianconeri; ogni volta che vado allo Stadium mi faccio 1200 km con il mio “Club Spello”.

Ma le nostre trasferte da Perugia verso Torino sono del tutto particolari…

Di solito ci portiamo dietro un braciere per cuocere la carne e banchettiamo nelle aree sosta…”.

Una vita da tifoso verace e buongustaio, insomma, che non manca di aneddoti come quella volta che Lippi…

“Ero nell’albergo dove alloggiava il Mister e l’ho avvicinato chiedendogli che sigari fumasse, essendo io cultore del Cubano. Lui me ne ha regalato uno, che ovviamente ancora conservo…”.

Ma quando l’alterego di Leonardo si materializza?

“Ho mandato a Massimo Zampini di Juventibus una mia canzone e in tutta risposta mi hanno detto che avrebbero avuto piacere di farmi diventare il cantante del Campionato… così ogni domenica ha iniziato ad essere pubblicato un mio video”.

Come nascono le tue rime?

“Ho sempre amato ed ascoltato il cantautorato italiano e mi sono sempre dilettato nello scrivere; le strofe mi compaiono davanti nei momenti più impensati e previdentemente ho sempre sotto mano il cellulare per registrare.

La passione per le parole mi è servita anche per il mio nome “artistico”: avevo la maglietta di Lemina, mi è bastato aggiungere una “o” ed è saltato fuori Leo, l’abbreviazione del mio nome, accanto a “mina”.

Tra l’altro quando Lemina ha lasciato la squadra gli ho dedicato una canzone che lui ha ritwittato…”.

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Di sicuro l’avventura di Leonardo che più mi ha divertita è stata quella a Cardiff (sdrammatizziamo così il ricordo pessimo della mia prima finale…): “Sono riuscito a fare entrare allo stadio il mio ukulele dicendo di essere un famoso cantante italiano… e sono risultato anche credibile, visto che avevo i cori di chi mi riconosceva…”.

Anche se credo di averlo intuito, chiedo a Leonardo di dirmi cosa sia per lui il tifo e l’essere tifoso:

“E’ aggregazione, ironia; la mia idea del calcio è quella di viverlo con toni pacati, risate, goliardia.

Oggi il mondo social ha esasperato tutto, anche il calcio, e si perde l’intento dello sport che è quello di stare insieme, socializzare, divertirsi”.

Divertirsi, senza prendersi troppo sul serio.

 

 

 

 

 

 

Francesco Di Leonforte: “Quella volta che Mario Mandzukic…”

“La fotografia è una breve complicità tra la preveggenza e il caso”
(John Stuart Mill)

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Una complicità.

Ma anche un incontro fortuito e spesso furtivo.

Travolgente.

E’ proprio il termine più appropriato se si rischia di essere (letteralmente) travolti da un certo Marione…

Ma andiamo con ordine.

Francesco Di Leonforte è un fotografo free lance che vive in Romagna.

L’obiettivo è la sua passione.

Nel suo portfolio ( http://dileonforte.it)  figura l’immensa bellezza della Natura, il fascino di borghi storici arroccati, i sensuali movimenti che l’anima esprime con la danza.

Ma soprattutto lei, la Vecchia Signora del calcio italiano. Infatti Francesco da tempo si occupa anche di immortalare la Juventus, la sua squadra del cuore, in campo durante le partite.

Durante la nostra chiacchierata gli chiedo se è nata prima la passione per la fotografia o quella per i colori bianconeri. 

“Mi sono appassionato alla Juventus  – mi spiega –  sin dai primi anni di vita quando mio padre e gli amici, la domenica pomeriggio, ascoltavano la mitica radiolina con le voci inconfondibili di Ameri, Ciotti e Bortoluzzi in diretta dallo stadio; in quegli  anni abitavamo in Svizzera, a Martigny, e ricordo che in realtà la radio la si andava ad ascoltare in un punto preciso, dove c’era più segnale,  per cui eravamo soliti darci l’appuntamento al palo…
Erano anni in cui si scherzava bonariamente sulle proprie squadre del cuore, io Juventino, mio padre Interista…
Tornato in Italia da ragazzino ho iniziato a vivere il tifo con il Cesena, la domenica andavo in bicicletta allo stadio, anche sotto la pioggia.
Per quanto riguarda la fotografia ricordo i primi esperimenti in camera oscura, ai tempi delle elementari, e quanto ne rimasi colpito.
Ricordo ancora con una certa emozione la mia prima Reflex acquistata con i risparmi di alcuni lavoretti estivi.

