Massimo Gramellini: “Quella volta che Maradona palleggiò con un mandarino…”

Incasso qualsiasi critica ma non quella di non sapere perdere. E’ da quando sono nato che ho un’abitudine a gestire le sconfitte come nessun altro visto che sono Granata”.

(Massimo Gramellini)

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Ho sempre pensato che l’ironia, ancora di più l’autoironia, ci salverà dal fare a pezzi noi stessi.

Massimo Gramellini, giornalista, scrittore, personaggio televisivo, è ironico ma soprattutto autoironico, pungente e divertente anche per quanto riguarda le faccende relative alla fede calcistica.

L’ho incontrato nei giorni scorsi a Nizza Monferrato, dove è stato ospite della kermesse “Attraverso Festival”.

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Forse non tutti lo ricordano nel ruolo di cronista sportivo del pallone con il quale ha iniziato la sua carriera nella carta stampata:

“Lo sport è l’unica attività che ancora oggi mima l’epica – dice – la bellezza di raccontare le gesta dei guerrieri antichi la si rivive in un certo senso narrando le imprese degli sportivi. Sicuramente  è meglio vederli da lontano, più coinvolgente dal punto di vista emotivo perché quando per lavoro, come era per me all’epoca, li vedi quotidianamente sui campi ad allenarsi e durante le partite il mito dell’eroe irraggiungibile svanisce. Ci si rende conto che sono ragazzi di vent’anni interessati a giocare più che alle emozioni dei tifosi. In quegli anni anche la mia fede Granata la vivevo con meno enfasi.

Facevo il cronica in anni nei quali i calciatori erano meno personaggi di oggi; mi ricordo di quando arrivai a Milanello nel 1986 e parlando con Paolo Maldini e Franco Baresi, due campioni del Milan, gli dissi: “Siete giovani, belli, amati dal pubblico; è incredibile che non abbiate ancora fatto pubblicità”. Mi guardarono esterrefatti: “Un calciatore che fa pubblicità? Non succederà mai”. Tutto poi come ben si sa è cambiato radicalmente…”.

Un personaggio lo era invece Maradona: “Maradona è stato tutto il male e tutto il bene che nessuno ha mai raccontato.

Eraldo  Pecci, calciatore del Napoli al quale ero particolarmente legato perché era stato un campione del Toro dello scudetto del 1976, mi ha raccontato che arrivato a Napoli, trova nel residence il televisore che non funziona. Lo racconta ai compagni di squadra durante gli allenamenti. La sera, tornato al residence, si sente dire che la chiave della sua camera l’ha presa Maradona. Pecci lo trova sotto la tv, intento ad aggiustare la spina dell’antenna.

Maradona è stato un uomo ed un campione molto amato dai compagni; era sicuramente un distruttivo ma anche un leader, un costruttore, uno che ci metteva sempre la faccia, nel bene e nel male, prendeva posizione. Per questo lo considero uno dei più grandi calciatori di sempre.

Mi ricordo quella volta che non si allenava da un mese, faceva di tutto tranne che allenarsi e ovviamente noi giornalisti non perdevamo occasione per rimarcarlo.

Si presentò in conferenza stampa, allora a differenza di oggi avvenivano per strada; io stavo mangiando un mandarino, mi chiese se ne avessi un altro da lanciargli. Per l’intera conferenza, che durò almeno tre quarti d’ora, palleggiò con il mandarino. Non è solo l’aspetto tecnico a sorprendere ma anche tenere la gamba in tensione per 45 minuti; aveva dei muscoli che se avesse condotto una vita sana probabilmente avrebbe giocato sino a 40 anni.

Maradona è un personaggio che sembra uscito da un romanzo di Garcia Marquez”.

Dallo sport alla politica il passo non sembra nè breve nè scontato: “La leggenda vuole che Igor Man mi abbia suggerito all’avvocato Agnelli e a Paolo Mieli, direttore de La Stampa, dopo aver letto un mio articolo dedicato allo Scudetto del Napoli vinto nel 1990un pezzo divertente che finiva con una cialtronata. Ero andato a seguire la partita contro la Lazio nei Quartieri Spagnoli; ad un certo punto ho visto cadere da una finestra un televisore. Siccome in quel periodo il nemico numero uno era il Milan di Berlusconi, scrissi che il televisore era sintonizzato su Canale 5, nonostante ovviamente nel volo non fosse collegato alla spina! Però era divertente l’idea, a Napoli in quei giorni c’era molto di cui divertirsi, tipo le lacrime di Berlusconi in vendita a 1000 lire ad ampolla”.

