Una farfalla granata, una Balilla con l’abat-jour e una gallina al guinzaglio…

Il talento proviene dall’originalità, che è un modo speciale di pensare, di vedere, di comprendere e di giudicare“.
(Guy de Maupassant)

 

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“Io faccio così non per esibizionismo, ma perché sono così; perché anelo alla libertà assoluta e questi capelli, questa barba sono uno dei segni di libertà. Può darsi che un giorno cambierò quando la mia libertà sarà un’altra”.

Parole di Luigi, detto Gigi, Meroni, indubbiamente un calciatore fuoriclasse ma anche un personaggio poliedrico, stilista, pittore, bohemien che girava con una Balilla con all’interno un abat-jour.

 

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Doveva arrivare un Granata per farmi incuriosire ed “innamorare” della sua personalità.

Da non credere per una juventina…

Faceva tante cose Gigi, soprattutto faceva l’uomo libero; libero da costrizioni anche nelle scelte amorose (conviveva con Cristiana, all’epoca separata dal marito, roba da codice penale a quei tempi), impeccabile in campo e negli allenamenti ma rigoroso nel mantenere le sue scelte individuali come quando per principio rifiutò la Nazionale per non doversi tagliare i capelli.

Atipicamente anticonformista, considerata l’epoca (siamo negli anni ’60 dell’Italia del boom economico) nella quale il moralismo era sempre in agguato, non faceva sconti a nessuno e i vezzi (come quello noto di andare a spasso con un gallina al guinzaglio) facilmente fraintesi.

Originario di Como, classe 1943, Meroni comincia a calciare un pallone in un oratorio, quello di San Bartolomeo, con la squadra Libertas.

Crescerà nel vivaio del Como Calcio sino alla chiamata, nel 1962 a diciannove anni, tra le fila del Genoa, club che in quegli anni era secondo per numero di scudetti vinti soltanto alla Vecchia Signora.

In realtà prima ancora che dal Genoa a puntare gli occhi sul giovanissimo attaccante è l’Inter ma la mamma di Gigi si oppone per quei viaggi in treno che il figlio avrebbe dovuto fare da solo e che le fanno un pò paura…

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E così per sbarcare il lunario Gigi inizia a lavorare come disegnatore di tessuti e cravatte, in realtà un lavoro che lo appassionerà a tal punto da continuare anche in seguito a realizzarsi i vestiti.

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E’ il 1964 quando dal Genoa passa al Torino, acquistato per 300 milioni di lire, una cifra record vista la sua giovanissima età; allenato da Nereo Rocco, con la maglia numero 7 Gigi diventa l’autore di 25 gol che ancora oggi sono ricordati per la loro valenza ma soprattutto diventa un portentoso assist man che permette ai compagni di squadra di segnare; in un certo senso è grazie a lui che gli passa la palla sempre al momento giusto che Nestor Combin ritrova stimoli e successi con la maglia Granata addosso.

Meroni è un campione fatto di tecnica e di istinto, amatissimo dai tifosi del Toro che non ci pensano un minuto a scendere in piazza per protestare quando all’orizzonte compare la Juventus che cerca di portare via il talentuoso attaccante con un’offerta elevatissima (750 milioni). Si dice che a far desistere l’avvocato Agnelli dal proseguire la trattativa furono anche i suoi operai in catena di montaggio alla Fiat che minacciarono di incrociare le braccia…

Gigi dunque è stato un vero e proprio emblema del Torino, scippato al pallone e alla vita da un destino brutale.

E’ il 15 ottobre 1967; il Torino ha appena sconfitto la Sampdoria per 4 – 2.  

Un’esultanza che si spegnerà nella notte.

Gigi attraversando a piedi corso Re Umberto per tornare a casa, nella sua leggendaria mansarda di piazza Vittorio, viene travolto da un auto; morirà poche ore dopo.

Ironia della sorte beffarda, ad uccidere Meroni un giovanissimo tifoso Granata,  Attilio Romero, che trent’anni dopo diventerà presidente del Club. 