Diciamo che quale passione sia nata prima non saprei bene dettagliarlo, sicuramente sono cresciute insieme parallelamente fino a convergere in età adulta”.

Tra uno scatto e un gol ci sono similitudini a livello emozionale?
 
“Il gol della propria squadra è sempre un emozione particolare – mi dice – un misto di gioia e compiacimento; e alcune volte queste caratteristiche si mescolano con la soddisfazione di aver ripreso nel modo giusto l’azione; spesso capita però che la velocità, l’azione caotica o altri fattori non permettono di raggiungere questo massimo risultato sempre ambito…  rimane comunque la soddisfazione della rete segnata dalla propria squadra, anche se pur essendo a bordo campo non vedo quasi mai la palla gonfiare la rete”.

 

Come sei arrivato a fotografare la Juventus e in cosa consiste nello specifico questa tua attività?
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“Ho seguito tutto l’iter specifico per essere autorizzato ad immortalare la squadra.
Del resto la mia attività di fotografo si svolge prevalentemente a livello sportivo come free lance agganciato ad alcune agenzie del settore.
In maniera prevalente seguo il calcio, in particolare la squadra locale del Cesena collaborando al sito tuttocesena.it.
Seguo anche il calcio femminile con il Ravenna Woman, la pallavolo, lo judo, la danza per testate giornalistiche locali.
Ovviamente tutte le volte che mi è possibile sono all’Allianz Stadium a seguire la Juventus, anche in trasferta, e le mie immagini vengono utilizzare da testate on line come juventino vero, juveastrestelle, stellebianconere”.
Non solo: le immagini di Buffon, Dybala, Higuian e soci sono finite su alcuni libri dedicati alla Juventus, come quelli di Roberto Savino (nome noto anche sul mio blog).
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Emozioni vissute fotografando in azione i fuoriclasse bianconeri?
“Le emozioni sono sempre forti nel seguire i propri beniamini a bordo campo ma col tempo ho imparato a controllarle.  
Ammetto che nelle due ultime semifinali di Champions League queste hanno preso il sopravvento, rischiando di compromettere a tratti le immagini prodotte.
Allo Stadium la mia postazione, confinata dietro ai pannelli pubblicitari, è sempre scelta dove c’è poca densità di colleghi per avere immagini da un punto di vista diverso e particolare.
Così è capitato di vedere esultare e riprendere Borriello davanti a me, unico fotografo in quella zona, proprio in Cesena – Juventus, partita resa famosa dal fantomatico pareggio dei bianconeri romagnoli.
Un altro momento che ricordo con piacere è stato quando costretto da uno zelante steward alle prime armi a non lasciare la mia postazione sono riuscito comunque a produrre una foto significativa che è diventata la copertina di “Travolgenti” di Roberto Savino.
Ma l’emozione più diciamo quasi impattante l’ho avuta quando Mario Mandzukic, dopo il gol contro lo Sporting Lisbona a pochi minuti dal termine, è venuto ad esultare dalla mia parte, scavalcando i pannelli pubblicitari e quasi investendomi… e Marione, come si sa, non è proprio di dimensioni contenute!”.
Cosa significa per te essere tifoso della Juventus?
 
“Essere juventino è difficilmente descrivibile;
essere  juventino significa avere una passione sin da bambino, la prima vera forma di passione per qualcosa nella vita, quel qualcosa che non andrà più via, da sostenere per sempre;

essere juventino significa avere il sangue bianco e nero che scorre nelle vene;

essere juventino significa sentire il cuore battere a mille e stare lì a guardare la favola più grande, la storia più bella, la leggenda più incredibile…

essere juventino vuol dire amare la propria squadra, appoggiarla nella sconfitta ed esaltarla nella vittoria.

Essere juventino è un onore e un privilegio.

Vivere una tale passione è complesso, soprattutto negli ultimi anni in cui l’atmosfera si è surriscaldata, un po’ per le continue vittorie, ma quello che rimane è la soddisfazione personale di vivere le emozioni…”.

