Dario Ghiringhelli: “Quando si è una pecora bianconera in famiglia…”

Cominciare una rivoluzione è facile, è il portarla avanti che è molto difficile“.
(Nelson Mandela)

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Unite una (piccola) rivoluzione alla tenacia e soprattutto alla resistenza ed otterrete le basi di una solida fede calcistica.

Mi è venuta in mente questa equazione  intervistando nei giorni scorsi Dario Ghiringhelli, professore di Scienze presso un liceo scientifico torinese e, tra le altre cose, conduttore del format Top Com sul canale Top Planet.

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Sono la pecora bianconera della famiglia – mi racconta  – mio padre e mio fratello hanno iniziato l’opera di persuasione per farmi convertire alla fede Granata  sin da piccolo, persino con un abbonamento allo stadio. 

Non sono riusciti a scardinare la mia devozione per la Juventus ma in compenso questa loro “interferenza” mi ha permesso di mantenere una certa sportività”.

La devozione di Dario è dovuta ad una folgorazione conseguente l’aver visto giocare “Le Roi” Platini, uno dei suoi miti calcistici.

Anche se indubbiamente il suo preferito rimane pur sempre Alex Del Piero e già solo a nominarlo gli si disegna in volto un sorriso estatico…

Ricordo uno dei momenti più belli che ho vissuto allo stadio,  la partita Juventus – Fiorentina nel 1994 con il gol di Del Piero, un colpo di destro che ha acceso il Delle Alpi…”.

Una magia che completò la rimonta dallo 0 – 2 al 3 – 2 che non a caso è stato eletto  dai tifosi  il gol  più bello dei 120 anni della Juventus.

E sempre a Del Piero è legato un altro momento molto emozionante, seppure con  una connotazione diversa: il  ritiro del campione, nel maggio del 2012.

Ricordo con precisione che ha lasciato la partita venti minuti prima che finisse, partita che ovviamente è proseguita ma i tifosi hanno smesso di seguirla, concentrati solo su di lui che continuava a fare il giro del campo…“.

Il calcio occupa una parte importante della vita di Dario; da quattro anni è redattore di “Spazio J” nel quale ha esordito con la rubrica “Le voci della Nord” in cui raccontava le partite vissute dalla curva; è la voce radiofonica di “Diario Bianconero” in onda su Radio Stella Piemonte; e uno degli opinionisti, come già detto, di Top Com.

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Opinionista ma soprattutto tifoso: “Nel tifo sono come nella quotidianità extra calcistica – precisa – cerco di essere sempre pro e mai contro; non concepisco ad esempio fischiare i propri calciatori nella sconfitta anche perché è impossibile vincere sempre. 

Sono 21 anni che ho l’abbonamento allo stadio e la cosa che maggiormente mi infastidisce è vedere i bambini imbeccati dai padri che insultano l’arbitro o gli avversari”.

Il calcio andrebbe condiviso e non fomentare “divisioni” insomma:

Si, come quella volta in Champions contro il Glasgow quando con  noi in curva c’erano i loro tifosi… tranquillamente e senza problemi“.

Quando lo dico io mi danno della sognatrice… ma non si dice forse che se si  sogna  da soli è solo un sogno ma se i sogni sono condivisi è la realtà che comincia?

 

 

 

 

 

 

 

“Buonasera” alle tre del pomeriggio…

E’ giusto ribellarsi a una certa cultura che prevede che le emozioni debbano essere sempre controllate: che non bisogna piangere né ridere troppo e nemmeno essere eccessivamente tristi“.
(Paolo Crepet)

Ogni tanto è anche stimolante essere al di là della barricata, per così dire.

Nel mio percorso da neo-blogger sono io ad essere incuriosita da una persona, da una storia, da una situazione, tanto da voler sondare, capire.

INDAGARE, per usare una terminologia che rimanda al motivo per il quale sono diventata appassionata di pallone.

Tempo fa sono stata intervistata da alcune testate giornalistiche per la mia storia inconsueta legata al calcio.

Ma l’esperienza della diretta televisiva è un’altra cosa.

Molto più cruda, immediata, senza filtri.

Elettrizzante da un lato.

Paralizzante dall’altro.

