Massimo Gramellini: “Quella volta che Maradona palleggiò con un mandarino…”

Incasso qualsiasi critica ma non quella di non sapere perdere. E’ da quando sono nato che ho un’abitudine a gestire le sconfitte come nessun altro visto che sono Granata”.

(Massimo Gramellini)

41464917_10215230981482085_263852369412882432_n.jpg

Ho sempre pensato che l’ironia, ancora di più l’autoironia, ci salverà dal fare a pezzi noi stessi.

Massimo Gramellini, giornalista, scrittore, personaggio televisivo, è ironico ma soprattutto autoironico, pungente e divertente anche per quanto riguarda le faccende relative alla fede calcistica.

L’ho incontrato nei giorni scorsi a Nizza Monferrato, dove è stato ospite della kermesse “Attraverso Festival”.

41591382_10215245149516277_3584402018149597184_n.jpg

Forse non tutti lo ricordano nel ruolo di cronista sportivo del pallone con il quale ha iniziato la sua carriera nella carta stampata:

“Lo sport è l’unica attività che ancora oggi mima l’epica – dice – la bellezza di raccontare le gesta dei guerrieri antichi la si rivive in un certo senso narrando le imprese degli sportivi. Sicuramente  è meglio vederli da lontano, più coinvolgente dal punto di vista emotivo perché quando per lavoro, come era per me all’epoca, li vedi quotidianamente sui campi ad allenarsi e durante le partite il mito dell’eroe irraggiungibile svanisce. Ci si rende conto che sono ragazzi di vent’anni interessati a giocare più che alle emozioni dei tifosi. In quegli anni anche la mia fede Granata la vivevo con meno enfasi.

Facevo il cronica in anni nei quali i calciatori erano meno personaggi di oggi; mi ricordo di quando arrivai a Milanello nel 1986 e parlando con Paolo Maldini e Franco Baresi, due campioni del Milan, gli dissi: “Siete giovani, belli, amati dal pubblico; è incredibile che non abbiate ancora fatto pubblicità”. Mi guardarono esterrefatti: “Un calciatore che fa pubblicità? Non succederà mai”. Tutto poi come ben si sa è cambiato radicalmente…”.

Un personaggio lo era invece Maradona: “Maradona è stato tutto il male e tutto il bene che nessuno ha mai raccontato.

Eraldo  Pecci, calciatore del Napoli al quale ero particolarmente legato perché era stato un campione del Toro dello scudetto del 1976, mi ha raccontato che arrivato a Napoli, trova nel residence il televisore che non funziona. Lo racconta ai compagni di squadra durante gli allenamenti. La sera, tornato al residence, si sente dire che la chiave della sua camera l’ha presa Maradona. Pecci lo trova sotto la tv, intento ad aggiustare la spina dell’antenna.

Maradona è stato un uomo ed un campione molto amato dai compagni; era sicuramente un distruttivo ma anche un leader, un costruttore, uno che ci metteva sempre la faccia, nel bene e nel male, prendeva posizione. Per questo lo considero uno dei più grandi calciatori di sempre.

Mi ricordo quella volta che non si allenava da un mese, faceva di tutto tranne che allenarsi e ovviamente noi giornalisti non perdevamo occasione per rimarcarlo.

Si presentò in conferenza stampa, allora a differenza di oggi avvenivano per strada; io stavo mangiando un mandarino, mi chiese se ne avessi un altro da lanciargli. Per l’intera conferenza, che durò almeno tre quarti d’ora, palleggiò con il mandarino. Non è solo l’aspetto tecnico a sorprendere ma anche tenere la gamba in tensione per 45 minuti; aveva dei muscoli che se avesse condotto una vita sana probabilmente avrebbe giocato sino a 40 anni.

Maradona è un personaggio che sembra uscito da un romanzo di Garcia Marquez”.

Dallo sport alla politica il passo non sembra nè breve nè scontato: “La leggenda vuole che Igor Man mi abbia suggerito all’avvocato Agnelli e a Paolo Mieli, direttore de La Stampa, dopo aver letto un mio articolo dedicato allo Scudetto del Napoli vinto nel 1990un pezzo divertente che finiva con una cialtronata. Ero andato a seguire la partita contro la Lazio nei Quartieri Spagnoli; ad un certo punto ho visto cadere da una finestra un televisore. Siccome in quel periodo il nemico numero uno era il Milan di Berlusconi, scrissi che il televisore era sintonizzato su Canale 5, nonostante ovviamente nel volo non fosse collegato alla spina! Però era divertente l’idea, a Napoli in quei giorni c’era molto di cui divertirsi, tipo le lacrime di Berlusconi in vendita a 1000 lire ad ampolla”.

Chiedo a Gramellini come è nata la sua fede Granata: “Da bambino mi piaceva mangiare. Mio padre, sfegatato tifoso del Torino, mi ha minacciato: O tifi Toro o non mangi”.

La scelta definitiva è avvenuta quando un bimbo juventino mi ha canzonato dicendomi: “E’ morto Gigi Meroni”. Così ho associato definitivamente la Juve al male e la scelta si è compiuta automaticamente” racconta ridendo.