Perché nel calcio, in fondo, si è “catturati” esattamente come avviene con una fotografia d’autore…

 

 

Riccardo Rendini: “Allenare non riguarda solo insegnare a calciare…”

Allenare significa affrontare una serie infinita di sfide: la maggior parte di esse ha a che vedere con la fragilità dell’essere umano”.
(Alex Ferguson)

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Si dice che tutti sono allenatori al bar così come tutti sono medici nella sala d’aspetto di un dottore ecc. ecc.

Un luogo comune pensarlo?

Credo neppure troppo, soprattutto per quanto riguarda il calcio, lo sport prediletto del Bel Paese; è normale intercettare, il mattino dopo una partita, commenti più o meno pungenti verso l’allenatore, tra un caffè e un morso al croissant.

Di solito se la squadra del cuore è vittoriosa, l’allenatore viene santificato.

Se è perdente, viene affossato con interminabili “Io avrei messo Tizio come ala, Caio come punta, il 4 – 2 – 3 – 1 è improponibile” e via dicendo.

L’allenatore è una figura ambivalente, un pò come l’arbitro: colpevole a seconda del risultato finale.

Semplificando molto, il primo sbaglia se perde. Il secondo sbaglia se non bastona in qualche modo (cartellino giallo, rosso, rigore) gli avversari.

Il mestiere di allenatore è comunque piuttosto ambito.

E non solo da chi ha un passato come calciatore ma sicuramente anche da chi è appassionato di calcio e di strategia.

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Come Riccardo Rendini, allenatore ventottenne trasferito a Torino, che per descrivere il suo rapporto con il mondo del pallone mi cita il grande Diego Armando Maradona: “Lui ha detto: “Se stessi ad un matrimonio con un vestito bianco e piombasse un pallone infangato, lo stapperei di petto senza pensarci”.

Il mio amore per il calcio è nato quando avevo nove anni, partecipando ad un torneo Under 12 organizzato dalla chiesa del mio paese, a Cisternino, in provincia di Brindisi.

Non avevo ancora le basi tecniche e infatti persi la finale con la mia squadra ma vinsi il mio primo riconoscimento come miglior giocatore del torneo.

Dopo questa esperienza obbligai mio padre ad iscrivermi nella scuola calcio del mio paese; è stato un periodo molto proficuo, passavo tutto il mio tempo libero a calciare, a casa, in giardino, in piazza con gli amici, una sorta di ossessione tanto che ero stato soprannominato “Riccardo il calciatore”…”.

Ma come nasce l’interesse e la decisione di diventare allenatore di calcio?

Nella mia crescita calcistica ho avuto la fortuna di aver avuto un Mister che non solo è riuscito a migliorarmi come calciatore ma soprattutto è riuscito a trasmettermi  la passione per il calcio a 360°. Era molto metodico e mai banale nelle esercitazioni, aveva un carisma che lo rendeva leader, riuscendo sempre ad insegnarci qualcosa.

Era molto preparato dal punto di vista tecnico e medico e da lui ho imparato alcune tecniche per prevenire e curare fastidi che solitamente hanno i calciatori.

Sempre grazie a lui ho iniziato ad osservare con pù attenzione la figura dell’allenatore.

Verso i sedici anni ho iniziato a documentarmi su you tube, a chiedere le sedute cartacee al mio mister, a giocare con videogiochi manageriali  come “Football Manager” ed ho approfondito tutto ciò che riguarda il lavoro settimanale del calciatore.

Dopo il Liceo mi sono trasferito a Torino per studiare Giurisprudenza e per vari motivi ho smesso di giocare a calcio ma la passione continuava ad essere talmente smisurata che nel 2015 ho preso il primo patentino per allenatori (Uefa C) che mi permette di allenare tutte le squadre di settore giovanile professionisti compresi.

Quest’anno poi ho completato la prima parte della mia abilitazione con il conseguimento del patentino Uefa B che mi permette di allenate fino alla Serie D come p’rimo allenatore e allenatore in seconda in C;  ovviamente sogno di diventare un professionista ma è un cammino molto difficile per chi non ha avuto una grandissima carriera da calciatore...”

Intanto Riccardo ha mosso i primi passi d’allenatore nell’Atletico Torino, società che attualmente milita in Eccellenza: “Poi ho iniziato una collaborazione con una società che aiutava l’integrazione dei ragazzi stranieri ma mancavano le basi organizzative per la gestione di una simile realtà”.