Ai funerali praticamente è presente coralmente tutta la città, tutti i tifosi Granata ammutoliti da un’altra tragedia dopo quella di Superga, increduli per quell’inquietante quasi omonimia tra la loro Farfalla Granata, come Gigi veniva chiamato, e il pilota di quel volo sfortunato.

La domenica successiva, in campo contro la Juventus, il Toro implacabile, rabbioso, disperato vincerà il derby per 4 a zero (tre dei quali realizzati da Combin come aveva predetto la settimana prima lo stesso Meroni), le bandiere ammainate, la fascia destra dove di solito giocava Meroni ricoperta di fiori colorati. 

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Leggeri, mossi dal vento, a pennelare quasi il campo come la tela d’addio della Farfalla.

 

Calcio femminile: buono l’avviso della prima scuola in rosa targata Juventus

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Essere donna è così affascinante. È un’avventura che richiede tale coraggio, una sfida che non annoia mai“.
(Oriana Fallaci)

 

La libertà e la voglia di essere rivoluzionarie per le donne può partire anche da un pallone.

E’ il 1968, anno rivoluzionario per eccellenza, quando nasce ad esempio la prima squadra femminile di calcio del Genova.

Sono passati 50 anni da allora e lentamente questa “rivoluzione” ha attecchito; le donne calciatrici, anche se ancora un fanalino di coda nel nostro Paese rispetto alla media europea (le tesserate in Italia sono 11.000, in Germania un milione, in Inghilterra 80.000), hanno saputo tenere duro; si sono spinte oltre gli stereotipi, alimentando e sostenendo una passione così forte, caparbia e combattiva capace di dare un calcio ai pregiudizi e a dribblare l’idea di uno sport riservato ai maschi.

Nonostante la mancanza  di una progettualità precisa da parte della Federcalcio e della Lega Nazionale Dilettanti, e una certa latitanza dei media, la tenacia del calcio femminile è supportata sempre di più dalle società sportive che si espongono ed investono, da allenatori illuminati e da scuole calcio di assoluto livello.

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E’ il caso della Scuola Calcio Juventus femminile del Fossano Calcio, prima scuola in “rosa” in Italia targata Juventus nata lo scorso mese di luglio e della quale il nostro magazine si è occupato in passato.

Abbiamo fatto un bilancio dei primi mesi di attività con la responsabile del settore femminile Eva Callipo, ex Presidente del Cuneo calcio femminile di Serie A (acquisito la scorsa estate proprio dalla Juventus).

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“A giugno e a luglio durante gli Open Days abbiamo avuto una forte affluenza – mi spiega – non solo di ragazze che già giocavano a calcio, ad esempio le ex giocatrici del Cuneo Calcio, ma anche di giovanissime al loro primo approccio con il pallone. 
Attualmente abbiamo una cinquantina di iscritte, suddivise in tre squadre: Juniores, Esordienti Misti e Primi Calci.
Gli allenamenti hanno frequenza bisettimanale e si tengono presso lo storico stadio “Pochissimo” di Fossano dalle 18,30 alle 20. Sempre li si disputano le partite del Campionato. 

Sicuramente l’entusiasmo delle nostre ragazze va di pari passo con quello della società calcistica che ha creduto seriamente in questo progetto sin dagli albori. Del resto l’ingresso delle società nell’ambito del calcio femminile fa bene soprattutto in termini di crescita tecnica, grazie a strutture adeguate e allenatori preparati, aiuta dunque a cercare di recuperare il gap con gli altri stati europei”.

Chiedo ad Eva quali sono secondo lei le differenze più sostanziali tra una squadra di calcio femminile e una maschile: “Indubbiamente le ragazze sono molto più attente, sono disposte a sacrificarsi maggiormente, hanno una diversa attitudine anche nell’ascoltare i consigli. Devono per forza emergere per sfatare il tabù del calcio come prerogativa maschile”.

Calcio femminile e visibilità; a partire da questa stagione, Sjy ha acquisito i diritti della Serie A femminile (oltre che quelli della Coppa Italia e Supercoppa italiana del 2019/20); l’intento dichiarato dalla pay tv è quello di sostenere questa disciplina sportiva: “Si è sempre auspicato di avere una maggiore visibilità  – commenta Eva – e dunque ben vengano i diritti acquisiti da Sky, si tratta di un circuito che metterà in campo giornalisti competenti sulla materia e di sicuro non potrà che essere positivo”.

