Cristiano Ronaldo Story – Come ti divento CR7

Ed ecco il sequel…
@juventibus

Voglio diventare il migliore al mondo. E tu devi aiutarmi”.

(Cristiano Ronaldo a Mike Clegg, preparatore sportivo)

La scorsa estate la Cristiano Ronaldo mania ha invaso Torino, la città che Norberto Bobbio ha definito l’emblema del “esageruma nen”, il “non esageriamo”, motto piemontese di chi fa e produce senza ostentare, una città di fanatici del lavoro solo all’apparenza austera andata in fibrillazione per l’arrivo del blasonato Cr7.

Mentre passeggiavo in centro con il cono dedicato al Campione creato da un noto gelataio torinese fondendo la Ginja, il liquore tipico del Portogallo, con il cioccolato, pensavo a quanto i torinesi, che ammirano impegno e costanza, avrebbero apprezzato la nuova stella bianconera.

Impegno e costanza sono il fil rouge di tutta la storia di Ronaldo, la storia di un’ambizione, di un pensiero fisso che non conosce tentennamenti.

Prendiamo ad esempio i suoi primi tempi al Manchester United.

Cristiano è uno spilungone magro, un ragazzino con le ciocche tinte di biondo e un inglese stentatissimo, “un pavone” (secondo l’entourage della squadra) che si presenta alla firma del contratto con un maglioncino aderente rigato di Versace molto poco british, che predilige le t-shirt semitrasparenti, che investe in creme per migliorare l’aspetto della pelle. Vezzi poco tollerati in un club rigoroso dove le apparenze hanno la loro importanza in quanto simbolo di appartenenza.

Il diciottenne di Madeira, che cammina spavaldo a petto in fuori e si presenta negli spogliatoi “vestito come per una serata in discoteca” (lo afferma Phil Neville), al suo esordio in campo, nell’agosto del 2003, partita contro il Bolton, è talmente decisivo da essere riconosciuto dalla stampa come il migliore in campo; riuscendo persino, tra l’euforia generale dei tifosi presenti allo stadio,  a fare digerire l’assenza di David Beckham, passato al Real Madrid, e del quale ha preso il numero, il leggendario 7 indossato anche da George Best.

In realtà  la strada per consacrarsi un’icona è ancora lunga e tortuosa; il calcio inglese è particolarmente aggressivo e per non soccombere il suo stile di gioco e la sua prestanza fisica vanno migliorati, è lui il primo ad esserne consapevole.

Pertanto passa ore a copiare i trucchi intercettati durante gli allenamenti o visti su YouTube e tenta di migliorarli e adattarli, spesso superando il maestro di turno.

Nel libro “Cr7 la biografia” di Guillem Balague, l’attaccante Wayne Rooney dichiara: “Non ho mai incontrato nessuno con una fiducia in sé stesso pari alla sua”. E il difensore Phil Neville racconta: “Gli davamo del filo da torcere. I giocatori così sicuri di sé vengono messi a dura prova nei primi tre mesi soprattutto per fargli abbassare la cresta. A lui piaceva esibirsi nei suoi numeri con la palla e a lasciarlo fare non la smetteva più. Così prima lo puntavamo, poi Gabriel Heinze gli sferrava un calcio con i tacchetti… Ne ha incassati non so quanti eppure non è mai rientrato imbronciato da un allenamento”.

L’attaccante Louis Saha ricorda così Cr7: “Per esercitarsi correva da un’estremità all’altra del campo, dribblava, accelerava, dribblava ancora, cono dopo cono. Si riposava un paio di secondi e ricominciava da capo. Nel calcio è l’accelerazione a spezzarti le gambe. Ci riesci una volta, ma dopo sei spompato. Lui invece continuava, avanti e indietro, tre o quattro volte di fila. Per chiunque altro sarebbe stato impossibile”. 

Ronaldo è diventato Cr7 a forza di impegno e costanza, come ho detto già prima.

Ma anche grazie ad un alleato. 

Mike Clegg, preparatore sportivo del Manchester, stacanovista almeno quanto Cristiano, viene reclutato da Ronaldo con una frase lapidaria: “Voglio diventare il migliore al mondo. E tu devi aiutarmi”.

Clegg ai tempi ha la mansione di migliorare il rendimento dei singoli calciatori con una preparazione mirata a sviluppare velocità e potenza: “Ronaldo voleva sapere tutto – racconta a Balague – si è dimostrato sin da subito un ragazzo molto determinato. Ricorderò sempre come ha reagito una volta che lo avevano preso in giro per il suo accento: “Sei in Inghilterra, parla inglese!”. E lui: “Gli ignoranti siete voi che conoscete una lingua sola” (…). Aveva una fiamma dentro che si incontra di rado. Tutte le mattine io arrivavo alle nove. Lui si presentava a quell’ora o poco prima per preparasi all’allenamento con un massaggio. Poi in palestra dove dedicavamo una ventina di minuti ai nuovi esercizi che stavamo sperimentando. Dopo quelli raggiungeva la squadra  per la sessione di torello e quella con gli allenatori. Alla fine lui si fermava spesso per perfezionare i tiri in porta. A quel punto gli altri erano tornati a casa. Cristiano no”.