Ieri ho partecipato ad una puntata di “Top Com” sul canale tematico “Top Planet” per parlare del blog e tentare (lol) di parlare di Juventus.
Puntata condotta dalle temprate e spigliatissime (oltre che competentissime) Carol Barbieri e Caterina Autiero (quest’ultima già intervistata sul mio blog e mio mentore per golditacco.it).

Quando si dice che le fotografie parlano non posso che essere assolutamente d’accordo.

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Questa è la foto del quarto d’ora prima della diretta.

L’immagine della serenità.

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E questa la foto del “due minuti alla diretta”.

Una frase è bastata a smascherare un’inquietudine celata e le emozioni sempre in agguato.

Qui si vede tutto, ma proprio tutto, senza sconti, il mio essere apprendista-debuttante del settore tv.

Oggi rido pensando che, saranno anche le luci (ma non diamo troppo la colpa alla tecnologia…), non sembro neppure la stessa persona.

Nella vita non si finisce mai di scoprire qualcosa di se e della realtà ed io ho scoperto che:

la mia proverbiale parlantina non è poi sempre così proverbiale;

la sicurezza nelle mie capacità di oratrice si dà alla fuga senza preavviso;

dire “Buonasera” alle tre del pomeriggio denota di credere ai salti temporali;

non mi ero mai accorta di quanto può essere difficile stare ferma su una sedia, io e il mio presunto aplomb da “principessa della Curva Sud” (questa è una storia della quale vi parlerò prossimamente);

lo schermo regala almeno 7/8 kg in più (figuriamoci mi fossi vestita di bianco e meno male che quel giorno ho evitato i carboidrati…);

le luci sbiancano e conseguentemente ero troppo bionda (stile musa di Hitchcock ma non all’altezza del ruolo), troppo pallida, troppo no-makeup mood (nonostante il lavoro magistrale della mia amica Francesca che  io, io, io ho trattenuto nell’essere più “marcata”… ).

Pero’ di POSITIVO c’è:

che l’esperienza mi ha galvanizzata ancora di più sulla strada che sto percorrendo;

che quasi quasi mi sono emozionata ricordando la mia prima volta allo stadio (tanto da aver definito “gloriosa” la sfida tra Juventus e Cagliari del 19 agosto…);

che anche adesso che sono qui che scrivo tra il serio e il faceto sento gli occhi pungere.

E forse questa emozione è la più grande conquista che mi ha regalato il gioco del pallone.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Caterina Autiero: “Di più, niente”

Le grandi aspettative sono il preludio delle grandi DELUSIONI“.
(Cecilia Dart-Thornton)

 

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Ma anche dei successi, aggiungerei io, se si gestisce egregiamente lo sconforto di un incontro non proprio idilliaco in un campo di allenamento…

Ma andiamo con ordine.

C’è chi si avventura sulla strada juventina rincorrendo un ipotetico ex calciatore in sleep-on di velluto, coinvolto in un omicidio (questa sono io).

E c’è, invece, chi ci arriva dopo una cocente delusione.

E questa è Caterina Autiero, insegnante di Lettere ma soprattutto giornalista sportiva con un passato nella redazione di “Sky Sport 24” e un presente come caporedattrice del sito “Gol di tacco a spillo” e co-conduttrice del canale televisivo “Top Planet”.

Ero una bimba e all’epoca vivevo a Napoli, la mia città d’origine  – mi racconta durante il nostro incontro a Torino, dove si è trasferita alcuni anni fa – tutta la mia famiglia era tifosa del Napoli e un giorno che la squadra si stava allenando sono andata ad incontrare Maradona, insieme ad altri bambini. Il fatto di essere stati praticamente snobbati dal grande campione mi ha segnata indelebilmente.

A quei tempi ero già appassionata di calcio in genere; facevo la collezione delle figurine Panini, seguivo trasmissioni come “90° Minuto” e la Juve era li, con i suoi successi, la sua storia, la sua maglia, il suo modo di esultare.

Poi il fatto che a Napoli il motto fosse “tutto meno che la Juventus” mi ha esaltata ancora di più.

Per tutti questi motivi è nato il mio amore per la Signora; ho contagiato anche la mia famiglia, a parte lo zoccolo duro, papà. Sin da ragazzina venivo ogni tanto a Torino a seguire le partite allo stadio ed invidiavo tremendamente i torinesi che vivevano nella città dei miei campioni…”.

