Il goleador e la ballerina…

Possiamo lamentarci perché i roseti hanno le spine o rallegrarci perché i cespugli spinosi hanno le rose. Dipende dai punti di vista“.
(Abraham Lincoln)

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Sono sempre i punti di vista a rendere ogni volta diversa una storia.

Ossia le angolazioni dalle quali ognuno di noi osserva.

Alcuni giorni fa è morto Antonio Valentin Angelillo, il goleador da record, l’astro argentino arrivato in Italia, arruolato dall’Inter, dopo i fasti nel Boca Juniors, sul finire degli anni ’50.

Una storia che mi ha incuriosita, al di la degli indubbi meriti sportivi di Angelillo.

Mi ha incuriosita soprattutto per i dissapori tra la mezzala e il suo allenatore, Helenio Herrera; dissapori celati da tecnicismi e incomprensioni tra fuoriclasse in campo e mister in panchina in realtà dettati soprattutto da una storia… d’amore.

Angelillo arriva nel Bel Paese fortemente voluto dal presidente Angelo Moratti che però inizialmente rimane deluso dalle prestazioni non idilliache dell’astro argentino che pare spaesato e malato di nostalgia.

Come in un feuilleton dalle atmosfere nebbiose, dove manca il sole e la passione delle terre del Fuoco.

Per risolvere l’empasse Moratti arriva ad incaricare alcuni compagni di squadra affinché    portino il malinconico Antonio a svagarsi.
Ed è proprio durante una di queste serate che l’argentino rimane letteralmente folgorato da una ballerina di un anonimo night, Ilya Lopez, nome d’arte di Attilia Tironi.

Talmente folgorato e ringalluzzito che da li in poi inizia nuovamente a segnare a raffica sino a stabilire un record: i 33 gol (tra cui una cinquina alla Spal), che gli permisero di stabilire un record per i tornei di Serie A a 18 squadre; non solo: con 39 reti complessive, Angelillo eguagliò il primato stagionale di gol realizzati con la maglia dell’Inter (appannaggio, fino a quel momento, di Giuseppe Meazza).

Tutto pare rimettersi nel migliore dei modi almeno sino all’arrivo in squadra del nuovo allenatore Herrera.

Le cronache del tempo narrano che i due non si presero in simpatia sin dal loro primo incontro: l’allenatore non amava i fuoriclasse e tacciava Antonio di essere un viziato, troppo indipendente e una prima donna (anche se in effetti non era del tutto vero).

Ma in realtà  le ragioni del disappunto dell’allenatore, al di là dei motivi tecnici, erano  soprattutto di altra ragione; vale a dire il successo che Angelillo aveva con le donne, mal digerito dal Mister invidioso.

Dell’amore appassionato e forte che legava l’argentino alla sua ballerina, descritto teneramente dalla penna di Gianni Brera, Herrera tratteggiò invece uno scenario ben diverso, il che contribuì a rendere la frattura tra lui e il giocatore insanabile.

Come sempre di ogni storia noi cogliamo sfumature diverse.

Questa è quella che oggi mi andava di raccontarvi.

 

 

Roberto Scarnecchia: in campo… la cucina

Tutto ciò che viene dalla mia cucina è cresciuto nel cuore
(Paul Eluard)

Ho intervistato Roberto Scarnecchia per Golditacco.it in occasione di un Riconoscimento del quale sarà insignito in quanto ex calciatore di spicco del calcio romano di Serie A.

La sua storia mi ha molto incuriosita, ed è una storia singolare di passioni forti che si rincorrono alimentandosi spesso a vicenda; ma è anche un ritorno alle origini come vedrete.

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In questa storia la divisa è una costante.

Cambiano i colori ma non il fatto che sancisce un’appartenenza affettiva e sottintende preparazione, passione e una certa adrenalina messa in gioco.

110 presenze nella massima serie nel ruolo di centrocampista, dal 1977 al 1985, Scarnecchia ha vestito per cinque stagioni la maglia della Roma (vincendo due Coppa Italia), la sua città, e a seguire quelle del Napoli, del Pisa, del Milan per concludere poi la carriera calcistica con due stagioni nel Barletta (la prima in C1 e la seconda in Serie B).

Nel suo recente passato c’è anche una carriera come allenatore (dal Seregno al Voghera sino al Derthona) e un presente, tra le altre cose, come opinionista e commentatore televisivo (nel format Mister Chef in onda sul canale 123 di Sky).

Ma il vero punto di svolta per Roberto è avvenuto dopo aver seguito un Master di Cucina negli Stati Uniti…

Provengo da una famiglia che si è sempre occupata di ristorazione  e sin da bambino stavo in cucina con mamma e nonna.

Anche ai tempi in cui giocavo nella Roma i miei compagni venivano spesso a mangiare da me, lodando i nostri piatti e facendo onore alla nostra idea di cucina, tradizionale.

Ricordo Ancelotti lanciatissimo soprattutto sulle paste e quanto fosse gettonata da tutti la frittata di zucchine e patate…

Sul finire degli anni ‘90, quando mio padre ha aperto un locale alla Romanina, sono diventato aiuto cuoco dimostrando di avere una certa capacità e duttilità ai fornelli.

Il Master mi ha consentito di diventare Executive Chef ed di capire che il talento è necessario ma va comunque indirizzato con molta fatica ed umiltà”.
Conclusa l’esperienza al Marina Place di Genova, attualmente Roberto gestisce due locali a Roma (un terzo è di prossima apertura); una delle sue creature, dove è Resident Chef, si chiama “Undici” come il numero della maglia con la quale giocava e come, ovviamente, il numero di giocatori in campo.

Il mio tipo di cucina è sensoriale, si mangia con tutti e cinque i sensi ed è importante che uno chef non lo dimentichi nella sua evoluzione; è improntata sulla tradizione, sul suo valore e sulla storia che ha in se. Penso a quanta poesia, a quanti ricordi ci possono essere in una Carbonara o in un piatto di Tonnarelli Cacio e Pepe, una delle mie specialità”.

Chiedo a Roberto se ci sono delle similitudini tra allenare una squadra di calcio e la gestione di una brigata di cucina:

Moltissime.

Il progettare la linea della preparazione dei piatti corrisponde all’allenamento prima della partita. SI tratta in entrambi i casi di strategie. Poi il servizio è simile alla partita giocata; un’ora e mezza di tensione e di adrenalina ma anche di divertimento, di passione.
E in ogni caso serve la capacità di fare squadra, il rispetto della gerarchia, sia in campo che in cucina.
La differenza sta nel fatto che chi mangia ha sempre il sorriso, chi assiste ad una partita non sempre…”.

Ma oggi il calcio che ruolo ha nella vita di Roberto?

“Sono rimasto molto vicino alla Roma, il calcio è un mio grande amore così come lo è la cucina; seguo come tifoso e in generale seguo anche il Napoli e il Milan dove ho militato. Ma grazie al format “Mister Chef”, dove lego le mie due anime, il calcio e i fornelli, continuo in un certo senso a scendere in campo ogni settimana”.

Segnando gol di… palato.