Sull’assetto attuale della squadra, ha idee precise: “Questa è la squadra di Mazzarri che è un allenatore bravissimo, fa giocare male la squadra ma molto peggio quella avversaria. Non ci si aspetta partite divertenti come ai tempi di Mihajlovic ma del resto il calcio non è uno spettacolo; uno spettacolo, ad esempio, si spera duri il più a lungo possibile, se si vede il Toro che al primo minuto segna si invoca che la partita finisca li. Il calcio è una guerra, conta vincere. Poi noi del Toro dobbiamo giocare bene nel senso di tirare di nuovo fuori la rabbia, la grinta: un derby si può anche perdere per 4 – 0 ma non si può uscire dal campo sottobraccio a quelli della Juventus… Per quanto riguarda i giocatori, mi dispiace che sia andato via Ljajic che era si una testa calda ma sicuramente l’unico di classe che accendeva la luce”.

 

 

 

Roberto Scarnecchia: in campo… la cucina

Tutto ciò che viene dalla mia cucina è cresciuto nel cuore
(Paul Eluard)

Ho intervistato Roberto Scarnecchia per Golditacco.it in occasione di un Riconoscimento del quale sarà insignito in quanto ex calciatore di spicco del calcio romano di Serie A.

La sua storia mi ha molto incuriosita, ed è una storia singolare di passioni forti che si rincorrono alimentandosi spesso a vicenda; ma è anche un ritorno alle origini come vedrete.

Coppa_Italia_1979-80,_Roma-Ternana,_Pedrazzini_e_Scarnecchia.jpg

Scarnecchia-impiattamenti.png

In questa storia la divisa è una costante.

Cambiano i colori ma non il fatto che sancisce un’appartenenza affettiva e sottintende preparazione, passione e una certa adrenalina messa in gioco.

110 presenze nella massima serie nel ruolo di centrocampista, dal 1977 al 1985, Scarnecchia ha vestito per cinque stagioni la maglia della Roma (vincendo due Coppa Italia), la sua città, e a seguire quelle del Napoli, del Pisa, del Milan per concludere poi la carriera calcistica con due stagioni nel Barletta (la prima in C1 e la seconda in Serie B).

Nel suo recente passato c’è anche una carriera come allenatore (dal Seregno al Voghera sino al Derthona) e un presente, tra le altre cose, come opinionista e commentatore televisivo (nel format Mister Chef in onda sul canale 123 di Sky).

Ma il vero punto di svolta per Roberto è avvenuto dopo aver seguito un Master di Cucina negli Stati Uniti…

Provengo da una famiglia che si è sempre occupata di ristorazione  e sin da bambino stavo in cucina con mamma e nonna.

Anche ai tempi in cui giocavo nella Roma i miei compagni venivano spesso a mangiare da me, lodando i nostri piatti e facendo onore alla nostra idea di cucina, tradizionale.

Ricordo Ancelotti lanciatissimo soprattutto sulle paste e quanto fosse gettonata da tutti la frittata di zucchine e patate…

Sul finire degli anni ‘90, quando mio padre ha aperto un locale alla Romanina, sono diventato aiuto cuoco dimostrando di avere una certa capacità e duttilità ai fornelli.

Il Master mi ha consentito di diventare Executive Chef ed di capire che il talento è necessario ma va comunque indirizzato con molta fatica ed umiltà”.
Conclusa l’esperienza al Marina Place di Genova, attualmente Roberto gestisce due locali a Roma (un terzo è di prossima apertura); una delle sue creature, dove è Resident Chef, si chiama “Undici” come il numero della maglia con la quale giocava e come, ovviamente, il numero di giocatori in campo.

Il mio tipo di cucina è sensoriale, si mangia con tutti e cinque i sensi ed è importante che uno chef non lo dimentichi nella sua evoluzione; è improntata sulla tradizione, sul suo valore e sulla storia che ha in se. Penso a quanta poesia, a quanti ricordi ci possono essere in una Carbonara o in un piatto di Tonnarelli Cacio e Pepe, una delle mie specialità”.

Chiedo a Roberto se ci sono delle similitudini tra allenare una squadra di calcio e la gestione di una brigata di cucina:

Moltissime.

Il progettare la linea della preparazione dei piatti corrisponde all’allenamento prima della partita. SI tratta in entrambi i casi di strategie. Poi il servizio è simile alla partita giocata; un’ora e mezza di tensione e di adrenalina ma anche di divertimento, di passione.
E in ogni caso serve la capacità di fare squadra, il rispetto della gerarchia, sia in campo che in cucina.
La differenza sta nel fatto che chi mangia ha sempre il sorriso, chi assiste ad una partita non sempre…”.

Ma oggi il calcio che ruolo ha nella vita di Roberto?

“Sono rimasto molto vicino alla Roma, il calcio è un mio grande amore così come lo è la cucina; seguo come tifoso e in generale seguo anche il Napoli e il Milan dove ho militato. Ma grazie al format “Mister Chef”, dove lego le mie due anime, il calcio e i fornelli, continuo in un certo senso a scendere in campo ogni settimana”.

Segnando gol di… palato.