Già. Cristiano no. 

Dietro al campo da gioco c’è una collina e lui continua ad allenarsi li, da solo, per spingere il corpo oltre i limiti, con l’obiettivo del miglioramento continuo e lo scopo di diventare un idolo. 

“Continuava a fare progressi – spiega Clegg – Nessuno sarebbe riuscito a fermarlo. Gli piacevano le sedute individuali anche se ogni tanto invitava qualcuno ad allenarsi con lui. Per il gusto di batterlo. Sperimentavamo tecniche diverse, prendendo nota di cosa gli serviva e di ciò che funzionava, eliminando il superfluo. Poi, finalmente, tornava a casa”.    

Tutto finalizzato, anche la nota vanità di Cristiano, almeno secondo Clegg: “La sua vanità ha un ruolo cruciale. Lui deve potersi vedere. Il cervello è stimolato dalla vista e guardando la sua immagine riflessa credo pensasse: “Sto ingrassando, devo rivedere la dieta”. O ancora: “Non credo di essermi allenato abbastanza, ieri”. Osservare e studiare il proprio corpo gli serviva per definire il passo successivo”.

E il passo successivo, che ha quasi dell’incredibile, è questo: mentre il Manchester tenta di inculcargli le regole della propria tradizione, il ragazzino arrogante del “tutto coordinato” in parte rivoluziona la cultura calcistica del club.

Cercando informazioni sul torello, ritenuto da molti un modo per scaldarsi prima dell’allenamento vero e proprio, ho colto che è soprattutto un modo per instaurare rapporti e gerarchie, stabilire tempi di reazione del calciatore e mettere in difficoltà i pivellini. 

Entrato nel gruppo dei campioni – precisa Balague – Ronaldo dovette trascorrere un mucchio di tempo al centro del cerchio, sforzandosi inutilmente di intercettare i bolidi dei compagni più forti. Gli sparavano tiri impossibili da bloccare. Se poi tentava uno dei suoi trucchetti, veniva subito punito con un contrasto violento. Il supplizio proseguì sino al giorno in cui Cristiano cominciò a ricevere buoni passaggi: si era guadagnato il rispetto dei veterani”. 
Ed è da qui in poi che Ronaldo mette in atto una rivoluzione: invece di continuare ad esercitarsi nei passaggi, utilizza il torello per perfezionare la sua tecnica: mantiene il possesso palla e finta dopo finta, passaggio dopo passaggio, tackle dopo tackle anche i suoi compagni iniziano a fare altrettanto.

E’ stato Ronaldo a cambiare la nostra mentalità – dirà Phil Neville – ha introdotto il torello continentale nella prassi del Manchester”. 

Non solo: le tecniche sperimentate nel torello vengono introdotte nelle partite; secondo Gary Neville, Cristiano comincia ad esercitare un “effetto Cantona”, ossia tutti vogliono emularlo: “Se ci riesce lui, possiamo farcela anche noi”.

Nella biografia scritta dal giornalista Enrique Ortego c’è un episodio legato agli esordi di Cristiano con la Nazionale portoghese negli Europei del 2004 che vale la pena ricordare: “La squadra si sta allenando e i giocatori si scaldano con la corsa. Cristiano è in testa al gruppo e comincia ad imporre un ritmo molto veloce. Figo e Rui Costa, veterani e suoi mentori, gli ordinano di darsi una calmata e di rallentare il passo. Cristiano esegue. Tornati in spogliatoio, i compagni restarono allibiti: per tutto l’allenamento, Cristiano aveva portato i pesi alle caviglie, per sentirsi più leggero in partita”.

Ronaldo si è “costruito” grazie alla forza mentale, oltre che fisica, alla concentrazione costante e aggiungerei alla maniacale attenzione ai dettagli.

Soprattutto dopo essermi imbattuta in un dettaglio che riguarda la preparazione alla finale di Champions del 2008 che come sappiamo è stata vinta dal Manchester.

Quando al campo di allenamento arriva il pallone che sarà utilizzato per la finale, Ronaldo si accorge che è leggermente diverso nel peso e nella superficie rispetto a quelli usati durante il resto del torneo. Così chiede alla squadra di fermarsi dopo l’allenamento.

Prova e riprova tiri da distanze diverse, colpi con il collo del piede e con l’interno, cerca di imprimere il massimo effetto al pallone colpendolo sulla valvola ma non è soddisfatto del risultato.

Chiunque al suo posto si sarebbe arreso. 

Ma non lui.

Solo i deboli si danno per vinti” è un mantra che lo accompagna sin da quando papà Dinis pronunciò queste parole riacciuffandolo sulla via di casa dopo che il piccolo Cristiano era fuggito dal campo dell’Andorinha perché sapeva che la squadra avversaria li avrebbe battuti.

Il giorno dopo ritenta l’impresa e il tiro va a rete così come tutti i successivi. 

A rendere il pallone inarrestabile è un semplice passo indietro aggiunto durante la rincorsa. 

