Dario Ghiringhelli: “Quando si è una pecora bianconera in famiglia…”

Cominciare una rivoluzione è facile, è il portarla avanti che è molto difficile“.
(Nelson Mandela)

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Unite una (piccola) rivoluzione alla tenacia e soprattutto alla resistenza ed otterrete le basi di una solida fede calcistica.

Mi è venuta in mente questa equazione  intervistando nei giorni scorsi Dario Ghiringhelli, professore di Scienze presso un liceo scientifico torinese e, tra le altre cose, conduttore del format Top Com sul canale Top Planet.

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Sono la pecora bianconera della famiglia – mi racconta  – mio padre e mio fratello hanno iniziato l’opera di persuasione per farmi convertire alla fede Granata  sin da piccolo, persino con un abbonamento allo stadio. 

Non sono riusciti a scardinare la mia devozione per la Juventus ma in compenso questa loro “interferenza” mi ha permesso di mantenere una certa sportività”.

La devozione di Dario è dovuta ad una folgorazione conseguente l’aver visto giocare “Le Roi” Platini, uno dei suoi miti calcistici.

Anche se indubbiamente il suo preferito rimane pur sempre Alex Del Piero e già solo a nominarlo gli si disegna in volto un sorriso estatico…

Ricordo uno dei momenti più belli che ho vissuto allo stadio,  la partita Juventus – Fiorentina nel 1994 con il gol di Del Piero, un colpo di destro che ha acceso il Delle Alpi…”.

Una magia che completò la rimonta dallo 0 – 2 al 3 – 2 che non a caso è stato eletto  dai tifosi  il gol  più bello dei 120 anni della Juventus.

E sempre a Del Piero è legato un altro momento molto emozionante, seppure con  una connotazione diversa: il  ritiro del campione, nel maggio del 2012.

Ricordo con precisione che ha lasciato la partita venti minuti prima che finisse, partita che ovviamente è proseguita ma i tifosi hanno smesso di seguirla, concentrati solo su di lui che continuava a fare il giro del campo…“.

Il calcio occupa una parte importante della vita di Dario; da quattro anni è redattore di “Spazio J” nel quale ha esordito con la rubrica “Le voci della Nord” in cui raccontava le partite vissute dalla curva; è la voce radiofonica di “Diario Bianconero” in onda su Radio Stella Piemonte; e uno degli opinionisti, come già detto, di Top Com.

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Opinionista ma soprattutto tifoso: “Nel tifo sono come nella quotidianità extra calcistica – precisa – cerco di essere sempre pro e mai contro; non concepisco ad esempio fischiare i propri calciatori nella sconfitta anche perché è impossibile vincere sempre. 

Sono 21 anni che ho l’abbonamento allo stadio e la cosa che maggiormente mi infastidisce è vedere i bambini imbeccati dai padri che insultano l’arbitro o gli avversari”.

Il calcio andrebbe condiviso e non fomentare “divisioni” insomma:

Si, come quella volta in Champions contro il Glasgow quando con  noi in curva c’erano i loro tifosi… tranquillamente e senza problemi“.

Quando lo dico io mi danno della sognatrice… ma non si dice forse che se si  sogna  da soli è solo un sogno ma se i sogni sono condivisi è la realtà che comincia?

 

 

 

 

 

 

 

IL CALCIO A CINQUE DI ROBERTO MINGO E DELLA ASD MONTECAROTTO

Questi sono i calciatori: uomini che giocano con la testa, ma soprattutto con il cuore“.
(Ferenc Puskas)

 

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E’ così la vita.

Quando inizi con orgoglio e soprattutto con una certa consapevolezza a disquisire con gli esperti sul 4-2-4 e a sentirti meno impedita di fronte ad un commento tecnico tanto da controbattere ed essere credibile, ecco che l’apprendista del pallone che è in te torna prepotentemente alla ribalta.

Negli anni passati ho sentito parlare di “calcetto” svariate volte.

Disinteressata all’argomento come ben sapete, dunque senza curiosità alcuna ad approfondire la questione, ho liquidato la faccenda pensando si intendesse il giocare a calcio con gli amici, in qualche campetto improvvisato di paese, senza arte né regole se non l’intento di divertirsi e socializzare.

Sbagliato.

