Benny Nicolini: “Quella volta che Moggi mi telefonò…”

Le parodie e le caricature sono le critiche più acute“.

(A. Huxley)

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C’è Ronaldo che cammina sulle acque, estatico come i tifosi quando assistono ad un suo dribbling dalle movenze di un tanghero o ad un suo gol che sbaraglia l’avversario.

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C’è Dybala, la Joya, ritratto in una vetrina di preziosi, come la “gioia” più blasonata tra le gemme di un noto gioielliere newyorkese.

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C’è Massimiliano Allegri protagonista quasi kafkiano di una metamorfosi che lo trasforma in un ghignante Joker.

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Una comicità pungente in punta di matita quella di Benedetto Nicolini, in arte Benny, caricaturista che coniuga l’irriverenza intelligente con l’arte del sorriso e che ha all’attivo collaborazioni con “Libero”, il “Guerrin Sportivo”, “Tutto Sport”, il “Corriere dello Sport”.  e un libro “Firmamento Juve” del quale è co-autore.

Con Benny, modenese di nascita, torinese d’adozione, tifoso bianconero sin dall’infanzia,  ho fatto una chiacchierata alcuni giorni fa.

Mia mamma è sempre stata una donna sportiva e assolutamente juventina – mi racconta – ha conosciuto anche Sivori quando lavorava in un’agenzia di assicurazioni.

Il mio primo ricordo calcistico risale a Pietro Paolo Virdis che vedevo sul Guerrin Sportivo anche se la mia prima Juve è stata  quella di Platini, la Juventus della raffica di vittorie in Coppa Italia, Campionato, Coppa dei Campioni, Coppa Uefa ecc.

La mia prima volta allo stadio risale al stagione 1985/86, Juventus – Lecce partita di andata vinta per 4 – 0 con doppietta di Platini e Aldo Serena.

Ho seguito Platini durante i mondiali del 1982 così come gli Azzurri gruppo del quale facevano parte diversi calciatori juventini come Scirea, Cabrini, Tardelli, Rossi, Gentile, Causio, Zoff.

In ogni caso se dovessi scegliere un mio podio ideale  per motivi affettivi direi Platini, Zidane, Vialli“.

Hai conosciuto qualche giocatore tra i tanti,  quasi tutti a dire il vero,  che hai ritratto?

Quando lavoravo in Armando Testa avevamo come cliente Birra Moretti che utilizzò Ciro Ferrara come testimonial; preparo la caricatura che piace così tanto a Ferrara che mi chiede il permesso di utilizzarla per l’inaugurazione della sua seconda pizzeria torinese. A distanza di qualche anno, Ciro mi contatta per chiedermi di disegnare per la Fondazione Cannavaro – Ferrara che si occupa di sostenere progetti sociali a favore dei bambini e dei giovani.

Rivedrò sia Ferrara che Cannavaro il 29 maggio 2005 in occasione dei festeggiamenti per lo Scudetto; io sono sotto il pullman scoperto, loro mi intravedono e si sbracciano per salutarmi. E’ stato emozionante condividere con loro questo momento di festa“.

Chiedo a Benny quale sia stata la sua più grande delusione calcistica…

Sicuramente la finale di Coppa dei Campioni del 25 maggio 1983 tra la Juventus e l’Amburgo, vinta dai tedeschi per 1 a zero. Una delusione doppia: per la sconfitta indubbiamente ma anche perché io ero in punizione e non ho potuto seguirla…

Delusioni più recenti sono state invece la finale di Coppa Uefa del 2003 persa contro il Milan e lo scudetto del 2001 che avevamo praticamente già vinto ma che abbiamo perso per la decisione di Collina di  fare giocare  Perugia – Juventus in in un campo impraticabile…“.

Tornando alle caricature, mi incuriosisce sapere da Benny se qualcuno dei protagonisti del calcio da lui ritratti ha fatto rimostranze sulla sua “reinterpretazione”…

Luciano Moggi, ad esempio; mi telefonò ed io li per li pensai ad uno scherzo; criticò una mia caricatura che lo riguardava su un settimanale sportivo chiedendomi di fare un restyling inserendo più capelli e rimpicciolendo la testa. Alla fine è durata due giorni e si è tornati a quella originale…“.

E complimenti invece?

Da Barzagli ad esempio.