Questione di dettagli.                                                                                                                                                                                                                                  

Cristiano Ronaldo Story – La Creazione

Ronaldo non sarebbe il giocatore che è oggi se avesse avuto alle spalle una famiglia più solida”.

(Pedro Talinhas, ex allenatore di Ronaldo)

Nei giorni scorsi, mentre sonnecchiavo sul divano vittima dell’ennesima fetta di panettone consumata in uno dei tanti “giri di tavola” delle feste, le immagini di Cristiano Ronaldo impegnato in una corsa notturna nel deserto di Dubai durante le sue “vacanze” negli Emirati Arabi mi hanno destata dal torpore.

Un allenamento ad alta intensità, fatto di notte per aggirare la calura delle ore diurne, un training da macchina da record quale è, da fuoriclasse che ha potenziato il suo fisico come un atleta completo, da sportivo che ha plasmato i suoi muscoli con sforzi costanti e ostinati, a volte quasi sovrumani, vagamente al limite del maniacale, almeno secondo il metro di giudizio di noi comuni mortali.

Del resto uno che è andato ad allenarsi subito dopo aver vinto la Champions League (con il Manchester nel 2008), preferendo celebrare in palestra la sua consacrazione a Campione d’Europa a soli 23 anni, non stupisce che anche in vacanza rimanga concentrato sul suo obiettivo.

Già.

Concentrato.

Pensando a tutto questo mi sono chiesta da dove arrivi tanta caparbietà.

Cercando una risposta plausibile mi sono imbattuta in una dichiarazione di Pedro Talinhas, ex allenatore di Ronaldo quando militava nelle giovanili del National: “Ronaldo non sarebbe il giocatore che è oggi se avesse avuto alle spalle una famiglia più solida”.

L’idea dell’influenza familiare sulla nascita dell’alieno Cr7 non mi sembra del tutto priva di logica e vale la pena approfondirla.

Riavvolgiamo il nastro e spostiamoci quindi a Madeira, isoletta portoghese ricca di piantagioni di canna da zucchero e di banane, di nuvole basse da quadro naif e di  forti disuguaglianze sociali, l’isola che ha dato i natali al nostro campione ed  alla sua famiglia.

Maria Dolores dos Santos Aveiro, la mamma di Cristiano, è nata a Canical, un piccolo villaggio di pescatori. 

Rimasta orfana di madre a cinque anni, viene mandata in un orfanotrofio, separata dai fratelli. Qui, tra punizioni corporali esasperate per la minima cosa e nostalgia di casa, Dolores non fa che piangere, sperando di ricongiungere la famiglia.

Le cose andranno ancora peggio; il padre si risposa, lei ritorna a casa con i fratelli e gli altri cinque figli della matrigna che, come nelle favole più terrificanti, la tratta peggio che le suore dell’orfanotrofio. 

Inizia prestissimo a lavorare, intrecciando cesti di vimini per i contadini. 

José Dinis Aveiro, garzone di una pescheria e futuro papà di Cristiano, ha tutte le carte in regola per fare innamorare la giovanissima Dolores.

I due si sposano, nascono Elma e Hugo.

Ma poi l’incanto si rompe; Dinis viene mandato al fronte, a combattere nelle colonie portoghesi in lotta per l’indipendenza; ritorna che è un fantasma, segnato per sempre nello spirito, e placa l’orrore attaccandosi alla bottiglia.

Ancora una volta Dolores rimane senza una guida ed è costretta a trasferirsi a Parigi per fare la domestica e mandare i soldi a casa; ma la nostalgia è troppo forte, ritorna a Madeira, arriva la terza figlia, Catia. 

Poi una quarta gravidanza; senza soldi e con il marito alcolizzato, Dolores pensa ad un aborto ma gli espedienti suggeriti da una vicina non funzionano.

Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro nasce il 5 febbraio del 1985 a Funchal, la capitale dell’isola; viene chiamato Ronaldo in onore del presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. 

Un miraggio di libertà, un presagio di fuga da quell’isola senza prospettive. Quinta do Falcao è uno dei quartieri più umili di Funchal ed è li che cresce Cristiano, tra palazzi di edilizia popolare, droga e alcool come rimedio alla disperazione e le strade in pendenza dove gioca con gli altri bambini.  A pallone, naturalmente. Il calcio di strada, quello che costringe a trovare astuzie per dribblare avversari e macchine in circolazione sul terreno accidentato.

Nel libro “Cr7 – La Biografia” di Guillem Balague l’autore afferma che Cristiano andava persino a scuola con il pallone sottobraccio e che appena rincasava incurante dei compiti si fiondava a giocare  in un vicolo con due pietre a segnare la porta, spesso con una bottiglia di plastica o un involto di sacco e carta al posto della palla. Un vicino racconta che Abelhinha (“Piccola Ape”, nomignolo affibbiato a Cr7 dai bambini della scuola calcio dell’Andorinha perché veloce e insidioso come un insetto ) “faceva acrobazie incredibili: spesso lo vedevo palleggiare con un tappo di plastica, poi con tutta la bottiglia. La lanciava in aria all’infinito, senza mai lasciarla cadere a terra”.