Di calcetto o di Calcio a 5 esistono squadre professioniste. Campionati seri. Regole precise.

Tra le quali, ad esempio, il campo di gioco con misure più ridotte, porta compresa.

Così ho iniziato a documentarmi e nella mia ricerca sul tema mi sono imbattuta nella ASD Montecarotto, squadra marchigiana nata da poco, e nel loro portiere Roberto Mingo.

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Al quale ho chiesto come, dal calcio tradizionale, è arrivato al calcio a cinque.

Ho iniziato a giocare all’età di otto anni – mi spiega – proprio nell’anno in cui spariva la Società Sportiva Montecarotto; di conseguenza tutti i miei coetanei ed io siamo dovuti emigrare a Serra de’ Conti, paese che non ci piaceva per  motivi campanilistici ma che riconosco essere stato sempre più all’avanguardia in fatto di idee e infrastrutture. 

Il mio sogno era quello di giocare centrocampista centrale, piede educato, bel calcio e buone geometrie; ma essendo l’unico mancino in squadra ho iniziato come ala sinistra, poi terzino sempre a sinistra ed infine difensore centrale, in un’epoca in cui esistevano ancora stopper e libero.

La mia retrocessione dalla zona offensiva del campo a quella difensiva è stata dettata dalla mia poca velocità; sono sempre stato corpulento. 

Poi durante un torneo estivo sono andato in porta per un problema fisico ed ho scoperto che non mi dispiaceva affatto, anzi, vedere le facce degli avversari quando paravo tiri complessi. 

Ma siccome per me i sette metri e rotti della porta di calcio tradizionale erano troppi, ho pensato di trasmigrare nel calcio a cinque, dove la porta è molto più piccola.

Nel mio curriculum tutta o quasi la Vallesina, Robur Mergo, Serra San Quirico con la Serrana,  cinque bellissimi anni a Moie con la Virtus che ha rappresentato l’apice della mia carriera calcistica e infine gli ultimi due anni Jesi con la Giovane Aurora con la quale ho vissuto la gioia di una promozione in C2“.

Roberto mi racconta i suoi momenti più emozionanti legati al calcio di quegli anni: “Dopo l’anno a Genga ero senza squadra e un giorno, proprio quando avevo deciso di provare il salto nel buio del rugby, altra mia passione, incontro per caso in un ristorante Paolo Fabbri, direigente della Virtus Moie, che mi dice che stanno ricostruendo la rosa della squadra e mi offre una maglia da titolare. 

Come non ricordare poi i due gol che ho realizzato dalla mia porta, il primo contro il Casine ed il secondo alla Spes Arcobaleno del mio amico Emanuele Chiarizia che oggi è un mio compagno di squadra…“.

Già, la squadra, o meglio un vero e proprio “Progetto Montecarotto”.

La ASD Montecarotto è nata lo scorso maggio: “Con mio fratello e altri due amici abbiamo fondato la Società; si sono poi aggiunti altri amici, tutti Montecarottesi, secondo il nostro intento iniziale di avere una squadra formata solo da concittadini. Poi alcuni si sono tirati indietro perché già tesserati con altre squadre per cui abbiamo dovuto, per così dire, allargare i confini. E se questo da un lato ha inficiato l’idea originale, dall’altro ha fatto si che questa squadra sia già piuttosto competitiva, nonostante nata da poco.

Fare parte della Montecarotto è un sogno che si realizza.  

Quando sei piccolo i primi miti calcistici che riconosci e che ti sono familiari sono proprio i ragazzi che giocano nella squadra del tuo paese, quella squadra che andavo a vedere con mio papà in  stadi di provincia quanto pittoreschi. 

La mia ambizione più grande, anzi la nostra, è quella di vincere si ma soprattutto diportare di nuovo la gente del paese al palazzetto per sostenere i suoi ragazzi“.

Roberto è un fervente sostenitore anche di un’altra squadra, la Juventus.

Gli chiedo come è diventato un Gobbo.

La passione mi è stata tramandata da mio papà, juventino doc. 

Che in realtà è andato allo stadio a vedere la sua Juve solo qualche anno fa, portato da mio fratello e da me, e forse proprio per questo amore consumato solo a distanza ha maturato una passione immensa per i bianconeri!

Sino a qualche tempo fa avevo l’abbonamento allo stadio di Torino, ricordo le sfacchinate in pullman per assistere alle partite. 