E da Marchisio  – precisa ridendo – che aveva sull’armadietto il mio poster celebrativo per il secondo scudetto di Conte realizzato per Tutto Sport. Peccato che sulla pagina Instagram di Claudio esce proprio quella foto e di conseguenza il mio lavoro prima che fosse pubblicato… 
Quest’estate ho ricevuto anche una telefonata dal capo comunicazione della Sampdoria che mi diceva che il presidente aveva apprezzato la caricatura pubblicata dal Corriere dello Sport e avrebbe gradito l’originale“.

Come vive il tifo Benny?

“In passato ero scalmanato, molto fisico, molto accalorato; negli ultimi anni sono più tranquillo, oggi ogni tanto magari mi perdo a filosofeggiare, diciamo così, sulla panchina di Allegri…“.

E magari ad avere folgorazioni ed ispirazioni acute…

 

 

 

 

Il goleador e la ballerina…

Possiamo lamentarci perché i roseti hanno le spine o rallegrarci perché i cespugli spinosi hanno le rose. Dipende dai punti di vista“.
(Abraham Lincoln)

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Sono sempre i punti di vista a rendere ogni volta diversa una storia.

Ossia le angolazioni dalle quali ognuno di noi osserva.

Alcuni giorni fa è morto Antonio Valentin Angelillo, il goleador da record, l’astro argentino arrivato in Italia, arruolato dall’Inter, dopo i fasti nel Boca Juniors, sul finire degli anni ’50.

Una storia che mi ha incuriosita, al di la degli indubbi meriti sportivi di Angelillo.

Mi ha incuriosita soprattutto per i dissapori tra la mezzala e il suo allenatore, Helenio Herrera; dissapori celati da tecnicismi e incomprensioni tra fuoriclasse in campo e mister in panchina in realtà dettati soprattutto da una storia… d’amore.

Angelillo arriva nel Bel Paese fortemente voluto dal presidente Angelo Moratti che però inizialmente rimane deluso dalle prestazioni non idilliache dell’astro argentino che pare spaesato e malato di nostalgia.

Come in un feuilleton dalle atmosfere nebbiose, dove manca il sole e la passione delle terre del Fuoco.

Per risolvere l’empasse Moratti arriva ad incaricare alcuni compagni di squadra affinché    portino il malinconico Antonio a svagarsi.
Ed è proprio durante una di queste serate che l’argentino rimane letteralmente folgorato da una ballerina di un anonimo night, Ilya Lopez, nome d’arte di Attilia Tironi.

Talmente folgorato e ringalluzzito che da li in poi inizia nuovamente a segnare a raffica sino a stabilire un record: i 33 gol (tra cui una cinquina alla Spal), che gli permisero di stabilire un record per i tornei di Serie A a 18 squadre; non solo: con 39 reti complessive, Angelillo eguagliò il primato stagionale di gol realizzati con la maglia dell’Inter (appannaggio, fino a quel momento, di Giuseppe Meazza).

Tutto pare rimettersi nel migliore dei modi almeno sino all’arrivo in squadra del nuovo allenatore Herrera.

Le cronache del tempo narrano che i due non si presero in simpatia sin dal loro primo incontro: l’allenatore non amava i fuoriclasse e tacciava Antonio di essere un viziato, troppo indipendente e una prima donna (anche se in effetti non era del tutto vero).

Ma in realtà  le ragioni del disappunto dell’allenatore, al di là dei motivi tecnici, erano  soprattutto di altra ragione; vale a dire il successo che Angelillo aveva con le donne, mal digerito dal Mister invidioso.

Dell’amore appassionato e forte che legava l’argentino alla sua ballerina, descritto teneramente dalla penna di Gianni Brera, Herrera tratteggiò invece uno scenario ben diverso, il che contribuì a rendere la frattura tra lui e il giocatore insanabile.

Come sempre di ogni storia noi cogliamo sfumature diverse.

Questa è quella che oggi mi andava di raccontarvi.

 

 

Dario Ghiringhelli: “Quando si è una pecora bianconera in famiglia…”

Cominciare una rivoluzione è facile, è il portarla avanti che è molto difficile“.
(Nelson Mandela)

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Unite una (piccola) rivoluzione alla tenacia e soprattutto alla resistenza ed otterrete le basi di una solida fede calcistica.