Città nella quale, dopo anni di gavetta nelle tv regionali campane, è arrivata in pianta stabile alla fin fine, proprio per occuparsi della Juventus.

In particolare, parlando di campioni, si illumina quando cito il suo mito calcistico,  Alex Del Piero; e mi racconta, ancora emozionata nonostante gli anni passati, un episodio significativo: “Da adolescente tenevo una sorta di diario dedicato ad Alex. Annotavo li tutte le sere un pensiero per lui. Arriva la partita di Campionato Napoli-Juventus. Raccolgo tutta la raccolta e scoprendo dove la Juventus alloggia, mi piazzo sotto l’hotel, ribadendo a casa che non sarei tornata prima di aver compiuto la missione di incontrare Del Piero.

Alla fine ero rimasta solo più io sotto l’hotel e il direttore, impietosito, mi manda a casa promettendomi che il mattino successivo mi avrebbe permesso di entrare per qualche minuto. 

Il giorno dopo entro e ad ogni passo un  volto noto; nella Hall Moggi e Bettega, nell’ascensore il medico sociale. Nella sala colazione la squadra al gran completo con Lippi al primo tavolo e lui, Del Piero, in fondo alla sala con Zidane e Ferrara.

Alla fine gli consegno la mia raccolta, tra l’altro era il suo compleanno, mi fa un autografo e riesco persino a sfiorarlo”. 

E’ come se anche io fossi stata li con lei, catapultata al 9 novembre del 1997, tanto è vivo, coinvolgente e divertente il suo racconto.

Anche la conseguente… reliquia mantenuta intonsa non è male.

La biro dell’autografo la conservo sigillata ancora oggi...”. A memoria imperitura.

Ma perché Del Piero?

Per me è il simbolo dell’umiltà, del sacrificio, della disciplina, della semplicità. Quando ha dato l’addio al calcio giocato ha scritto una lettera ai tifosi ribadendo che “Di più, niente”, frase che riassume bene la sua filosofia”. 

Una filosofia che, volendo riassumere, è condensata nel saper fare squadra, nel sentirsi parte di un gruppo e nel lavorare per raggiungere insieme un obiettivo comune.

Nel sentirsi, forse, prima che professionisti del pallone dei veri appassionati di calcio.

Parlando di tifo, Caterina ha l’abbonamento allo stadio e difficilmente salta una partita: “Sono in Curva Sud, la prima volta che sono andata allo Juventus Stadium ho conosciuto un gruppo di tifosi che sono diventati una sorta di seconda famiglia. 

Il tifo in Curva mi permette di avere accanto sempre persone nuove, con storie e provenienze diverse: penso ad esempio ad un ragazzo ungherese che, accompagnando un amico a vedere la Juve, si è appassionato pure lui…”.

Le chiedo quale sia stata la sua partita del cuore e quale quella da dimenticare…

Indimenticabile la Coppa Intercontinentale del 1996 giocata contro il River Plate, segnò del Piero e vincemmo 1 a 0; avevo in classe uno juventino come me e seguimmo la partita in pay-tv. Tra le delusioni, a parte la recente di Cardiff, sicuramente la sconfitta che abbiamo subito a Napoli durante la partita di Campionato nel 2010. Finita 3 a 1, giocammo malissimo…”.

Mi confronto con Caterina sul fatto che per me quello di quest’estate è il primo calcio mercato e sono piuttosto in difficoltà nel seguirne le vicende: “E’ uno show – mi dice – sballottano i tifosi tra nomi e sogni, tutto è esasperato ed esagerato. Meglio un tempo che le trattative non si sapevano in anticipo…“.

Meglio si, penso, per la mia sanità mentale e per l’altrui serenità.

Nel corso della sua carriera, Caterina ha incontrato ed intervistato diversi top-players,  da Claudio Marchisio a Fabio Grosso, fotografato con lei in questo scatto.

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Ma ha anche intervistato future stelle del Campionato, transitate dalle Serie Minori alla A: “Ad esempio Giuseppe Vives, che dal Giugliano è arrivato prima al Lecce e poi al Torino“.

Del resto la gavetta, l’impegno e la caparbietà sono prerogative indispensabili, per chiunque, per non deludere le proprie aspettative.

E tutto torna.