Quali sono state le maggiori difficoltà e le più grandi soddisfazioni?

Sicuramente nel settore giovanile la problematica maggiore è legata anche alla gestione del genitore che a volte è aggressivo, per volontà di fare emergere ad ogni costo il proprio figlio; poi ci sono le problematiche dei ragazzi dovuti all’età, a certe situazioni famigliari ecc. 

La mia più grande soddisfazione è quella di riuscire a finire le stagioni sportive con risultati  legati si al campo ma anche alla crescita personale e sportiva dei ragazzi che alleno. Soprattutto riuscire a far fare squadra, senza emarginazioni“.

Riccardo è ovviamente anche un tifoso…

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Sono Juventino – mi dice – e il mio amore per i colori bianconeri è nato con la finale di Champions vinta nel 1996 contro l’Ajax allo Stadio Olimpico di Roma.

Ricordo alla perfezione la parata di Peruzzi, il rigore finale di Jugovic, le urla di gioia sul balcone di casa con tanto di vicini allarmati e mia madre che mi diceva di smetterla di fare tutto quel caos per una partita…

La Juventus mi è entrata nel cuore non solo per le vittorie manche per la sua storia, che è poi anche la storia della famiglia Agnelli e di un pezzo importante dell’economia del nostro Paese.

Da quando vivo a Torino posso seguire la Juventus allo stadio e ogni volta che entro è come fosse la prima per le emozioni che vivo.

Per indole non ho un calciatore preferito ma sono sempre stato legato alla squadra nella sua totalità; però ammiro tutti coloro che fanno la storia bianconera e in questo vedo in Claudio Marchisio quello che Paolo Maldini è stato per il Milan e Francesco Totti per la Roma“.

Partita memorabile, invece, per essere stata la più grande delusione?
La finale di Champions persa all’Old Trafford contro il Milan nel 2003, soprattutto per come abbiamo perso immeritatamente dopo aver superato il Barcellona ai quarti e il Real Madrid in semifinale…“.

Parola (e analisi) di allenatore.

 

 

 

 

 

 

 

Elogio della stranezza (e di un ultracentenario)

L’espressione più eccitante da ascoltare nella scienza, quella che annuncia le più grandi scoperte, non è “Eureka” ma “Che strano…”.
(Isaac Asimov)

 

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Il 2017 è un anno strano, inusuale.

Ovviamente per me.

Trovo strano l’interesse per il calcio, trovo strano che mi sia innamorata del pallone, della Juventus, di Dybala.

Trovo strano vedermi in uno stadio affollato di esplosioni di gioia, che è un piacere condividere, ma anche di grida, insulti, fumo e nonostante tutto non sentirmi neppure più un corpo estraneo.

Mi trovo strana ultimamente.

Per dirla alla Janis Joplin, una normale persona strana.

Persino la mia “principessitudine” si è un pò sporcata (diciamo il vero; ci sono concause come #blackpierreange e affini, icone della fotografia e della moda 2.0… :-)))

Il neologismo sottintende l’aggettivo di Principessa della Curva Sud che mi hanno appioppato alcuni tifosi juventini.

Lo ammetto: allo stadio con il tacco 12  e la pencil skirt di pelle nera forse ci vanno solo le Wags (mogli e fidanzate dei calciatori) in Tribuna d’onore; ma del resto dell’abbigliamento fuori luogo “sempre e comunque” ho fatto un segno distintivo.

Amen.

Torniamo all’assunto iniziale.

L’inusuale stranezza.

Strano continuare imperterrita, ogni volta che sono allo stadio, a rovesciare inavvertitamente il bicchiere dell’acqua (qualcuno dice che porto fortuna, e in effetti per ora pare così guardando i risultati, ma in realtà inizio seriamente a preoccuparmi di me stessa… un tic nervoso???).

L’allagamento del sotto-seduta e dintorni è ormai un mantra in un eterno deja-vu.

Inusuale non poteva che essere anche la mia prima partita in trasferta.

Sabato 28 ottobre ero a San Siro ad assistere a Milan – Juventus.

Con un’emozione diversa dalle partite giocate in casa perché essere in netta minoranza a tifare la propria squadra mi ha ringalluzzito.