Mi è venuta in mente questa equazione  intervistando nei giorni scorsi Dario Ghiringhelli, professore di Scienze presso un liceo scientifico torinese e, tra le altre cose, conduttore del format Top Com sul canale Top Planet.

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Sono la pecora bianconera della famiglia – mi racconta  – mio padre e mio fratello hanno iniziato l’opera di persuasione per farmi convertire alla fede Granata  sin da piccolo, persino con un abbonamento allo stadio. 

Non sono riusciti a scardinare la mia devozione per la Juventus ma in compenso questa loro “interferenza” mi ha permesso di mantenere una certa sportività”.

La devozione di Dario è dovuta ad una folgorazione conseguente l’aver visto giocare “Le Roi” Platini, uno dei suoi miti calcistici.

Anche se indubbiamente il suo preferito rimane pur sempre Alex Del Piero e già solo a nominarlo gli si disegna in volto un sorriso estatico…

Ricordo uno dei momenti più belli che ho vissuto allo stadio,  la partita Juventus – Fiorentina nel 1994 con il gol di Del Piero, un colpo di destro che ha acceso il Delle Alpi…”.

Una magia che completò la rimonta dallo 0 – 2 al 3 – 2 che non a caso è stato eletto  dai tifosi  il gol  più bello dei 120 anni della Juventus.

E sempre a Del Piero è legato un altro momento molto emozionante, seppure con  una connotazione diversa: il  ritiro del campione, nel maggio del 2012.

Ricordo con precisione che ha lasciato la partita venti minuti prima che finisse, partita che ovviamente è proseguita ma i tifosi hanno smesso di seguirla, concentrati solo su di lui che continuava a fare il giro del campo…“.

Il calcio occupa una parte importante della vita di Dario; da quattro anni è redattore di “Spazio J” nel quale ha esordito con la rubrica “Le voci della Nord” in cui raccontava le partite vissute dalla curva; è la voce radiofonica di “Diario Bianconero” in onda su Radio Stella Piemonte; e uno degli opinionisti, come già detto, di Top Com.

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Opinionista ma soprattutto tifoso: “Nel tifo sono come nella quotidianità extra calcistica – precisa – cerco di essere sempre pro e mai contro; non concepisco ad esempio fischiare i propri calciatori nella sconfitta anche perché è impossibile vincere sempre. 

Sono 21 anni che ho l’abbonamento allo stadio e la cosa che maggiormente mi infastidisce è vedere i bambini imbeccati dai padri che insultano l’arbitro o gli avversari”.

Il calcio andrebbe condiviso e non fomentare “divisioni” insomma:

Si, come quella volta in Champions contro il Glasgow quando con  noi in curva c’erano i loro tifosi… tranquillamente e senza problemi“.

Quando lo dico io mi danno della sognatrice… ma non si dice forse che se si  sogna  da soli è solo un sogno ma se i sogni sono condivisi è la realtà che comincia?

 

 

 

 

 

 

 

Riccardo Rendini: “Allenare non riguarda solo insegnare a calciare…”

Allenare significa affrontare una serie infinita di sfide: la maggior parte di esse ha a che vedere con la fragilità dell’essere umano”.
(Alex Ferguson)

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Si dice che tutti sono allenatori al bar così come tutti sono medici nella sala d’aspetto di un dottore ecc. ecc.

Un luogo comune pensarlo?

Credo neppure troppo, soprattutto per quanto riguarda il calcio, lo sport prediletto del Bel Paese; è normale intercettare, il mattino dopo una partita, commenti più o meno pungenti verso l’allenatore, tra un caffè e un morso al croissant.

Di solito se la squadra del cuore è vittoriosa, l’allenatore viene santificato.

Se è perdente, viene affossato con interminabili “Io avrei messo Tizio come ala, Caio come punta, il 4 – 2 – 3 – 1 è improponibile” e via dicendo.

L’allenatore è una figura ambivalente, un pò come l’arbitro: colpevole a seconda del risultato finale.

Semplificando molto, il primo sbaglia se perde. Il secondo sbaglia se non bastona in qualche modo (cartellino giallo, rosso, rigore) gli avversari.

Il mestiere di allenatore è comunque piuttosto ambito.