Oggi vado meno allo stadio e vivo il tifo in modo più coscienzioso anche se ci sono alcune partite che mi riportano a quella che definisco la dimensione primitiva del tifoso… tipo le sfide di Champions o nei match di cartello contro squadre come l’Inter, il Milan, la Roma ecc. E in questo caso ricevo i rimproveri di mia mamma e di mia moglie…”.

Quali sono le emozioni più intense di questa lunga storia d’amore con la Vecchia Signora?

“Ho tanti ricordi legati alla mia fede juventina.  Legati a gol importanti e ai miei idoli, Davids quello che ho amato di più, Zidane che ritengo il più forte di tutti i tempi;

Il ricordo più emozionante in assoluto però è stato il gol di Conte contro l’Olympiakos quando mancavano pochi minuti alla fine della partit, gol che ha ammutolito gli ateniesi e ci ha permesso di passare il turno della Champions. Il tutto arricchito dalla contemporanea sconfitta dell’Inter contro il Manchester United che la eliminava dalla stessa competizione… Ricordo che urlai così forte che la vista si appannò e caddi sul letto semi incosciente ma con il sorriso sulle labbra…“.

Se questa non è felicità…

 

 

 

 

 

 

 

Di varie ed eventuali: da Riccione al Gol… di tacco.

Non vi è vita più bella dell’uomo senza pensieri; la spensieratezza è un male davvero indolore
(Sofocle)

 

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Negli ultimi giorni sono stata poco produttiva con il mio blog e faccio il mea culpa.

Dalla prossima settimana riprenderò a pieno ritmo dopo la pausa vacanze che mi sono concessa e dalla quale sono rientrata ancora una volta stregata dalla Riviera Romagnola.
Sarà l’euforia del mare, che ti fa credere che la vita sia leggerezza imperitura, relax e sole, nessun pensiero; fatto sta che di Riccione sono veramente innamorata, di questa città brulicante di turisti sospinti la sera in viale Ceccarini, russi griffati in ogni dove, nostalgici seduttori locali fermi agli anni ’80, donne spumeggianti ed estrose in un scintillio di strass, lamè, frange (e mi sono adeguata volentieri anche io…).

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Forse è questo il segreto dell’esistenza.

Vestirsi (in ogni senso, anche metaforicamente) di spensieratezza.

Riccione è l’affabilita’ dei suoi abitanti: coinvolgente, coinvolgenti.
Senza troppe paranoie perché in fondo la vita è breve e va vissuta allegramente.

 

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E quei bomboloni grondanti di zucchero e crema, conturbanti paradigmi di tentazione per il palato come per gli occhi certi tramonti sul mare sabbioso; la gente che balla libera in una piazzetta tra una polka e un ballo latino; e le piadine che in alcune spiagge insegnano a fare cotte sulle piastre in un profumo celestiale che si spande tra gli ombrelloni e sovrasta quello delle creme solari.

Un inno alla gioia in una città che pare sussurare “Nessun Dorma” perché sembra non dormire mai. 

Perdonatemi il fuori tema ma oggi va così.

In realtà anche a Riccione il calcio è stato protagonista.

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Vuoi per la rassegna stampa del mattino al leggendario Bagno 117 Alba d’Oro, vuoi per la diatriba con mio figlio Matteo che, con l’inganno, mentre io misuravo ed acquistavo la nuova seconda maglia juventina, ha corrotto la commessa del negozio sportivo di viale Dante e si è presentato in un total look Granata con il quale se n’è andato orgogliosamente a zonzo per le vie del centro.

 

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Vuoi per le tracce di juventinità in spiaggia e per i commenti sul calcio mercato al bar del Bagno.

Ma vuoi anche per un pò di sfacciataggine.
Una sera apro Instagram e trovo la diretta JUVENTUS dagli Stati Uniti.
Mi lascio andare ad un commento entusiasta in merito (con Matteo che invece mi fa “buu”).
I miei vicini di tavolo, una coppia sulla settantina, mi chiedono: “Ma segue la Juventus?” (se qualcuno di voi ha un’idea del perché la cosa sembri così strana a tutti, vi ascolto…)
Naturalmente rispondo di si e si apre un portone.
Il signore mi fa vedere sul cellulare una serie di foto di lui allo stadio in perfetta tenuta juventina… ma soprattutto il nipotino di pochi mesi immortalato mentre dorme e casualmente “fa la mossa di Dybala quando segna”.