Lo staff tecnico della scuola fossanese è formato dal responsabile tecnico Gianluca Petruzzelli, dall’allenatore della squadra Juniores Enrico Morengo, dall’allenatore Esordienti Rocco Vitale, dall’allenatore Primi Calci Silvio Picco e dal preparatore dei portieri Aurelio Seoni. 43756443_10215449487224592_7042390689077788672_n.jpg

“Alleno da una decina di anni – mi dice Petruzzelli che è stato allenatore anche del Cuneo femminile in massima serie  – sia squadre di calcio maschile che femminile  e se dal punto di vista tecnico non ci sono differenze la gestione delle ragazze  richiede invece una particolare sensibilità, un particolare modo di incoraggiarle per premiare la loro perseveranza. Sono d’accordo con Eva sul discorso della visibilità necessaria per sdoganare certi pregiudizi e l’avvento dei club come Juventus, Milan e Roma sono indispensabili per lanciare il calcio femminile come negli altri Paesi”. 

La Scuola Calcio Juventus femminile del Fossano Calcio ha in serbo diverse iniziative che verranno comunicate sul sito http://www.fossanocalcio.it

 

Jimmy Ghione: “A Striscia sono arrivato anche grazie al pallone…”

“Il mondo è fatto di cancelli da aprire, di opportunità da co­gliere, di chitarre da suonare”.
(Ralph Waldo Emerson)

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E, aggiungerei io, di palloni da calciare che spesso vanno a rete.

In un certo senso, è stato il pallone a farlo diventare uno degli inviati di punta dello storico e famoso tg di satira e denuncia “Striscia la Notizia”, del quale è tra i volti simbolo dal 1998.

Lui è Gianluigi Ghione, meglio noto come Jimmy, un passato da attore di fotoromanzi e film e un presente da tifoso del Torino e appassionato di calcio: “Faccio parte della Nazionale Calcio Tv – mi spiega durante la nostra chiaccherata – e proprio in questo ambito ho conosciuto Lorenzo Beccati, storico autore del programma insieme ad Antonio Ricci, che mi ha proposto di diventarne inviato”.

Torinese di nascita, Jimmy ha eletto il Granata come squadra del cuore sin da bambino: “E’ stata una sorta di illuminazione e comunque una mia scelta individuale visto che nella mia famiglia non si seguiva il calcio, per cui non si tratta di un tifo tramandato di padre in figlio… Tra l’altro ho anche giocato per un certo periodo nelle Giovanili del Toro”. 

Tra i suoi ricordi più emozionanti sicuramente i Derby del passato: “E soprattutto la vittoria dello Scudetto nel 1976, il suo settimo Scudetto ed il primo dopo la tragedia di Superga, con due punti di vantaggio sulla Juventus sconfitta per 1 a zero…

A quei tempi si andava allo stadio con uno spirito diverso, forse dovuto al fatto che non c’erano le dirette tv e la spettacolarizzazione di oggi, era più una festa corale, con gli stadi pieni di famiglie, un evento da condividere come avviene ad esempio in Inghilterra.

Vivendo a Roma raramente riesco a seguire le partite del Torino allo stadio ma ogni tanto vado a vedere altre partite per tenere allenato il mio amore per il pallone”.

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E a proposito di allenamento, Jimmy tiene alto il numero 10 che rappresenta nella Nazionale sopracitata e il suo ruolo di regista e centrocampista: “Abbiamo giocato moltissime partite per beneficienza e le emozioni in campo sono sempre palpabili. Ma soprattutto la cosa bella di questa squadra, al di là degli intenti benefici, è permetterci di rinsaldare amicizie che durano da tempo ma che le necessità legate al lavoro non permettono sempre di coltivare come si vorrebbe”.

Se chiediamo a Jimmy chi è il suo campione del cuore, non ha dubbi nel risponderci: “Maradona, un mito per la sua personalità in campo. Ma ancora di più dopo aver visto la prodezza del famoso gol di Cristiano Ronaldo contro la Juventus a Torino direi che al secondo posto piazzo il campione portoghese…”.

