Goals, obiettivi, umanità: il Vialli che non conoscete

Di seguito il pezzo uscito qualche settimana fa su https://www.juventibus.com/

E’ il mio secondo pezzo pubblicato su questo portale dedicato al bianconero.

E mi ha portato fortuna perché da li a poco sono diventata con molta gioia una delle autrici…

Il 99% di una battaglia consiste nell’affrontarla con il giusto stato d’animo. 

Quell’uno per cento che rimane viene di conseguenza, per incredibile che possa essere.

Così una camera d’aria legata ad un manubrio e stretta tra i denti tiene a bada il dolore di una clavicola rotta e di un omero fratturato, consentendo a Fiorenzo Magni, imperturbabile sotto un turbinio di neve ghiacciata, di arrivare secondo al Giro d’Italia del 1956, beffando atleti in perfetta forma e molto più giovani.

Così Wilma Rudolph diventa la “Gazzella Nera” dei tre Ori vinti con l’Atletica alle Olimpiadi del 1960 nonostante pochi anni prima fosse una bimba con una gamba zoppa che macinava km su km a piedi, sotto il sole cocente e sotto la pioggia battente, caparbia, sino ad arrivare a sciogliere i muscoli di quell’arto paralizzato.

Chiamiamola forza di volontà, attitudine a non mollare, spirito di conservazione, anima da fuoriclasse.

Fuoriclasse come Gianluca Vialli, un Campione che ha giocato partite importanti e che ha sollevato al cielo, in un impeto di felicità assoluta e condivisa, l’ultima Coppa dalle Grandi Orecchie che è transitata sotto la Mole.

Di lui, il leggendario Stradivialli come è stato ribattezzato da Gianni Brera, ho conosciuto le prodezze in campo portandomi dietro l’idea stereotipata che ho avuto per un certo lasso di tempo del calciatore in quanto tale; un essere invincibile, più un supereroe in calzoncini macchiati di fango che un uomo con le proprie fragilità, un virtuoso del campo con capacità fuori dal comune.

Eternamente performante.

Quando il mese scorso Gianluca ha confessato ai mass media di essere tornato a “rigiocare la partita”, questa volta contro un avversario inquietante, tutto il mondo del pallone è rimasto ammutolito di fronte al suo coming out di malato di cancro, anche io ovviamente che ho ancora negli occhi le sue celebri rovesciate; ha lasciato interdetto chi iniziava a sospettare qualcosa per quella perdita di peso sostenuta, e stava già tratteggiando il “coccodrillo”, l’epitaffio giornalistico dedicato a chi non c’è più, non lasciandosi ingannare dal maglione indossato sotto la camicia per simulare i chili persi.

L’invincibile è evaporato quando si è tolto l’armatura per lasciare il posto ad un uomo che con un gesto rivoluzionario, in un’epoca in cui la perfezione è un assoluto da sbandierare, non ha avuto paura di mettersi a nudo condividendo la sua umanità.

E questo è lo spirito vero di uno sportivo, la capacità nella debolezza di ritrovare una nuova forza, di cadere sette volte di rialzarsi otto.

Gianluca racconta in  Goals, 98 storie + 1 per affrontare le sfide più difficili” la sua nuova routine ma soprattutto la sua sfida per quel gol decisivo, un gol che richiede coraggio e, come scrive, anche un pizzico di fortuna, un gol che ha il sapore di un rigore, da calciare solo di fronte all’avversario, testa a testa.

E’ un libro saggio e propositivo che ripercorre storie di sportivi non sempre noti al grande pubblico e che hanno saputo affrontare le avversità incontrare sul cammino, poco importa se dalla nascita o durante una disputa decisiva, insegnando a rimanere saldi sui propri obiettivi, a resistere, ad essere più forti del destino, ad essere una fonte di ispirazione.

Il + 1 che troviamo nel titolo è il capitolo autobiografico; anche questo, come i precedenti, introdotto da un aforisma: “Voglio ispirare le persone, voglio che qualcuno mi guardi e dica: grazie a te non ho mollato”.

E’ un capitolo che parte con un problema di salute sottovalutato, scambiato inizialmente per un’infiammazione al nervo sciatico, colpa forse del golf che ama tanto ma che dicono faccia male alla schiena; un capitolo che prosegue con le lacrime e lo smarrimento per una sentenza che pare irrisolvibile ma che di contro porta con sé una nuova consapevolezza: “Vedo tutte le cose della mia vita per quello che sono: cose. Mentre io, mia moglie, le bambine, i miei fratelli, mia madre e mio padre, i miei amici, tutti noi, tutti voi, siamo molto di più. Siamo pensieri e legami, siamo emozioni e parole. Siamo il futuro che riusciamo ad immaginarci”. 