Cristiano tira calci alla palla una decina di ore al giorno; se non trova gli amici si “accontenta” di tirare la sfera contro un muro, in una sorta di loop infinito. Calciare, migliorare, allenarsi. E da capo. Il calcio lo aiuta a distaccarsi dal contesto, a svuotare la mente e soprattutto a non smarrirsi con la droga come invece accade al fratello Hugo.  Lo aiuta a diventare ambizioso. 

A trovare il suo riscatto affidandosi con una “devozione ossessiva” come dice Balague, e uno spropositato spirito competitivo. In quest’ottica non si fatica a comprendere ciò che più di una volta ha affermato Dolores: “Nessuno poteva fermarlo”. Ha soltanto dodici anni quando con un unico cambio di abiti sale da solo su un aereo destinazione Lisbona, provino per lo Sporting.

“Fin dal secondo giorno si dimostrò un leader – ricorda il direttore della scuola calcio – giocava contro i migliori allievi, tutti più grandi di lui e tutti estasiati dalle sue qualità. Venivano loro stessi a dirci quanto fosse bravo, con un eccezionale talento e una tecnica già molto sviluppata”.

Hugo Pina, ex compagno di Cristiano alla scuola calcio, una carriera meno sfolgorante del nostro alieno, lo ricorda così: “Si allenava da solo, per diventare veloce come Thierry Henry, al tempo il giocatore più veloce del mondo (…). Mi svegliavo al mattino e lui stava già palleggiando; per allenarsi correva su strade in salita, con i pesi alle caviglie. A volte  c’erano più di trentacinque gradi, un’afa tremenda. Ogni giorno in camera faceva addominali e flessioni; due o tre volte la settimana si svegliava di notte e in punta di piedi andava in palestra. Non aveva il permesso di entrarci a quell’ora e così scavalcava la recinzione, si arrampicava sul tetto ed entrava da una finestra. Era convinto di essere troppo magro, quindi si allenava ai pesi e correva per quaranta minuti sul tapis roulant. Alla fine hanno dovuto mettere la palestra sotto chiave…”. 

ll debutto in prima squadra avviene nella stagione 2002 – 2003 in una partita contro l’Inter di qualificazione per la Champions League; degna di nota è l’amichevole dell’estate 2003 contro il Manchester United nella quale Ronaldo da il meglio di se nel secondo tempo tanto che il calciatore avversario Ryan Giggs dichiarerà: “Sembrava uno di quei giocatori goffi e dinoccolati. D’un tratto cominciò a scartare gli avversari sulla fascia, poi a centrocampo… e io mi misi a guardarlo. Noi ci dicevamo: “Niente male il ragazzino, ma chi diavolo è?”.

Alex Ferguson, ct del Manchester, che in occasione di quella partita ha visto per la prima volta Ronaldo giocare dal vivo ha dichiarato: “Fu una rivelazione. L’esperienza più entusiasmante ed elettrizzante della mia carriera di commissario tecnico. La seconda fu Paul Gascoigne”. Da lì in poi sono faccende note: nella stessa estate Cristiano diventa un giocatore del Manchester e inizia la sua leggenda.                                                                                                                                                        

Riavvolgiamo di nuovo il nastro ed ipotizziamo uno scenario diverso, un universo parallelo. Lo spunto mi arriva da una frase di David Gomes che ha conosciuto Ronaldo.

“Un ragazzo normale, con una famiglia stabile, che trascorre molto tempo in casa e va a scuola regolarmente, ha a disposizione un’ora e mezza, al massimo due per allenarsi. Ronaldo si allenava dieci – dodici ore al giorno”.

Se Cristiano fosse nato in quel 10% di famiglie di Madeira costituite dai nuovi ricchi tornati in patria dopo aver trovato fortuna altrove, quelle con tate rigorose che si occupano dell’educazione dei bambini, forse non avremo conosciuto Cr7 o forse lo avremo conosciuto meno esplosivo, meno stupefacente, meno devozionale, meno “affamato di vittoria”, definizione che di lui ha dato Alex Del Piero.

Carlos Bruno, allenatore del National, ha detto: “Non si diventa calciatori fantasiosi e inventivi se si cresce in un clima rigido. Le squadre giovanili e le scuole calcio, con i loro allenamenti stereotipati, privano i ragazzi di ogni residuo di creatività; i campioni che valgono milioni sono quelli che eccellono nei contrasti, che sono capaci di inventarsi soluzioni sul momento”.

E in questo il Cristiano cresciuto in strada è sempre stato un maestro.

Dove sarebbe oggi Cristiano?

Per fortuna sto solo ipotizzando perché dove è oggi lo sappiamo bene.

 

Il calcio femminile, un’opportunità contro i pregiudizi

Chiunque distrugge un pregiudizio, un solo pregiudizio, è un benefattore dell’umanità“.
(Nicolas Chamfort)

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Spingersi oltre gli stereotipi, alimentando una passione così forte e caparbia che va oltre i pregiudizi.

Questo è stato il leit motiv della presentazione ufficiale di mercoledì scorso di quello che vi avevo già annunciato, ossia la nascita della Fossano Calcio Women, prima scuola calcio femminile in Italia targata Juventus che aggiunge un ulteriore tassello alla sinergia tra la storica società fossanese e quella bianconera (infatti il Fossano Calcio da tempo è anche Scuola Calcio Juventus maschile).