Ecco ritornare il concetto del pallone che gonfia la rete…

 

 

Mario Fargetta, la musica, il calcio e una Vecchia Signora…

Solo i ricordi più veri ci trovano, come lettere indirizzate a chi siamo stati“.
(Simon Van Booy)

 

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Freud una volta disse che tutti noi soffriamo di ricordi.

Quelli con cui apro oggi si riferiscono ai  Novanta.

Io ricordo, ad esempio, la spensieratezza dei miei vent’anni, i jeans a vita alta con i  crop top (tornati in realtà alla ribalta), la serie culto X-Files di cui ero fanatica.

E la musica dance e tecno, d’estate, al mare o d’inverno per arginare i grigi panorami del cuneese.

Avevo le mie hits del cuore, come “Your love”, energia pura, “May Day, May Day” e “Midnight” dal groove ipnotico.

Impossibile dimenticarle.

Brani realizzati da Mario Fargetta, deejay italiano tra i più noti a livello internazionale, produttore discografico e regista radiofonico di Radio Deejay a fianco di Albertino in “Albertino Everyday” e nel programma cult che ha segnato una generazione, la Deejay Parade.

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Non tutti sanno, forse, che Mario, noto anche con lo pseudonimo di Get Far, è stato un calciatore semiprofessionista capocannoniere dell’A.C. Besana Brianza arrivando sino alla Serie D.

“Eravamo la squadra più forte del Campionato – mi racconta durante la nostra intervista – se non fosse che la sfortuna ci ha voluto tutti infortunati e di conseguenza abbiamo iniziato a perdere punti.

Ero piuttosto abbattuto dalla situazione e così nel 1987 ho scelto di rinunciare alla maglia da calciatore per indossare a tempo pieno le cuffie, altra mia grande passione, iniziando a lavorare a Radio Deejay con il mio amico Linus”.

In realtà la sua carriera in ambito musicale gli ha permesso di alzare il livello… anche in campo.

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E quella maglia appesa è stata nuovamente indossata, grazie alla Nazionale Calcio Tv:

In questo contesto ho giocato tantissime partite di beneficenza con giocatori di Serie A, negli stadi più prestigiosi d’Italia.

E siccome con il calcio me la cavo sono stato sempre coinvolto nelle azioni e mi sono preso le mie belle soddisfazioni in termini di reti segnate.

Tra i ricordi più divertenti quando abbiamo giocato contro gli ex del Vicenza e in campo c’era anche Paolo Rossi, io ero in area pronto a segnare ma lui mi ha scippato la palla e ha fatto gol!

O a San Siro contro l’Inter e in squadra con me c’era Walter Zenga come attaccante, entrambi procedevamo verso il portiere, la palla l’ho intercettata e gestita io… peccato però che quando ho calciato ho messo troppa foga e il pallone è finito in uno degli anelli dello stadio. Si è alzato un coro unanime e sono stato investito da un sonoro “Nooooo”“.

La musica e il calcio sono le due passioni più grandi di Mario, anzi, se vogliamo essere precisi c’è n’è una terza degna di nota: la Vecchia Signora del calcio italiano.

Get Far infatti è uno Juventino doc, sin da quando era bambino.

Il mio primo stadio, se così vogliamo definirlo, è stato l’oratorio di Lissone dove scappavo a tirare calci alla palla non appena finito i compiti.

La mia Juventinità non è dovuta in realtà ad un dna bianconero di famiglia ma piuttosto ad un percorso ragionato quando ho capito che era la squadra più forte…” mi spiega.

Forte come quella volta che con il papà va a vedere la Juventus a San Siro contro l’Inter: “Peccato che all’uscita dello stadio un gruppo di tifosi avversari piuttosto goliardici mi ha preso il cappello… Sono cose che segnano” ironizza divertito.

A proposito di tifosi avversari, a Radio DeeJay il lunedì mattina gli animi si “scaldano”:

Abbiamo frange juventine ma anche interiste, milaniste ecc. e dunque si inizia la settimana massacrandoci allegramente”.