Se poi si straccia l’avversario con un bel 2 a zero l’adrenalina sale di livello.

E se poi HIGUAIN segna le due reti e arriva ad un record personale di tutto rispetto, li, proprio davanti ai miei occhi sgranati, bhè, c’è di che montarsi la testa (presunta coronata :-))) per quanto è unica, inconsueta la faccenda.

Pipita, con la sua strepitosa doppietta, è salito a quota 101 gol segnati in Serie A.

Dati alla mano, dal 1994 in poi, nessuno è stato più rapido di lui nella speciale classifica dei ‘centenari’: ci ha messo solo cinque stagioni.

Si si.

Esserci è stato meraviglioso.

Così meraviglioso che sono stranamente incredula.

Forse ora comprendo cosa intendeva Cesare Pavese quando diceva che può riderti negli occhi la stranezza di un cielo che non è il tuo.

Il calcio non è il mio cielo, o meglio non lo è del tutto.

Ma gli occhi mi ridono eccome.

 

 

 

 

 

“Buonasera” alle tre del pomeriggio…

E’ giusto ribellarsi a una certa cultura che prevede che le emozioni debbano essere sempre controllate: che non bisogna piangere né ridere troppo e nemmeno essere eccessivamente tristi“.
(Paolo Crepet)

Ogni tanto è anche stimolante essere al di là della barricata, per così dire.

Nel mio percorso da neo-blogger sono io ad essere incuriosita da una persona, da una storia, da una situazione, tanto da voler sondare, capire.

INDAGARE, per usare una terminologia che rimanda al motivo per il quale sono diventata appassionata di pallone.

Tempo fa sono stata intervistata da alcune testate giornalistiche per la mia storia inconsueta legata al calcio.

Ma l’esperienza della diretta televisiva è un’altra cosa.

Molto più cruda, immediata, senza filtri.

Elettrizzante da un lato.

Paralizzante dall’altro.

Ieri ho partecipato ad una puntata di “Top Com” sul canale tematico “Top Planet” per parlare del blog e tentare (lol) di parlare di Juventus.
Puntata condotta dalle temprate e spigliatissime (oltre che competentissime) Carol Barbieri e Caterina Autiero (quest’ultima già intervistata sul mio blog e mio mentore per golditacco.it).

Quando si dice che le fotografie parlano non posso che essere assolutamente d’accordo.

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Questa è la foto del quarto d’ora prima della diretta.

L’immagine della serenità.

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E questa la foto del “due minuti alla diretta”.

Una frase è bastata a smascherare un’inquietudine celata e le emozioni sempre in agguato.

Qui si vede tutto, ma proprio tutto, senza sconti, il mio essere apprendista-debuttante del settore tv.

Oggi rido pensando che, saranno anche le luci (ma non diamo troppo la colpa alla tecnologia…), non sembro neppure la stessa persona.

Nella vita non si finisce mai di scoprire qualcosa di se e della realtà ed io ho scoperto che:

la mia proverbiale parlantina non è poi sempre così proverbiale;

la sicurezza nelle mie capacità di oratrice si dà alla fuga senza preavviso;

dire “Buonasera” alle tre del pomeriggio denota di credere ai salti temporali;

non mi ero mai accorta di quanto può essere difficile stare ferma su una sedia, io e il mio presunto aplomb da “principessa della Curva Sud” (questa è una storia della quale vi parlerò prossimamente);

lo schermo regala almeno 7/8 kg in più (figuriamoci mi fossi vestita di bianco e meno male che quel giorno ho evitato i carboidrati…);

le luci sbiancano e conseguentemente ero troppo bionda (stile musa di Hitchcock ma non all’altezza del ruolo), troppo pallida, troppo no-makeup mood (nonostante il lavoro magistrale della mia amica Francesca che  io, io, io ho trattenuto nell’essere più “marcata”… ).

Pero’ di POSITIVO c’è:

che l’esperienza mi ha galvanizzata ancora di più sulla strada che sto percorrendo;

che quasi quasi mi sono emozionata ricordando la mia prima volta allo stadio (tanto da aver definito “gloriosa” la sfida tra Juventus e Cagliari del 19 agosto…);

che anche adesso che sono qui che scrivo tra il serio e il faceto sento gli occhi pungere.