Pregiudizi che sono sempre in agguato quanto si parla di calcio femminile, e hanno uno dei momenti più significativi, si fa per dire, nel 1933 quando a Milano nacque un gruppo calcistico femminile, poi stoppato perché ritenuto disdicevole giocare a calcio in sottana; intervenne persino il Coni che dirottò le calciatrici  verso sport più consoni.

Presente all’incontro Stefano Braghin, Head of Academy Juventus maschile e femminile: “Siamo fortemente convinti – ha spiegato nel suo intervento – che il calcio femminile è un’area di sviluppo importantissima ed arricchente per il calcio in generale. Non è un caso che la stessa Fifa ha lanciato una campagna ad hoc per la sua promozione. Un calcio femminile che grazie alle squadre di emanazione professionistica come quella Juventus, tra l’altro attualmente al primo posto nel Campionato, sta riportando in alto i colori nazionali tanto da poter arrivare alle fasi finali del Campionato del Mondo.

Scegliere il calcio femminile non è semplice. E’ andare controvento.
Ma questo implica che alla base ci sia una forte motivazione che va alimentata e sostenuta”.

Un dato significativo: in Italia le calciatrici tesserate sono 23.000; in Germania 300.000. La strada nel nostro Paese si direbbe ancora lunga…

Crediamo molto nell’agonismo e nelle sue implicazioni sociali – ha concluso Braghin – così come nel favorire il reclutamento sul territorio. Ovviamente decentrando per permettere a tutte le bambine interessate ad iniziare un percorso sportivo di accedervi”.

Rita Guarino, allenatrice della Juventus Woman, ha sottolineato come la visibilità sia un elemento forte che contribuisce a cambiare l’opinione comune: “E questo implica riuscire ad avere maggiori riconoscimenti e maggiori opportunità per le nostre atlete. Molte bambine faticano a trovare spazio e realtà nelle quali identificarsi. Per questo conta molto il giusto atteggiamento e una cultura capace di abbattere i pregiudizi”.

“Quella del Fossano calcio è una scelta dettata dall’intenzione di far crescere il calcio in rosa anche a Fossano – spiega Roberto Calamari del Fossano Calcio –  per questo ci siamo messi al lavoro da mesi per intraprendere un percorso di scuola calcio a stretto contatto con la Juventus come già accade per l’Accademy maschile. Non vogliamo bruciare le tappe, ma è nostra intenzione fare di Fossano un polo del calcio femminile”. 

Alla conferenza stampa erano presenti anche due calciatrici della Juventus Woman, la centrocampista Aurora Galli e il difensore Lisa Boattin che vedete immortalate con Rita Guarino e me nella fotografia.

La Scuola Calcio Juventus femminile presso la società calcistica fossanese partirà il prossimo luglio con vari appuntamenti di Open Day.

In bocca al lupo!

Ancora una volta sono una debuttante in uno stadio…

La memoria è un presente che non finisce mai di passare“.
(Octavio Paz)

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Passare.

Prestate attenzione a questo verbo e alla sua duplice valenza.

Passare come lasso temporale, ma anche passare come “transitare davanti a“.

Sono nata e vissuta sino a pochi anni fa a Fossano, cittadina che un ex sindaco (molto amato per essere un fine intellettuale ed un altrettanto fine burlone…)  definiva la città delle P: panettoni (per la produzione massiccia di aziende leader del settore), pneumatici (ormai inghiottiti dalla crisi), pappagalli (protagonisti di una pittoresca rassegna  ornitologica nazionale), porci (con i nostri  70.000 suini degli allevamenti della zona).

Come chi mi legge sa, sino a un anno e mezzo fa il calcio ed io eravamo totalmente e reciprocamente disinteressati.

Di conseguenza non sono mai entrata allo stadio fossanese, nato nel primo dopoguerra ed intitolato alcuni anni fa ad Angelo Pochissimo, attaccante e blasonata stella del calcio locale degli anni 50/60 approdato poi nel Venezia (in Serie A) e prematuramente scomparso appena quarantenne.

Stadio inaugurato ufficialmente nel 1948, con un’amichevole contro il Torino, entrata negli annali della storia locale.

In questo stadio gioca la squadra locale, il Fossano Calcio appunto, nata nel 1919.

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Tra quelle mura e quegli spalti, su quel campo verde, in prossimità della rete per cercare un gol, o in centrocampo per arrestare l’avanzata degli avversari, o ancora sotto la rete dell’altra squadra per impedire punti a loro favore, sono cresciuti i sogni di tanti ragazzini con la divisa dalla maglia azzurra, dopo  una sorta di apprendistato con i primi calci all’oratorio o nei cortili delle scuole; alcuni di loro sono diventati dei campioni, come Sandro Cois, centrocampista del Torino, della Fiorentina, della Sampdoria… Altri, recentemente, sono andati a rimpinguare le fila delle Primavere di Torino e Juventus.

Era inevitabile, per tanti motivi, che varcassi anche io i cancelli del “Pochissimo”.