E dell’assetto odierno della Juventus, cosa pensa Fargetta?

Allegri ha dimostrato spesso di gestire bene le partite come quella contro il Tottenham. Qualche problema lo abbiamo con le partite secche… e in ogni caso sono fiducioso”.

Chiedo a Mario quale sia il suo campione del cuore: “Senza dubbio Maradona.
Una calamita per gli sguardi, un campione di spettacolarità che incantava anche solo nel vederlo correre.
Ci ho giocato insieme in un’esibizione in una località marina, indimenticabile”.

Indimenticabile.

Indimenticabile come i ricordi.

 

 

 

 

 

 

Il calcio femminile, un’opportunità contro i pregiudizi

Chiunque distrugge un pregiudizio, un solo pregiudizio, è un benefattore dell’umanità“.
(Nicolas Chamfort)

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Spingersi oltre gli stereotipi, alimentando una passione così forte e caparbia che va oltre i pregiudizi.

Questo è stato il leit motiv della presentazione ufficiale di mercoledì scorso di quello che vi avevo già annunciato, ossia la nascita della Fossano Calcio Women, prima scuola calcio femminile in Italia targata Juventus che aggiunge un ulteriore tassello alla sinergia tra la storica società fossanese e quella bianconera (infatti il Fossano Calcio da tempo è anche Scuola Calcio Juventus maschile).

Pregiudizi che sono sempre in agguato quanto si parla di calcio femminile, e hanno uno dei momenti più significativi, si fa per dire, nel 1933 quando a Milano nacque un gruppo calcistico femminile, poi stoppato perché ritenuto disdicevole giocare a calcio in sottana; intervenne persino il Coni che dirottò le calciatrici  verso sport più consoni.

Presente all’incontro Stefano Braghin, Head of Academy Juventus maschile e femminile: “Siamo fortemente convinti – ha spiegato nel suo intervento – che il calcio femminile è un’area di sviluppo importantissima ed arricchente per il calcio in generale. Non è un caso che la stessa Fifa ha lanciato una campagna ad hoc per la sua promozione. Un calcio femminile che grazie alle squadre di emanazione professionistica come quella Juventus, tra l’altro attualmente al primo posto nel Campionato, sta riportando in alto i colori nazionali tanto da poter arrivare alle fasi finali del Campionato del Mondo.

Scegliere il calcio femminile non è semplice. E’ andare controvento.
Ma questo implica che alla base ci sia una forte motivazione che va alimentata e sostenuta”.

Un dato significativo: in Italia le calciatrici tesserate sono 23.000; in Germania 300.000. La strada nel nostro Paese si direbbe ancora lunga…

Crediamo molto nell’agonismo e nelle sue implicazioni sociali – ha concluso Braghin – così come nel favorire il reclutamento sul territorio. Ovviamente decentrando per permettere a tutte le bambine interessate ad iniziare un percorso sportivo di accedervi”.

Rita Guarino, allenatrice della Juventus Woman, ha sottolineato come la visibilità sia un elemento forte che contribuisce a cambiare l’opinione comune: “E questo implica riuscire ad avere maggiori riconoscimenti e maggiori opportunità per le nostre atlete. Molte bambine faticano a trovare spazio e realtà nelle quali identificarsi. Per questo conta molto il giusto atteggiamento e una cultura capace di abbattere i pregiudizi”.

“Quella del Fossano calcio è una scelta dettata dall’intenzione di far crescere il calcio in rosa anche a Fossano – spiega Roberto Calamari del Fossano Calcio –  per questo ci siamo messi al lavoro da mesi per intraprendere un percorso di scuola calcio a stretto contatto con la Juventus come già accade per l’Accademy maschile. Non vogliamo bruciare le tappe, ma è nostra intenzione fare di Fossano un polo del calcio femminile”. 

Alla conferenza stampa erano presenti anche due calciatrici della Juventus Woman, la centrocampista Aurora Galli e il difensore Lisa Boattin che vedete immortalate con Rita Guarino e me nella fotografia.

La Scuola Calcio Juventus femminile presso la società calcistica fossanese partirà il prossimo luglio con vari appuntamenti di Open Day.