Il ghiaccio è rotto ed io racconto del blog.


E lui chiama al telefono il figlio, introduce la faccenda dicendo : “Cerca tu che io gna faccio… nun so bono col cellulare...”

Poi me lo passa, io sciorino tutti i dettagli necessari per la ricerca. 


Quando ritorno a concentrarmi sulla cena mi dico che un po’ di sana autopromozione fa sempre bene.

E sorrido all’idea che i signori in questione non avranno avuti dubbi sul motivo per il quale il mio blog si chiama silvianelpallone…
“Ma di dove siete voi?” chiedo tra l’altro dopo aver parlato con il figlio che pareva Alberto Sordi…
“De Roma. Gnente se sente?”

 

Sorvoliamo.

Ma la notizia più eclatante di questi giorni in cui non ho aggiornato il blog l’ho lasciata per ultima, così per chiudere ad effetto…

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Oggi è stato pubblicato il mio primo pezzo per il sito tutto al femminile Golditaccoaspillo.it.
Dire che sono onorata di essere stata reclutata tra le fila delle loro redattrici è dire poco.
Il  pezzo tratta della leggendaria maglia numero 10 della Juventus, che non trova pace da quando il Pinturicchio ha lasciato la Vecchia Signora.
Giovanni Ferrari, Omar Sivori, John Hansen e Luis del Sol sono soltanto alcuni dei grandi nomi che ho approfondito mentre mi documentavo per l’articolo, con le loro  grandi storie  che hanno arricchito il mio bagaglio juventino, fermo a Platini, Baggio e Del Piero.

Molto umilmente chiedo scusa della mia défaillance bianconera.

La strada è (ancora) lunga ed inesauribile ma proprio per questo ancora più piacevole.

Tu chiamale, se vuoi, emozioni…

Innanzitutto, l’emozione! Soltanto dopo la comprensione!”
(Paul Gauguin)

 

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Ho sempre pensato che ogni volta che il cuore riesce a parlare più forte della mente siamo dei vincenti.

Il cuore non ha pregiudizi, non si fa paranoie, non è vittima dei luoghi comuni, comprende e non giudica, non teme di essere frainteso e di mostrarsi per quello che è, semplicemente un tipo SENTIMENTALE che si mette a nudo consapevole di non aver bisogno di infrastrutture.

Per questo non fa distinzione tra amori collaudati e passioni improvvise ed incontrollabili.

Invece, per quanto riguarda il discorso calcistico, erroneamente l’ho fatto io sentendomi in difetto di fronte alle tante persone che in questi mesi mi hanno parlato di un amore per una squadra che dura da anni, da sempre, da quando erano bambini.

Il mio, da quando?

A confronto, mi sembrava un insignificante interesse incomprensibile, quasi impossibile da capire persino per me, figuriamoci da chi mi guardava tra lo stranito e lo stupito.

Devo ammettere che non è stato semplice accettare di essere diventata una tifosa.

Implicava ri-pensarmi. Ri-vedermi. Ri-valutarmi.

Ma non ho mollato.

Non avrei potuto, non dopo la conferma (e a me stessa non potevo mentire) che la Juventus (come per qualsiasi altro tifoso la propria squadra del cuore) mi regalava emozioni difficili da esprimere a parole, persino per me.

Così stasera, alla fine di una giornata difficile (sportivamente parlando) per un allontanamento inaspettato, ho deciso di condividere con voi il segno tangibile della mia appartenenza.

Da stasera sono UFFICIALMENTE una juventina.

E sono persino EMOZIONATA.

Auguri a me.

 

 

ALBERTO SCOTTA: LA JUVENTUS COME ASSOLUTO.

Bisogna rispondere all’assoluto o con niente o con tutto. Non ci sono mezzi termini

(Hélène Ouvrard)

 

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C’è assoluto e assoluto, indubbiamente.

Il calcio, forse, non lo è ma lo suggerisce.

Almeno è quello che ho pensato parlando con Alberto Scotta, mio ex compagno di scuola e mentore calcistico, noto agli appassionati di Football Manager (l’accuratissimo video gioco manageriale sul calcio del quale è Capo Ricerca per l’Italia) con il nick Panoz.