Così, qualche giorno fa, da perfetta debuttante ho fatto il mio ingresso in… società (calcistica ovviamente…!!!).

In una giornata nella quale non erano previsti allenamenti, tantomeno partite.

Eppure, nel silenzio della struttura, ho avvertito come una sorta di frenesia, non so bene se imputarla al pensiero del vociferare, del tifo, della passione calcistica immagazzinati li da decenni; o se per la mia emozione di scoprire un mondo che avevo a portata di mano e che ora comprendo.

Sto diventando un pò troppo sentimentale… 🙂

In effetti sono andata allo stadio soprattutto per avere qualche informazione da Michele Mignacca, assessore allo Sport del Comune di Fossano, e da Roberto Calamari del direttivo della Società calcistica fossanese, a proposito di un’iniziativa di rilievo nazionale che potrò dettagliarvi meglio dopo la conferenza stampa ufficiale del 15 marzo.

Posso anticiparvi comunque che, considerata l’ottima sinergia del Fossano Calcio con la Juventus (che ha permesso alla società locale di attivare al suo interno da tempo una Scuola Calcio Juventus),  nei prossimi mesi diventerà effettiva un’altra Scuola Calcio Juventus a Fossano, dedicata questa volta al calcio femminile, la prima a livello nazionale.

Un settore in crescita esponenziale quello del “pallone rosa”, nonostante le disparità (economiche) e certi luoghi comuni difficili da abbattere che ancora ci sono tra il calcio maschile e quello femminile.

Il calcio femminile è stato per lungo tempo considerato dilettantistico, alla stregua di un intrattenimento senza nessuna valenza agonistica.

Nella realtà ci sono donne, atlete vere e proprie, calciatrici di livello,  che non hanno solo la testa nel pallone, come me, ma anche e soprattutto i piedi.

E che piedi!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Leonardo Briziarelli, a.k.a. Leomina: “A Cardiff con l’ukulele…”

“L’umanità si prende troppo sul serio. E’ il peccato originale del mondo. Se l’uomo delle caverne avesse saputo ridere, la Storia avrebbe seguito un altro corso”.
(Oscar Wilde)

 

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Il tifo per antonomasia, appassionato ed appassionante, che ti emoziona come se anche tu indossasi la divisa e corressi a perdifiato dietro ad un gol, è quello calcistico.

Per molti  essere tifosi è avere con altre persone un’unione sancita dai colori di una maglia.

Per altri invece è arroccarsi incupiti dietro a ciò che divide.

Credo che ormai sappiate come la penso, non c’è modo migliore di vivere il calcio (e tutto quello che ne consegue) se non con leggerezza, divertimento e, perché no, un pò di sana ironia, quando ci vuole.

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L’ironia contraddistingue anche chi è stato da me ribattezzato (con il suo permesso…)  “Menestrello della Juventus”, al secolo Leonardo Briziarelli, sulla Rete Leomina.

Lui e il suo ukulele, così come le sue strofe in musica satiriche e spumeggianti, sono ormai una certezza del dopo partita, su Juventibus e sul suo canale You Tube dove ha migliaia e migliaia di followers non necessariamente juventini (e questo secondo me è motivo d’orgoglio).

Ma andiamo con ordine.

“Gobbo” è “Gobbo”, non c’è dubbio.

“La mia passione per la Juventus – mi racconta  – è stata mediata da mio cugino, quando ero un bambino”.

“Mio cugino era più intransigente di me, boicottava persino marchi di pasta legati ad altre squadre – ricorda divertito – ma in ogni caso faccio “follie” anche io per i colori bianconeri; ogni volta che vado allo Stadium mi faccio 1200 km con il mio “Club Spello”.

Ma le nostre trasferte da Perugia verso Torino sono del tutto particolari…

Di solito ci portiamo dietro un braciere per cuocere la carne e banchettiamo nelle aree sosta…”.

Una vita da tifoso verace e buongustaio, insomma, che non manca di aneddoti come quella volta che Lippi…

“Ero nell’albergo dove alloggiava il Mister e l’ho avvicinato chiedendogli che sigari fumasse, essendo io cultore del Cubano. Lui me ne ha regalato uno, che ovviamente ancora conservo…”.

Ma quando l’alterego di Leonardo si materializza?

“Ho mandato a Massimo Zampini di Juventibus una mia canzone e in tutta risposta mi hanno detto che avrebbero avuto piacere di farmi diventare il cantante del Campionato… così ogni domenica ha iniziato ad essere pubblicato un mio video”.

Come nascono le tue rime?

“Ho sempre amato ed ascoltato il cantautorato italiano e mi sono sempre dilettato nello scrivere; le strofe mi compaiono davanti nei momenti più impensati e previdentemente ho sempre sotto mano il cellulare per registrare.

La passione per le parole mi è servita anche per il mio nome “artistico”: avevo la maglietta di Lemina, mi è bastato aggiungere una “o” ed è saltato fuori Leo, l’abbreviazione del mio nome, accanto a “mina”.

Tra l’altro quando Lemina ha lasciato la squadra gli ho dedicato una canzone che lui ha ritwittato…”.