In bocca al lupo!

Ancora una volta sono una debuttante in uno stadio…

La memoria è un presente che non finisce mai di passare“.
(Octavio Paz)

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Passare.

Prestate attenzione a questo verbo e alla sua duplice valenza.

Passare come lasso temporale, ma anche passare come “transitare davanti a“.

Sono nata e vissuta sino a pochi anni fa a Fossano, cittadina che un ex sindaco (molto amato per essere un fine intellettuale ed un altrettanto fine burlone…)  definiva la città delle P: panettoni (per la produzione massiccia di aziende leader del settore), pneumatici (ormai inghiottiti dalla crisi), pappagalli (protagonisti di una pittoresca rassegna  ornitologica nazionale), porci (con i nostri  70.000 suini degli allevamenti della zona).

Come chi mi legge sa, sino a un anno e mezzo fa il calcio ed io eravamo totalmente e reciprocamente disinteressati.

Di conseguenza non sono mai entrata allo stadio fossanese, nato nel primo dopoguerra ed intitolato alcuni anni fa ad Angelo Pochissimo, attaccante e blasonata stella del calcio locale degli anni 50/60 approdato poi nel Venezia (in Serie A) e prematuramente scomparso appena quarantenne.

Stadio inaugurato ufficialmente nel 1948, con un’amichevole contro il Torino, entrata negli annali della storia locale.

In questo stadio gioca la squadra locale, il Fossano Calcio appunto, nata nel 1919.

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Tra quelle mura e quegli spalti, su quel campo verde, in prossimità della rete per cercare un gol, o in centrocampo per arrestare l’avanzata degli avversari, o ancora sotto la rete dell’altra squadra per impedire punti a loro favore, sono cresciuti i sogni di tanti ragazzini con la divisa dalla maglia azzurra, dopo  una sorta di apprendistato con i primi calci all’oratorio o nei cortili delle scuole; alcuni di loro sono diventati dei campioni, come Sandro Cois, centrocampista del Torino, della Fiorentina, della Sampdoria… Altri, recentemente, sono andati a rimpinguare le fila delle Primavere di Torino e Juventus.

Era inevitabile, per tanti motivi, che varcassi anche io i cancelli del “Pochissimo”.

Così, qualche giorno fa, da perfetta debuttante ho fatto il mio ingresso in… società (calcistica ovviamente…!!!).

In una giornata nella quale non erano previsti allenamenti, tantomeno partite.

Eppure, nel silenzio della struttura, ho avvertito come una sorta di frenesia, non so bene se imputarla al pensiero del vociferare, del tifo, della passione calcistica immagazzinati li da decenni; o se per la mia emozione di scoprire un mondo che avevo a portata di mano e che ora comprendo.

Sto diventando un pò troppo sentimentale… 🙂

In effetti sono andata allo stadio soprattutto per avere qualche informazione da Michele Mignacca, assessore allo Sport del Comune di Fossano, e da Roberto Calamari del direttivo della Società calcistica fossanese, a proposito di un’iniziativa di rilievo nazionale che potrò dettagliarvi meglio dopo la conferenza stampa ufficiale del 15 marzo.

Posso anticiparvi comunque che, considerata l’ottima sinergia del Fossano Calcio con la Juventus (che ha permesso alla società locale di attivare al suo interno da tempo una Scuola Calcio Juventus),  nei prossimi mesi diventerà effettiva un’altra Scuola Calcio Juventus a Fossano, dedicata questa volta al calcio femminile, la prima a livello nazionale.

Un settore in crescita esponenziale quello del “pallone rosa”, nonostante le disparità (economiche) e certi luoghi comuni difficili da abbattere che ancora ci sono tra il calcio maschile e quello femminile.

Il calcio femminile è stato per lungo tempo considerato dilettantistico, alla stregua di un intrattenimento senza nessuna valenza agonistica.

Nella realtà ci sono donne, atlete vere e proprie, calciatrici di livello,  che non hanno solo la testa nel pallone, come me, ma anche e soprattutto i piedi.