E forse questa emozione è la più grande conquista che mi ha regalato il gioco del pallone.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alvise Cagnazzo: in auto sognando un certo Ragioniere e una frittata di cipolle…

Le regole sono un ottimo modo per farsi venire delle idee. Tutto quello che dovete fare è infrangerle“.
(Jack Foster)

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Credo che le menti brillanti sono quelle che inseguono le ECCEZIONI.

Che scompigliano le REGOLE.

O meglio, le ripensano per darle una nuova dignità, un nuovo scopo.

Una ulteriore conferma del mio pensiero l’ho avuta chiacchierando con Alvise Cagnazzo, pugliese, autore di libri e di format televisivi (oltre che corrispondente del tabloid britannico The Sun), nonché tifoso della Juventus che segue con fede si ma soprattutto con spirito critico.

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Alvise è autore de “Al Volante”, programma in onda sul canale barese Antenna Sud.

Mi incuriosisce sapere come è nata l’idea di intervistare personaggi del mondo dello sport e della cultura durante gli spostamenti in auto…

Stavo andando al lavoro – mi spiega – e fermo ad un semaforo ho letto sul muro di una vecchia casa una frase che mi ha colpito molto: “Ti compri la macchina per andare a lavorare”.

Li per li mi sono messo a ridere.

Però poi la cosa mi ha fatto riflettere.

E’ il destino di ogni lavoratore medio acquistare e spendere per andare, ironicamente parlando, in prigione, ossia al lavoro.

Così ho deciso di sovvertire questa regola e mi sono detto: “Prendo l’auto per registrare un programma tv”.

Ho pensato al format, l’ho depositato alla Siae e mi sono accordato con Antenna Sud. Colgo l’occasione per ringraziare l’editore Distante che ha mostrato da subito interesse per le mie idee e per il mio modo di pensare e di fare tv“.

Prima intervista in auto: a chi?

All’ex calciatore del Brindisi e del Genoa Mino Francioso. Con il quale tra l’altro mi feci una foto quando avevo tredici anni.

Dopo la fine della registrazione della puntata gli ho detto: “Ora questa fotografia dove sembri un tronista ed io un filosofo senza una lira me la devi autografare…” . 

Un’intervista emozionante.

Mino è il bomber più prolifico di tutti i tempi del Genoa, ha addirittura segnato più gol di Pruzzo in rossoblu”. 

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Seguo Alvise sui Social da diverso tempo; è ammirevole la sua capacità di dibattere e di discernere sui temi più svariati, non solo calcistici ovviamente, con competenza ma soprattutto con leggerezza, nell’accezione positiva del termine.

Una leggerezza intellettuale, così mi viene da definirla, sia che si parli di una start-up per snellire i controlli di prevenzione del cancro o di come arginare patologie di dipendenza varie, sia che si tratti di dissertazioni letterarie o politiche o delle implicazioni in campo della Var.

Un connubio, in effetti, che mi ricorda un uomo, famoso per aver impersonato un noto Ragioniere, che è particolarmente caro ad Alvise.

Se penso a quale sia stato il personaggio che ho intervistato e che mi ha maggiormente arricchito dal punto di vista umano non ho dubbi: Paolo Villaggio. 

Con lui si era instaurato un bellissimo rapporto, così come con il nipote Andrea ala uale ogni anno mandavo copie dei miei libri. 

Paolo era una persona di una profondità immensa, capace di innamorarsi anche di un dialogo se ritenuto alto, intelligente e sveglio. 

Le sue parole sono per me come la coperta di Linus.

Il mio rammarico più grande è quello di non essere mai riuscito ad intervistarlo di persona ma sempre solo in tante interviste telefoniche…”.

A proposito di personaggi che non ci sono più, chiedo ad Alvise chi vorrebbe intervistare.

“Senza dubbio Omar Sivori. Ho sempre sognato di mangiare una frittata di cipolle, della quale andava matto, insieme a lui...” risponde divertito.

Chiudo chiedendo ad Alvise perché proprio la Juventus.

Per me la Vecchia Signora del calcio italiano significa gioventù.

Può sembrare una contraddizione in termini ma non lo è.

Rappresenta quello che mi ha rubato il mio Paese, perché in Italia essere giovani è una condanna ma mi sono riscattato con lei e con il mondo del pallone“.

Come a dire dando un calcio e riuscendo a segnare una rete.