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Di sicuro l’avventura di Leonardo che più mi ha divertita è stata quella a Cardiff (sdrammatizziamo così il ricordo pessimo della mia prima finale…): “Sono riuscito a fare entrare allo stadio il mio ukulele dicendo di essere un famoso cantante italiano… e sono risultato anche credibile, visto che avevo i cori di chi mi riconosceva…”.

Anche se credo di averlo intuito, chiedo a Leonardo di dirmi cosa sia per lui il tifo e l’essere tifoso:

“E’ aggregazione, ironia; la mia idea del calcio è quella di viverlo con toni pacati, risate, goliardia.

Oggi il mondo social ha esasperato tutto, anche il calcio, e si perde l’intento dello sport che è quello di stare insieme, socializzare, divertirsi”.

Divertirsi, senza prendersi troppo sul serio.

 

 

 

 

 

 

Francesco Di Leonforte: “Quella volta che Mario Mandzukic…”

“La fotografia è una breve complicità tra la preveggenza e il caso”
(John Stuart Mill)

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Una complicità.

Ma anche un incontro fortuito e spesso furtivo.

Travolgente.

E’ proprio il termine più appropriato se si rischia di essere (letteralmente) travolti da un certo Marione…

Ma andiamo con ordine.

Francesco Di Leonforte è un fotografo free lance che vive in Romagna.

L’obiettivo è la sua passione.

Nel suo portfolio ( http://dileonforte.it)  figura l’immensa bellezza della Natura, il fascino di borghi storici arroccati, i sensuali movimenti che l’anima esprime con la danza.

Ma soprattutto lei, la Vecchia Signora del calcio italiano. Infatti Francesco da tempo si occupa anche di immortalare la Juventus, la sua squadra del cuore, in campo durante le partite.

Durante la nostra chiacchierata gli chiedo se è nata prima la passione per la fotografia o quella per i colori bianconeri. 

“Mi sono appassionato alla Juventus  – mi spiega –  sin dai primi anni di vita quando mio padre e gli amici, la domenica pomeriggio, ascoltavano la mitica radiolina con le voci inconfondibili di Ameri, Ciotti e Bortoluzzi in diretta dallo stadio; in quegli  anni abitavamo in Svizzera, a Martigny, e ricordo che in realtà la radio la si andava ad ascoltare in un punto preciso, dove c’era più segnale,  per cui eravamo soliti darci l’appuntamento al palo…
Erano anni in cui si scherzava bonariamente sulle proprie squadre del cuore, io Juventino, mio padre Interista…
Tornato in Italia da ragazzino ho iniziato a vivere il tifo con il Cesena, la domenica andavo in bicicletta allo stadio, anche sotto la pioggia.
Per quanto riguarda la fotografia ricordo i primi esperimenti in camera oscura, ai tempi delle elementari, e quanto ne rimasi colpito.
Ricordo ancora con una certa emozione la mia prima Reflex acquistata con i risparmi di alcuni lavoretti estivi.

Diciamo che quale passione sia nata prima non saprei bene dettagliarlo, sicuramente sono cresciute insieme parallelamente fino a convergere in età adulta”.

Tra uno scatto e un gol ci sono similitudini a livello emozionale?
 
“Il gol della propria squadra è sempre un emozione particolare – mi dice – un misto di gioia e compiacimento; e alcune volte queste caratteristiche si mescolano con la soddisfazione di aver ripreso nel modo giusto l’azione; spesso capita però che la velocità, l’azione caotica o altri fattori non permettono di raggiungere questo massimo risultato sempre ambito…  rimane comunque la soddisfazione della rete segnata dalla propria squadra, anche se pur essendo a bordo campo non vedo quasi mai la palla gonfiare la rete”.

 

Come sei arrivato a fotografare la Juventus e in cosa consiste nello specifico questa tua attività?
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“Ho seguito tutto l’iter specifico per essere autorizzato ad immortalare la squadra.
Del resto la mia attività di fotografo si svolge prevalentemente a livello sportivo come free lance agganciato ad alcune agenzie del settore.
In maniera prevalente seguo il calcio, in particolare la squadra locale del Cesena collaborando al sito tuttocesena.it.
Seguo anche il calcio femminile con il Ravenna Woman, la pallavolo, lo judo, la danza per testate giornalistiche locali.
Ovviamente tutte le volte che mi è possibile sono all’Allianz Stadium a seguire la Juventus, anche in trasferta, e le mie immagini vengono utilizzare da testate on line come juventino vero, juveastrestelle, stellebianconere”.
Non solo: le immagini di Buffon, Dybala, Higuian e soci sono finite su alcuni libri dedicati alla Juventus, come quelli di Roberto Savino (nome noto anche sul mio blog).
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Emozioni vissute fotografando in azione i fuoriclasse bianconeri?
“Le emozioni sono sempre forti nel seguire i propri beniamini a bordo campo ma col tempo ho imparato a controllarle.  
Ammetto che nelle due ultime semifinali di Champions League queste hanno preso il sopravvento, rischiando di compromettere a tratti le immagini prodotte.
Allo Stadium la mia postazione, confinata dietro ai pannelli pubblicitari, è sempre scelta dove c’è poca densità di colleghi per avere immagini da un punto di vista diverso e particolare.
Così è capitato di vedere esultare e riprendere Borriello davanti a me, unico fotografo in quella zona, proprio in Cesena – Juventus, partita resa famosa dal fantomatico pareggio dei bianconeri romagnoli.
Un altro momento che ricordo con piacere è stato quando costretto da uno zelante steward alle prime armi a non lasciare la mia postazione sono riuscito comunque a produrre una foto significativa che è diventata la copertina di “Travolgenti” di Roberto Savino.
Ma l’emozione più diciamo quasi impattante l’ho avuta quando Mario Mandzukic, dopo il gol contro lo Sporting Lisbona a pochi minuti dal termine, è venuto ad esultare dalla mia parte, scavalcando i pannelli pubblicitari e quasi investendomi… e Marione, come si sa, non è proprio di dimensioni contenute!”.
Cosa significa per te essere tifoso della Juventus?
 