E che piedi!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Leonardo Briziarelli, a.k.a. Leomina: “A Cardiff con l’ukulele…”

“L’umanità si prende troppo sul serio. E’ il peccato originale del mondo. Se l’uomo delle caverne avesse saputo ridere, la Storia avrebbe seguito un altro corso”.
(Oscar Wilde)

 

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Il tifo per antonomasia, appassionato ed appassionante, che ti emoziona come se anche tu indossasi la divisa e corressi a perdifiato dietro ad un gol, è quello calcistico.

Per molti  essere tifosi è avere con altre persone un’unione sancita dai colori di una maglia.

Per altri invece è arroccarsi incupiti dietro a ciò che divide.

Credo che ormai sappiate come la penso, non c’è modo migliore di vivere il calcio (e tutto quello che ne consegue) se non con leggerezza, divertimento e, perché no, un pò di sana ironia, quando ci vuole.

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L’ironia contraddistingue anche chi è stato da me ribattezzato (con il suo permesso…)  “Menestrello della Juventus”, al secolo Leonardo Briziarelli, sulla Rete Leomina.

Lui e il suo ukulele, così come le sue strofe in musica satiriche e spumeggianti, sono ormai una certezza del dopo partita, su Juventibus e sul suo canale You Tube dove ha migliaia e migliaia di followers non necessariamente juventini (e questo secondo me è motivo d’orgoglio).

Ma andiamo con ordine.

“Gobbo” è “Gobbo”, non c’è dubbio.

“La mia passione per la Juventus – mi racconta  – è stata mediata da mio cugino, quando ero un bambino”.

“Mio cugino era più intransigente di me, boicottava persino marchi di pasta legati ad altre squadre – ricorda divertito – ma in ogni caso faccio “follie” anche io per i colori bianconeri; ogni volta che vado allo Stadium mi faccio 1200 km con il mio “Club Spello”.

Ma le nostre trasferte da Perugia verso Torino sono del tutto particolari…

Di solito ci portiamo dietro un braciere per cuocere la carne e banchettiamo nelle aree sosta…”.

Una vita da tifoso verace e buongustaio, insomma, che non manca di aneddoti come quella volta che Lippi…

“Ero nell’albergo dove alloggiava il Mister e l’ho avvicinato chiedendogli che sigari fumasse, essendo io cultore del Cubano. Lui me ne ha regalato uno, che ovviamente ancora conservo…”.

Ma quando l’alterego di Leonardo si materializza?

“Ho mandato a Massimo Zampini di Juventibus una mia canzone e in tutta risposta mi hanno detto che avrebbero avuto piacere di farmi diventare il cantante del Campionato… così ogni domenica ha iniziato ad essere pubblicato un mio video”.

Come nascono le tue rime?

“Ho sempre amato ed ascoltato il cantautorato italiano e mi sono sempre dilettato nello scrivere; le strofe mi compaiono davanti nei momenti più impensati e previdentemente ho sempre sotto mano il cellulare per registrare.

La passione per le parole mi è servita anche per il mio nome “artistico”: avevo la maglietta di Lemina, mi è bastato aggiungere una “o” ed è saltato fuori Leo, l’abbreviazione del mio nome, accanto a “mina”.

Tra l’altro quando Lemina ha lasciato la squadra gli ho dedicato una canzone che lui ha ritwittato…”.

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Di sicuro l’avventura di Leonardo che più mi ha divertita è stata quella a Cardiff (sdrammatizziamo così il ricordo pessimo della mia prima finale…): “Sono riuscito a fare entrare allo stadio il mio ukulele dicendo di essere un famoso cantante italiano… e sono risultato anche credibile, visto che avevo i cori di chi mi riconosceva…”.

Anche se credo di averlo intuito, chiedo a Leonardo di dirmi cosa sia per lui il tifo e l’essere tifoso:

“E’ aggregazione, ironia; la mia idea del calcio è quella di viverlo con toni pacati, risate, goliardia.

Oggi il mondo social ha esasperato tutto, anche il calcio, e si perde l’intento dello sport che è quello di stare insieme, socializzare, divertirsi”.

Divertirsi, senza prendersi troppo sul serio.