E non solo da chi ha un passato come calciatore ma sicuramente anche da chi è appassionato di calcio e di strategia.

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Come Riccardo Rendini, allenatore ventottenne trasferito a Torino, che per descrivere il suo rapporto con il mondo del pallone mi cita il grande Diego Armando Maradona: “Lui ha detto: “Se stessi ad un matrimonio con un vestito bianco e piombasse un pallone infangato, lo stapperei di petto senza pensarci”.

Il mio amore per il calcio è nato quando avevo nove anni, partecipando ad un torneo Under 12 organizzato dalla chiesa del mio paese, a Cisternino, in provincia di Brindisi.

Non avevo ancora le basi tecniche e infatti persi la finale con la mia squadra ma vinsi il mio primo riconoscimento come miglior giocatore del torneo.

Dopo questa esperienza obbligai mio padre ad iscrivermi nella scuola calcio del mio paese; è stato un periodo molto proficuo, passavo tutto il mio tempo libero a calciare, a casa, in giardino, in piazza con gli amici, una sorta di ossessione tanto che ero stato soprannominato “Riccardo il calciatore”…”.

Ma come nasce l’interesse e la decisione di diventare allenatore di calcio?

Nella mia crescita calcistica ho avuto la fortuna di aver avuto un Mister che non solo è riuscito a migliorarmi come calciatore ma soprattutto è riuscito a trasmettermi  la passione per il calcio a 360°. Era molto metodico e mai banale nelle esercitazioni, aveva un carisma che lo rendeva leader, riuscendo sempre ad insegnarci qualcosa.

Era molto preparato dal punto di vista tecnico e medico e da lui ho imparato alcune tecniche per prevenire e curare fastidi che solitamente hanno i calciatori.

Sempre grazie a lui ho iniziato ad osservare con pù attenzione la figura dell’allenatore.

Verso i sedici anni ho iniziato a documentarmi su you tube, a chiedere le sedute cartacee al mio mister, a giocare con videogiochi manageriali  come “Football Manager” ed ho approfondito tutto ciò che riguarda il lavoro settimanale del calciatore.

Dopo il Liceo mi sono trasferito a Torino per studiare Giurisprudenza e per vari motivi ho smesso di giocare a calcio ma la passione continuava ad essere talmente smisurata che nel 2015 ho preso il primo patentino per allenatori (Uefa C) che mi permette di allenare tutte le squadre di settore giovanile professionisti compresi.

Quest’anno poi ho completato la prima parte della mia abilitazione con il conseguimento del patentino Uefa B che mi permette di allenate fino alla Serie D come p’rimo allenatore e allenatore in seconda in C;  ovviamente sogno di diventare un professionista ma è un cammino molto difficile per chi non ha avuto una grandissima carriera da calciatore...”

Intanto Riccardo ha mosso i primi passi d’allenatore nell’Atletico Torino, società che attualmente milita in Eccellenza: “Poi ho iniziato una collaborazione con una società che aiutava l’integrazione dei ragazzi stranieri ma mancavano le basi organizzative per la gestione di una simile realtà”.

Quali sono state le maggiori difficoltà e le più grandi soddisfazioni?

Sicuramente nel settore giovanile la problematica maggiore è legata anche alla gestione del genitore che a volte è aggressivo, per volontà di fare emergere ad ogni costo il proprio figlio; poi ci sono le problematiche dei ragazzi dovuti all’età, a certe situazioni famigliari ecc. 

La mia più grande soddisfazione è quella di riuscire a finire le stagioni sportive con risultati  legati si al campo ma anche alla crescita personale e sportiva dei ragazzi che alleno. Soprattutto riuscire a far fare squadra, senza emarginazioni“.

Riccardo è ovviamente anche un tifoso…

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Sono Juventino – mi dice – e il mio amore per i colori bianconeri è nato con la finale di Champions vinta nel 1996 contro l’Ajax allo Stadio Olimpico di Roma.

Ricordo alla perfezione la parata di Peruzzi, il rigore finale di Jugovic, le urla di gioia sul balcone di casa con tanto di vicini allarmati e mia madre che mi diceva di smetterla di fare tutto quel caos per una partita…

La Juventus mi è entrata nel cuore non solo per le vittorie manche per la sua storia, che è poi anche la storia della famiglia Agnelli e di un pezzo importante dell’economia del nostro Paese.