Otto mesi di chemioterapia, una vita che diventa un’immensità di effetti collaterali, Gianluca che ignora volutamente le percentuali che il cancro ritorni “perché chi gioca a calcio sa bene che se c’è una cosa che fa impazzire gli amanti delle statistiche è che nessuna serve davvero a predire come finirà una partita”.

Riflette Gianluca e riorganizza la sua esistenza con la filosofia orientale, la dedizione all’allenamento e la propensione all’ottimismo, medita su frasi fondamentali che trascrive su post-it disseminati nello studio, pillole di saggezza che diventano la sua nuova corazza, cerca il silenzio ma soprattutto non teme di confrontarsi con la paura, quella che “ti fa chiudere in bagno e piangere, la paura di non riuscire a dire le parole che servono”.

E poco per volta riprende peso, il maglione da sotto la camicia ritorna nell’armadio, i suoi pensieri “cercano profondità, o altezza, non so dirlo meglio di così”.

Dice che ancora non sa “come finirà la partita” ma è risoluto nell’aggiungere: “Quello che so è che mi sono preparato bene ed ho dato il massimo”.

Il massimo continua a darlo Gianluca, lui che nonostante tutto non smette di dichiarare che la felicità è una scelta e che ognuno di noi, nel profondo del cuore, nella parte più nascosta della nostra personalità, è in grado di trovare la propria.

Anche nei momenti peggiori si può essere felici, basta non lamentarsi del vento o aspettare passivamente che cambi, ma semplicemente adattando le vele.

Silvia Sanmory (@silvyaesse)

Elogio della stranezza (e di un ultracentenario)

L’espressione più eccitante da ascoltare nella scienza, quella che annuncia le più grandi scoperte, non è “Eureka” ma “Che strano…”.
(Isaac Asimov)

 

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Il 2017 è un anno strano, inusuale.

Ovviamente per me.

Trovo strano l’interesse per il calcio, trovo strano che mi sia innamorata del pallone, della Juventus, di Dybala.

Trovo strano vedermi in uno stadio affollato di esplosioni di gioia, che è un piacere condividere, ma anche di grida, insulti, fumo e nonostante tutto non sentirmi neppure più un corpo estraneo.

Mi trovo strana ultimamente.

Per dirla alla Janis Joplin, una normale persona strana.

Persino la mia “principessitudine” si è un pò sporcata (diciamo il vero; ci sono concause come #blackpierreange e affini, icone della fotografia e della moda 2.0… :-)))

Il neologismo sottintende l’aggettivo di Principessa della Curva Sud che mi hanno appioppato alcuni tifosi juventini.

Lo ammetto: allo stadio con il tacco 12  e la pencil skirt di pelle nera forse ci vanno solo le Wags (mogli e fidanzate dei calciatori) in Tribuna d’onore; ma del resto dell’abbigliamento fuori luogo “sempre e comunque” ho fatto un segno distintivo.

Amen.

Torniamo all’assunto iniziale.

L’inusuale stranezza.

Strano continuare imperterrita, ogni volta che sono allo stadio, a rovesciare inavvertitamente il bicchiere dell’acqua (qualcuno dice che porto fortuna, e in effetti per ora pare così guardando i risultati, ma in realtà inizio seriamente a preoccuparmi di me stessa… un tic nervoso???).

L’allagamento del sotto-seduta e dintorni è ormai un mantra in un eterno deja-vu.

Inusuale non poteva che essere anche la mia prima partita in trasferta.

Sabato 28 ottobre ero a San Siro ad assistere a Milan – Juventus.

Con un’emozione diversa dalle partite giocate in casa perché essere in netta minoranza a tifare la propria squadra mi ha ringalluzzito.

Se poi si straccia l’avversario con un bel 2 a zero l’adrenalina sale di livello.

E se poi HIGUAIN segna le due reti e arriva ad un record personale di tutto rispetto, li, proprio davanti ai miei occhi sgranati, bhè, c’è di che montarsi la testa (presunta coronata :-))) per quanto è unica, inconsueta la faccenda.

Pipita, con la sua strepitosa doppietta, è salito a quota 101 gol segnati in Serie A.

Dati alla mano, dal 1994 in poi, nessuno è stato più rapido di lui nella speciale classifica dei ‘centenari’: ci ha messo solo cinque stagioni.

Si si.

Esserci è stato meraviglioso.

Così meraviglioso che sono stranamente incredula.

Forse ora comprendo cosa intendeva Cesare Pavese quando diceva che può riderti negli occhi la stranezza di un cielo che non è il tuo.

Il calcio non è il mio cielo, o meglio non lo è del tutto.

Ma gli occhi mi ridono eccome.