Non credo di aver mai conosciuto qualcuno divorato così tanto da una passione, ammaliato, stregato dal calcio quasi fosse il canto di una sirena (perdonatemi l’aggancio all’Odissea…).

Una sirena bianconera: “La mia prima memoria calcistica – mi spiega – è una Polaroid nell’album di famiglia. Avrò avuto cinque anni ed esibivo con orgoglio la maglia della Juventus e una coppa in mano; un’immagine che fissa come sin da piccolo ho unito l’amore per la mia squadra a quello per il successo; e negli anni il mio tifo, come la mia vita, è diventato sempre più orientato alla competitività“.

A quella stessa età,  siamo nel 1977, Alberto assiste alla sua prima partita allo stadio con il papà Virgilio (altro Juventino doc): Juve-Cesena al vecchio Comunale, inaugurando 41 anni filati di abbonamenti: “E’ stato l’anno del Campionato vinto con un punto sul Toro e ricordo i festeggiamenti nei locali dello Juventus Club di Fossano, con le pareti rigorosamente a strisce bianconere”.   

Sono molti i ricordi esaltanti della storia d’amore tra La Signora e Alberto; tra questi una partita derby del 1988 per l’accesso alla Coppa Uefa: “Rischiavamo di non andare nelle Coppe europee. La Juve in quell’occasione fu terrificante, finì 0 a 0. Ma ai rigori, dopo un 2 a 2,  Cabrini segnò, Benedetti mandò fuori e Rush spiazzò Lorieri regalando la qualificazione alla Juventus. Conservo ancora come un feticcio la sciarpa che indossavo“.

“Ma il giorno più bello della mia vita risale a tempi più recenti…”.

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Anno 2013, finale allo Juventus Stadium del Torneo aziendale della Deltratre (la società torinese per la quale lavora), Alberto nel ruolo di Capitano, la famiglia ad assistere: “Prima pareggio, poi a trenta secondi dalla fine al limite dell’area  faccio un cross e la palla continua il suo percorso sino ad entrare in rete“. Una doppietta indimenticabile: “Mi rivedo andare verso la mia curva, vuota, alzare la coppa e lanciare la maglietta. Ma soprattutto penso con emozione che la mia vittoria sia dovuta ad un’intercessione speciale dall’alto: quella di mia mamma, tifosa a suo modo anche lei, che ha sempre saputo quanto tenessi al calcio e mi ha sempre sostenuto“.

Anche le emozioni sono Capitani nella partita che è la nostra vita.

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Tra tante suggestioni sentimentali, mai un tentennamento, un ripensamento? Così per dire: “Cara Juventus, è stato bello ma adesso accomodati alla porta“?

Indubbiamente il momento più forte della mia vita da tifoso è legato al periodo nero di Calciopoli: la mia squadra allo sbando, che non combatteva più, con l’onta della serie B.

E allora in una notte d’estate decido con un amico di mettere su un comitato a difesa della Juventus, del quale divento Presidente. Pur con la delusione del Ricorso al Tar che all’ultimo il Consiglio di Amministrazione della Juventus decise di non attuare, e il pensiero che sarebbe stata necessaria una linea diversa o un vero atto di forza, quell’esperienza mi ha insegnato molto a livello personale; prima ero giustizialista, poi ho abbracciato il garantismo; nella vita ho sostituito il giudizio affrettato sulle persone e sulle situazioni con la voglia di capire meglio le dinamiche che muovono le prime e che sostengono le seconde”.

Cosa significa per Alberto essere tifoso?

Lo capisco quando mi racconta del week-end del maggio scorso a Bologna: “Significa essere sempre connesso ad un’emozione: come quella  di andare da solo a seguire l’ultima giornata di un campionato già vinto, che ai più potrebbe sembrare incomprensibile ed inutile. Girare per un’ora senza riuscire a trovare un parcheggio, giusto il tempo di indossare la maglia del Pipita e correre per tre km, tra chi ti grida malamente Gobbo pensando che questo ti ferisca e non sa invece di quanto orgoglio ti rivesta.