Da quando vivo a Torino posso seguire la Juventus allo stadio e ogni volta che entro è come fosse la prima per le emozioni che vivo.

Per indole non ho un calciatore preferito ma sono sempre stato legato alla squadra nella sua totalità; però ammiro tutti coloro che fanno la storia bianconera e in questo vedo in Claudio Marchisio quello che Paolo Maldini è stato per il Milan e Francesco Totti per la Roma“.

Partita memorabile, invece, per essere stata la più grande delusione?
La finale di Champions persa all’Old Trafford contro il Milan nel 2003, soprattutto per come abbiamo perso immeritatamente dopo aver superato il Barcellona ai quarti e il Real Madrid in semifinale…“.

Parola (e analisi) di allenatore.

 

 

 

 

 

 

 

IL CALCIO A CINQUE DI ROBERTO MINGO E DELLA ASD MONTECAROTTO

Questi sono i calciatori: uomini che giocano con la testa, ma soprattutto con il cuore“.
(Ferenc Puskas)

 

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E’ così la vita.

Quando inizi con orgoglio e soprattutto con una certa consapevolezza a disquisire con gli esperti sul 4-2-4 e a sentirti meno impedita di fronte ad un commento tecnico tanto da controbattere ed essere credibile, ecco che l’apprendista del pallone che è in te torna prepotentemente alla ribalta.

Negli anni passati ho sentito parlare di “calcetto” svariate volte.

Disinteressata all’argomento come ben sapete, dunque senza curiosità alcuna ad approfondire la questione, ho liquidato la faccenda pensando si intendesse il giocare a calcio con gli amici, in qualche campetto improvvisato di paese, senza arte né regole se non l’intento di divertirsi e socializzare.

Sbagliato.

Di calcetto o di Calcio a 5 esistono squadre professioniste. Campionati seri. Regole precise.

Tra le quali, ad esempio, il campo di gioco con misure più ridotte, porta compresa.

Così ho iniziato a documentarmi e nella mia ricerca sul tema mi sono imbattuta nella ASD Montecarotto, squadra marchigiana nata da poco, e nel loro portiere Roberto Mingo.

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Al quale ho chiesto come, dal calcio tradizionale, è arrivato al calcio a cinque.

Ho iniziato a giocare all’età di otto anni – mi spiega – proprio nell’anno in cui spariva la Società Sportiva Montecarotto; di conseguenza tutti i miei coetanei ed io siamo dovuti emigrare a Serra de’ Conti, paese che non ci piaceva per  motivi campanilistici ma che riconosco essere stato sempre più all’avanguardia in fatto di idee e infrastrutture. 

Il mio sogno era quello di giocare centrocampista centrale, piede educato, bel calcio e buone geometrie; ma essendo l’unico mancino in squadra ho iniziato come ala sinistra, poi terzino sempre a sinistra ed infine difensore centrale, in un’epoca in cui esistevano ancora stopper e libero.

La mia retrocessione dalla zona offensiva del campo a quella difensiva è stata dettata dalla mia poca velocità; sono sempre stato corpulento. 

Poi durante un torneo estivo sono andato in porta per un problema fisico ed ho scoperto che non mi dispiaceva affatto, anzi, vedere le facce degli avversari quando paravo tiri complessi. 

Ma siccome per me i sette metri e rotti della porta di calcio tradizionale erano troppi, ho pensato di trasmigrare nel calcio a cinque, dove la porta è molto più piccola.

Nel mio curriculum tutta o quasi la Vallesina, Robur Mergo, Serra San Quirico con la Serrana,  cinque bellissimi anni a Moie con la Virtus che ha rappresentato l’apice della mia carriera calcistica e infine gli ultimi due anni Jesi con la Giovane Aurora con la quale ho vissuto la gioia di una promozione in C2“.

Roberto mi racconta i suoi momenti più emozionanti legati al calcio di quegli anni: “Dopo l’anno a Genga ero senza squadra e un giorno, proprio quando avevo deciso di provare il salto nel buio del rugby, altra mia passione, incontro per caso in un ristorante Paolo Fabbri, direigente della Virtus Moie, che mi dice che stanno ricostruendo la rosa della squadra e mi offre una maglia da titolare. 