“Essere juventino è difficilmente descrivibile;
essere  juventino significa avere una passione sin da bambino, la prima vera forma di passione per qualcosa nella vita, quel qualcosa che non andrà più via, da sostenere per sempre;

essere juventino significa avere il sangue bianco e nero che scorre nelle vene;

essere juventino significa sentire il cuore battere a mille e stare lì a guardare la favola più grande, la storia più bella, la leggenda più incredibile…

essere juventino vuol dire amare la propria squadra, appoggiarla nella sconfitta ed esaltarla nella vittoria.

Essere juventino è un onore e un privilegio.

Vivere una tale passione è complesso, soprattutto negli ultimi anni in cui l’atmosfera si è surriscaldata, un po’ per le continue vittorie, ma quello che rimane è la soddisfazione personale di vivere le emozioni…”.

Perché nel calcio, in fondo, si è “catturati” esattamente come avviene con una fotografia d’autore…

 

 

Dario Ghiringhelli: “Quando si è una pecora bianconera in famiglia…”

Cominciare una rivoluzione è facile, è il portarla avanti che è molto difficile“.
(Nelson Mandela)

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Unite una (piccola) rivoluzione alla tenacia e soprattutto alla resistenza ed otterrete le basi di una solida fede calcistica.

Mi è venuta in mente questa equazione  intervistando nei giorni scorsi Dario Ghiringhelli, professore di Scienze presso un liceo scientifico torinese e, tra le altre cose, conduttore del format Top Com sul canale Top Planet.

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Sono la pecora bianconera della famiglia – mi racconta  – mio padre e mio fratello hanno iniziato l’opera di persuasione per farmi convertire alla fede Granata  sin da piccolo, persino con un abbonamento allo stadio. 

Non sono riusciti a scardinare la mia devozione per la Juventus ma in compenso questa loro “interferenza” mi ha permesso di mantenere una certa sportività”.

La devozione di Dario è dovuta ad una folgorazione conseguente l’aver visto giocare “Le Roi” Platini, uno dei suoi miti calcistici.

Anche se indubbiamente il suo preferito rimane pur sempre Alex Del Piero e già solo a nominarlo gli si disegna in volto un sorriso estatico…

Ricordo uno dei momenti più belli che ho vissuto allo stadio,  la partita Juventus – Fiorentina nel 1994 con il gol di Del Piero, un colpo di destro che ha acceso il Delle Alpi…”.

Una magia che completò la rimonta dallo 0 – 2 al 3 – 2 che non a caso è stato eletto  dai tifosi  il gol  più bello dei 120 anni della Juventus.

E sempre a Del Piero è legato un altro momento molto emozionante, seppure con  una connotazione diversa: il  ritiro del campione, nel maggio del 2012.

Ricordo con precisione che ha lasciato la partita venti minuti prima che finisse, partita che ovviamente è proseguita ma i tifosi hanno smesso di seguirla, concentrati solo su di lui che continuava a fare il giro del campo…“.

Il calcio occupa una parte importante della vita di Dario; da quattro anni è redattore di “Spazio J” nel quale ha esordito con la rubrica “Le voci della Nord” in cui raccontava le partite vissute dalla curva; è la voce radiofonica di “Diario Bianconero” in onda su Radio Stella Piemonte; e uno degli opinionisti, come già detto, di Top Com.

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Opinionista ma soprattutto tifoso: “Nel tifo sono come nella quotidianità extra calcistica – precisa – cerco di essere sempre pro e mai contro; non concepisco ad esempio fischiare i propri calciatori nella sconfitta anche perché è impossibile vincere sempre. 

Sono 21 anni che ho l’abbonamento allo stadio e la cosa che maggiormente mi infastidisce è vedere i bambini imbeccati dai padri che insultano l’arbitro o gli avversari”.

Il calcio andrebbe condiviso e non fomentare “divisioni” insomma:

Si, come quella volta in Champions contro il Glasgow quando con  noi in curva c’erano i loro tifosi… tranquillamente e senza problemi“.

Quando lo dico io mi danno della sognatrice… ma non si dice forse che se si  sogna  da soli è solo un sogno ma se i sogni sono condivisi è la realtà che comincia?