Tifare “sino alla fine” perché seguire la propria squadra in trasferta è speciale, significa accompagnare, difendere e sostenere qualcosa che fa parte di te…

Il tifo è urlare come un ossesso quando il più giovane e sconosciuto giocatore della rosa segna nell’ultimo minuto, dell’ultima azione, dell’ultima giornata“.

E se le cose non vanno proprio come si spera?

Il tempo di una notte e si sbollisce“.

E la  Juventus ritorna ad essere quella che è, una sirena incantatrice.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un pasticcere nel… pallone

 

La felicità non si racconta. E’ come una torta di mele che si mangia fino all’ultima briciola rimasta sul tavolo…
(Franz-Olivier Giesbert)

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C’è stato un tempo, quando la radio trasmetteva “Sapore di sale”, “Abbronzatissima” e “I Vatussi” , nel quale una giovane promessa del calcio nazionale prendeva il treno al rintocco del mezzogiorno, dopo la mattinata di lavoro nel forno di famiglia, per andare ad allenarsi su un campo da calcio.

I miei genitori avevano una panetteria a Santo Stefano Belbo – mi spiega Sergio Cocito, classe 1944, ex terzino dell’Alessandria (quando la squadra militava in Serie B) – e per loro il calcio rappresentava un mio semplice passatempo, un hobby. Per cui mi era concesso di dedicarmici solo al pomeriggio: pranzo veloce, poi in treno sino ad Alessandria e da li a piedi sino allo stadio Moccagatta“.

Sergio, cresciuto, è proprio il caso di dirlo, a pane, Juventus (la squadra che tifa da sempre e che chiama affettuosamente “La Mamma”) e pallone,  si è fatto le ossa (anzi, i piedi) nelle Giovanili della Santostefanese sul finire degli anni ’50.

Sino a quando un allenatore delle Giovanili del Canelli mi ha notato durante una partita e mi ha proposto di entrare in squadra. Proprio di Canelli era Remo Marmo, giocatore dell’Alessandria in Serie A, che mi vide giocare e mi fece fare un provino con la sua squadra nel luglio del 1961. La mia prima partita è stata quella contro lo Spinetta, al termine della quale i dirigenti dell’Alessandria mi misero sotto contratto. Il mio primo ritiro l’anno successivo a Lanzo Torinese, il più giovane della squadra, avevo poco più di 18 anni”.

Poi uno dei ricordi più belli ed emozionanti: la prima partita da titolare contro il Torino in Coppa Italia: “Anche se non abbiamo vinto abbiamo giocato così bene da meritarci un bonus di 50.000 lire ciascuno…“.

Sono anni nei quali Sergio (nella squadra che tra l’altro ha sancito la nascita calcistica di Gianni Rivera) perfeziona sempre di più la sua tecnica, si confronta con squadre come il Milan, riceve approvazioni da giocatori avversari ma coltiva al tempo stesso un’altra passione: “Ogni volta che con l’Alessandria eravamo in trasferta non perdevo occasione per fare un salto in qualche pasticceria. Ho sempre avuto il pallino dell’Arte Bianca, pur essendo un autodidatta“.

E così, quando nel 1968 Sergio mette su famiglia, di fronte ad un possibile passaggio ad una squadra del Sud Italia, sceglie di rimanere in Piemonte, trasferendosi dall’Alessandria all’Albese (e ricorda con commozione un’Amichevole con la Juventus nel 1971, conservata in uno scatto).

Mi allenavo ad Alba tre volte a settimana e all’epoca un dirigente della squadra mi fece conoscere un pasticciere locale con il quale imparai le basi della pasticceria“. E con l’avvento del registratore di cassa e il conseguente pensionamento dei genitori, Sergio trasforma la storica panetteria in pasticceria, senza troppi rimpianti per il tempo da sottrarre agli allenamenti: “Ho vissuto in ambienti bellissimi, ho provato emozioni forti in campo e sono riuscito a concretizzare anche il mio secondo sogno, quello del dopo professionismo“.

Tra torte di Nocciole, Brutti e Buoni e gelato artigianale da antica ricetta, la pasticceria ha un futuro profumato di essenza di vaniglia e di successo, e negli anni è stata la meta di tanti golosi locali (compresa io, golosa irriducibile…).

E il rapporto con il tifo?