Come non ricordare poi i due gol che ho realizzato dalla mia porta, il primo contro il Casine ed il secondo alla Spes Arcobaleno del mio amico Emanuele Chiarizia che oggi è un mio compagno di squadra…“.

Già, la squadra, o meglio un vero e proprio “Progetto Montecarotto”.

La ASD Montecarotto è nata lo scorso maggio: “Con mio fratello e altri due amici abbiamo fondato la Società; si sono poi aggiunti altri amici, tutti Montecarottesi, secondo il nostro intento iniziale di avere una squadra formata solo da concittadini. Poi alcuni si sono tirati indietro perché già tesserati con altre squadre per cui abbiamo dovuto, per così dire, allargare i confini. E se questo da un lato ha inficiato l’idea originale, dall’altro ha fatto si che questa squadra sia già piuttosto competitiva, nonostante nata da poco.

Fare parte della Montecarotto è un sogno che si realizza.  

Quando sei piccolo i primi miti calcistici che riconosci e che ti sono familiari sono proprio i ragazzi che giocano nella squadra del tuo paese, quella squadra che andavo a vedere con mio papà in  stadi di provincia quanto pittoreschi. 

La mia ambizione più grande, anzi la nostra, è quella di vincere si ma soprattutto diportare di nuovo la gente del paese al palazzetto per sostenere i suoi ragazzi“.

Roberto è un fervente sostenitore anche di un’altra squadra, la Juventus.

Gli chiedo come è diventato un Gobbo.

La passione mi è stata tramandata da mio papà, juventino doc. 

Che in realtà è andato allo stadio a vedere la sua Juve solo qualche anno fa, portato da mio fratello e da me, e forse proprio per questo amore consumato solo a distanza ha maturato una passione immensa per i bianconeri!

Sino a qualche tempo fa avevo l’abbonamento allo stadio di Torino, ricordo le sfacchinate in pullman per assistere alle partite. 

Oggi vado meno allo stadio e vivo il tifo in modo più coscienzioso anche se ci sono alcune partite che mi riportano a quella che definisco la dimensione primitiva del tifoso… tipo le sfide di Champions o nei match di cartello contro squadre come l’Inter, il Milan, la Roma ecc. E in questo caso ricevo i rimproveri di mia mamma e di mia moglie…”.

Quali sono le emozioni più intense di questa lunga storia d’amore con la Vecchia Signora?

“Ho tanti ricordi legati alla mia fede juventina.  Legati a gol importanti e ai miei idoli, Davids quello che ho amato di più, Zidane che ritengo il più forte di tutti i tempi;

Il ricordo più emozionante in assoluto però è stato il gol di Conte contro l’Olympiakos quando mancavano pochi minuti alla fine della partit, gol che ha ammutolito gli ateniesi e ci ha permesso di passare il turno della Champions. Il tutto arricchito dalla contemporanea sconfitta dell’Inter contro il Manchester United che la eliminava dalla stessa competizione… Ricordo che urlai così forte che la vista si appannò e caddi sul letto semi incosciente ma con il sorriso sulle labbra…“.

Se questa non è felicità…

 

 

 

 

 

 

 

LA CONSAPEVOLEZZA DI ESSERE TIFOSA: OVVERO DI IERI ALL’ALLIANZ STADIUM

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(Grazie a Francesco Di Leonforte per la gentile concessione delle due immagini sovrastanti)

E’ ciò che pensiamo di conoscere già che ci impedisce sovente di conoscere“.
(Claude Bernard)

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Come in un film.

Così mi sono sentita ieri varcando le porte dell’Allianz Stadium per assistere alla prima partita dal vivo della mia vita.

Un film del quale ho scritto mentalmente la trama, ma alla fine gli sceneggiatori hanno fatto il loro lavoro di revisione e la regia magistralmente ha chiuso il cerchio.

Immaginare qualcosa che non si è mai vissuto richiede competenze di base sulla questione; nel mio caso ho creduto erroneamente che un pò di letteratura sull’argomento e le partite viste in tv facessero di me non un’esperta ma almeno una conoscitrice.

Per carità.

Sono sempre dell’idea, forse l’ho già detto,  che il miglior giudizio è non avere giudizi, ancor peggio pregiudizi.

Eppure sono sempre in agguato.

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Il primo mi è venuto incontro dopo che, ancora in estasi dall’essermi trovata faccia a cemento con l’esterno dello stadio, mi sono resa conto che internamente non è così ciclopico come credevo, e di conseguenza è caduto quel pregiudizio secondo il quale, vedendo i calciatori microscopici, le partite si vedono meglio in televisione.

Macché.

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Giudizi a parte,  soprattutto non avevo assolutamente chiaro, almeno sino a quando non mi sono ritrovata in piedi a tifare sugli spalti della curva sud, con i sandali a mollo dopo aver rovesciato un bicchierone d’acqua per la foga, il coinvolgimento che fa di chiunque un tutt’uno con gli altri.

Poco importa se questi altri sono più giovani o più anziani di te; se li conosci personalmente oppure no; se sono uomini, donne, ragazzi, ragazze, bambini.

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Se arrivano allo stadio con la maglietta ufficiale o con quella ufficiosa, personalizzata e riciclata in modo saggio e divertente, o se indossano a nome di un amore eterno la maglia di qualche leggenda juventina come Del Piero.

Se ingannano il tempo addentando paninoni ripieni che io, intollerante allo lievito, mi sogno ed invidio, se fanno pronostici in modo colorito, se chiamano gli amici per sbeffeggiarli un pò dicendo orgogliosi: “Sono qui”.

Ed io penso, con loro: “Faccio parte della ciurma che sostiene la squadra”.

“Sono io stessa la squadra” (un filino esaltata…)

Noi tifosi SIAMO.

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Siamo gli irriducibili della sigaretta, fumata nervosamente prima per ingannare l’attesa, durante per arginare la tensione, dopo per festeggiare o per stemperare la delusione (che per fortuna con un trionfale 3 a 0 contro il Cagliari ieri non c’è stata… evviva!).

Siamo i “motivatori” muscolosi a petto nudo che in teoria aiutano a non perdere la concentrazione sul tifo (in teoria…); siamo i tifosi in manica di camicia, rigorosi, che sembrano quasi imperturbabili ma basta un gol mancato o un fallo subito e via, si ringalluzziscono anche loro; siamo di volta in volta arbitri, attaccanti, difensori, portieri, allenatori, almeno a parole ed intenzioni; siamo chi sventola bandiere, chi usa le sciarpe come striscioni, chi salta e chi si commuove, chi si arrabbia e chi gioisce.

Siamo pronti a ringalluzzirci senza remore e senza timidezza.

Anche io, ovviamente.

Nel momento in cui è partito l’inno ufficiale della Juventus, incurante di stonare, avere un pessimo accento e sentirmi con la verve canora di Topo Gigio in “Cosa mi dici mai” ci ho dato dentro con le corde vocali.

Ma il meglio di me, tifosamente parlando, è venuto fuori quando la squadra ha segnato i tre gol: è in quei tre momenti che ho capito sino in fondo che l’esultanza sarà si contagiosa ma deve venire da dentro, principalmente.

E la ola ai tre goleador l’avrei fatta anche se fossi stata la SOLA spettatrice, anzi TIFOSA, dello stadio.

Esattamente come il salto con perfetta ricaduta sui tacchi (li ho messi anche allo stadio, lo so, sono incorreggibile…) che ho eseguito a fine partita, insieme alla mia squadra.

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TALENTO+TENACIA: IL BINOMIO DI CHICCO LOMBARDI

La perseveranza è la virtù per cui tutte le altre virtù fanno frutto“.
(Arturo Graf)

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La buona riuscita di qualsiasi impresa dipende da due fattori:  una forte motivazione ed una straordinaria tenacia.

Unite ovviamente al talento.

Di questo ho avuto un’ulteriore conferma nei giorni scorsi parlando con Enrico “Chicco” Lombardi, albese,  classe 1957, ex centrocampista offensivo che ha militato anche nel Parma in Serie B.

Sono cresciuto ad Alba tra calcio, oratorio e scuola – mi spiega –  ed è proprio in oratorio che ho iniziato a giocare a calcio; sempre li, la domenica pomeriggio, seguivo il collegamento con le dirette allo stadio, tra l’altro in un periodo storico nel quale il collegamento avveniva solo dal 2° Tempo”.