Ai miei tempi avevamo tifosi  molto tranquilli, che ci avvicinavano senza troppa esaltazione. Oggi le cose sono ben diverse, il calcio è diventato sempre più una faccenda di interessi economici, di compensi smisurati. Anche il tifo è cambiato, è molto più irruente , almeno molto spesso. I calciatori sono visti come degli dei e tutto viene di conseguenza…“.

Idoli, seppur vissuti in maniera diversa, come lo era, per Sergio, Gaetano Scirea, leggendario giocatore della Juventus descritto dalla letteratura specializzata come un uomo gentile e leale.

Un pò come il nostro pasticcere.

 

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Manzo: i numeri di una lunga storia d’amore…

Tutto è numero. Il numero è in tutto. Il numero è nell’individuo. L’ebbrezza è un numero“.
(Charles Baudelaire)

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Ho scelto non a caso l’aforisma del mio adorato Baudelaire per aprire la storia che vi racconterò stasera.

L’ebbrezza è un numero.

Più che un numero, una raffica di numeri: 5 a 0; 4 a 0; 4 a 2.

Così, tanto per citare i più significativi.

Numeri vivi e palpitanti fissati indelebilmente nella memoria di un “Milanista sino alla morte” come ama definirsi Paolo Manzo, corrispondente per L’Estero di fama internazionale che vive in Brasile e che vanta collaborazioni all’attivo con molte testate  tra le quali La Stampa, Panorama, Il Giornale, Vanity Fair.

L’ho incontrato nei giorni scorsi a Santo Stefano Belbo (suo paese natale) e, davanti ad un caffè al Bar Roma,  ho sottoposto anche a lui il mio quesito principale: perché e come si diventa tifoso? 

Mio papà è da sempre tifoso del Milan – mi racconta Paolo – e quando ero bambino la domenica seguiva le partite con la sua radiolina; forse il mio era un destino segnato. Ma la vera svolta, l’illuminazione, è avvenuta il 6 maggio 1979: con papà e con un paio di amici, ossia il capostazione locale Benito e il figlio di lui Gabriele, siamo andati a San Siro a vedere la finale di Campionato tra il Milan e il Bologna, partita con il leggendario Gianni Rivera e match decisivo che ha permesso alla mia squadra di aggiudicarsi il 10° Scudetto”.

Ma valla a spiegare questa felicità di piccolo tifoso ai compagni di classe: “Su 25, 24 erano juventini e non sempre il confronto era pacifico… Dal punto di vista calcistico, le cose migliorarono notevolmente ai tempi dell’Università quando a Milano  un comune amico mi presentò Stefano Nava, difensore del Milan; ricordo con piacere quel periodo nel quale, tra l’altro, avevo anche intervistato Gullit. Un contatto diretto con i giocatori che se possibile aumentò ancora di più la mia passione per il calcio”.

Una passione alimentata da nomi illustri (tra tutti Marco Van Basten, “il più grande giocatore secondo me“) e da tante partite indimenticabili: la semifinale di Coppa dei Campioni dell’aprile 1989 contro il Real Madrid vinta per 5 a 0; la successiva Finale di Coppa dei Campioni contro la Steaua Bucarest vinta per 4 a 0;  la Uefa Champions League del 1994 vinta contro il Barcellona per 4 a 0;

L’ultima grande gioia nel 2007 – mi dice Paolo – con la finale di Coppa Intercontinentale vinta a Tokyo contro il Boca Juniors per 4 a 2 con menzione del terzo, strepitoso gol di Kakà“.

Ovviamente, come in tutte le storie d’amore, non sono mancati i momenti difficili: “La mia prima delusione agli inizi degli anni ’80 quando in seguito all’inchiesta sul calcio-scommesse il Milan fu retrocesso in serie B. Faceva un certo effetto, negativo s’intende, vedere la propria squadra giocare contro squadre minori come il Cavese…“.

Prima di salutarci, chiedo a Paolo un consiglio per chi, come me, vive una neonata affezione al mondo del pallone: “Frequentare i tifosi, i clubs è un ottimo modo per capire le dinamiche psicologiche; poi lo stadio; in America latina, dove tra l’altro ho seguito per lavoro i Mondiali in Brasile del 2014, il calcio è ancora più rumoroso che in Italia, ci sono botti come a Napoli al tempo di Maradona, è un modo per fare festa. Allo stadio si va per fare festa“.

Non si può che sottoscrivere.