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Dai rudimenti dell’oratorio Enrico arriva ai primi perfezionamenti, quelli nel settore giovanile dell’Albese, e da li alla Prima Squadra, nel 1976, in Serie C: “Sono gli anni in cui Bruno Pizzul faceva la telecronaca in tv delle partite in cui giocavo, come la partita contro l’Udinese. Ricordo soprattutto quanto fossi motivato, e questo era l’elemento preponderante nella mia attività di calciatore. Mi spingeva ad allenarmi  oltre l’orario e a vedere ogni cosa come un arricchimento, una nuova possibilità”. 

Nell’estate del 1979, di fronte ad alcune squadre interessate a reclutarlo, Enrico sceglie di diventare un calciatore dell’Imperia, al tempo in C2: “Al mio arrivo un disastro, retrocediamo in serie D; deluso penso di ritornare ad Alba ma la squadra cambia allenatore, Giovannino Sacco, ex giocatore della Juventus e con lui riesco a ritrovare l’entusiasmo e la perseveranza. Tra l’altro in quell’estate avevo conosciuto Locatelli,  preparatore atletico ora responsabile Fidal, con il quale avevo fatto allenamenti di atletica a Formia, sempre per perfezionare la mia preparazione sportiva”.

E i risultati arrivano; in serie D l’Imperia vince il Campionato e torna di nuovo in C2.

E’ stato per me questo un ottimo campionato che si è concluso con l’ultima partita contro il Fanfulla di Lodi, con un mio gol a cinque minuti dalla fine che ci ha permesso di vincere per 2 a 1. Ricordo i tanti albesi che, nel periodo in cui erano in Liguria in vacanza, venivano ad incitarmi allo stadio…

Siamo nel 1983 e su Enrico mettono gli occhi anche un dirigente della Carrarese, Guerra, e l’allenatore della squadra, Orrico: “Dopo il ritiro vicino a Massa, alla prima amichevole contro il Siena riesco a segnare tre gol nel 1° Tempo. Ma un ricordo ancora vivo è senza dubbio la prima di Campionato contro il Lanerossi Vicenza, soprattutto per il contesto. Lo stadio di Vicenza era futurista per quell’epoca ed io ero estasiato di poterci giocare. 

La stagione ’82-’83 è stata la mia consacrazione, nonostante l’infortunio che ho avuto al ginocchio e che mi ha costretto a rimanere fermo per un pò, recuperando però vincendo la Coppa Italia di Serie C contro il Fano”.

I problemi al ginocchio si ripresenteranno nella stagione passata al Brescia, l”83-’84: “Eppure non mi arrendevo e dopo le partite mi cambiavo e andavo ad allenarmi da solo in un parco vicino all’hotel dove alloggiavamo noi giocatori”.

Nel 1984, per una stagione, Enrico approda al Parma, in serie B, apoteosi di una carriera scandita da talento, costanza ed impegno.

Dal Parma ritornerà a giocare alla Carrarese.

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In questa immagine è ritratto con lo storico allenatore Orrico, in occasione del Centenario della squadra.

Negli ultimi anni Enrico ha messo la propria competenza al servizio dei nuovi talenti, diventando allenatore di squadre di Eccellenza locali.

Ho scoperto poi il settore dei giovani grazie a Benedetti, responsabile del settore giovanile del Torino, con il quale avevo giocato nel Parma”.

Oltre ad avere allenato le Giovanili del Torino (vincendo tra l’altro  il titolo di Campione d’Italia Berretti nella stagione 2006/2007, squadra che ha allenato per 4 anni), Enrico è attivo nella Società Area Calcio Alba Roero dove si occupa, tra le altre cose,  di coordinare gli istruttori.

Ai giovani cerco di trasmettere tutte le emozioni e le esperienze che ho vissuto, la passione certo ma soprattutto il sacrificio e la costanza. Senza una reale motivazione anche i talenti migliori si perdono. Perché la motivazione è quella che ti permette di mettere fuori quello che Dio ti ha lasciato dentro“.

Calcio giocato, calcio insegnato, ma il calcio tifato?

Sono sempre stato tifoso del Milan, seguendo l’esempio della mia famiglia. In realtà il mio tifo è piuttosto stemperato, seguo le partite più dal punto di vista tecnico che da quello di un tifoso per non perdere nessun dettaglio”.

Perché il calcio è, per lui, sempre una questione di costanza, anche nell’osservarne i particolari.