Chiedo a Gramellini come è nata la sua fede Granata: “Da bambino mi piaceva mangiare. Mio padre, sfegatato tifoso del Torino, mi ha minacciato: O tifi Toro o non mangi”.

La scelta definitiva è avvenuta quando un bimbo juventino mi ha canzonato dicendomi: “E’ morto Gigi Meroni”. Così ho associato definitivamente la Juve al male e la scelta si è compiuta automaticamente” racconta ridendo.

Sull’assetto attuale della squadra, ha idee precise: “Questa è la squadra di Mazzarri che è un allenatore bravissimo, fa giocare male la squadra ma molto peggio quella avversaria. Non ci si aspetta partite divertenti come ai tempi di Mihajlovic ma del resto il calcio non è uno spettacolo; uno spettacolo, ad esempio, si spera duri il più a lungo possibile, se si vede il Toro che al primo minuto segna si invoca che la partita finisca li. Il calcio è una guerra, conta vincere. Poi noi del Toro dobbiamo giocare bene nel senso di tirare di nuovo fuori la rabbia, la grinta: un derby si può anche perdere per 4 – 0 ma non si può uscire dal campo sottobraccio a quelli della Juventus… Per quanto riguarda i giocatori, mi dispiace che sia andato via Ljajic che era si una testa calda ma sicuramente l’unico di classe che accendeva la luce”.

 

 

 

Di varie ed eventuali: da Riccione al Gol… di tacco.

Non vi è vita più bella dell’uomo senza pensieri; la spensieratezza è un male davvero indolore
(Sofocle)

 

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Negli ultimi giorni sono stata poco produttiva con il mio blog e faccio il mea culpa.

Dalla prossima settimana riprenderò a pieno ritmo dopo la pausa vacanze che mi sono concessa e dalla quale sono rientrata ancora una volta stregata dalla Riviera Romagnola.
Sarà l’euforia del mare, che ti fa credere che la vita sia leggerezza imperitura, relax e sole, nessun pensiero; fatto sta che di Riccione sono veramente innamorata, di questa città brulicante di turisti sospinti la sera in viale Ceccarini, russi griffati in ogni dove, nostalgici seduttori locali fermi agli anni ’80, donne spumeggianti ed estrose in un scintillio di strass, lamè, frange (e mi sono adeguata volentieri anche io…).

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Forse è questo il segreto dell’esistenza.

Vestirsi (in ogni senso, anche metaforicamente) di spensieratezza.

Riccione è l’affabilita’ dei suoi abitanti: coinvolgente, coinvolgenti.
Senza troppe paranoie perché in fondo la vita è breve e va vissuta allegramente.

 

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E quei bomboloni grondanti di zucchero e crema, conturbanti paradigmi di tentazione per il palato come per gli occhi certi tramonti sul mare sabbioso; la gente che balla libera in una piazzetta tra una polka e un ballo latino; e le piadine che in alcune spiagge insegnano a fare cotte sulle piastre in un profumo celestiale che si spande tra gli ombrelloni e sovrasta quello delle creme solari.

Un inno alla gioia in una città che pare sussurare “Nessun Dorma” perché sembra non dormire mai. 

Perdonatemi il fuori tema ma oggi va così.

In realtà anche a Riccione il calcio è stato protagonista.

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Vuoi per la rassegna stampa del mattino al leggendario Bagno 117 Alba d’Oro, vuoi per la diatriba con mio figlio Matteo che, con l’inganno, mentre io misuravo ed acquistavo la nuova seconda maglia juventina, ha corrotto la commessa del negozio sportivo di viale Dante e si è presentato in un total look Granata con il quale se n’è andato orgogliosamente a zonzo per le vie del centro.

 

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Vuoi per le tracce di juventinità in spiaggia e per i commenti sul calcio mercato al bar del Bagno.

Ma vuoi anche per un pò di sfacciataggine.
Una sera apro Instagram e trovo la diretta JUVENTUS dagli Stati Uniti.
Mi lascio andare ad un commento entusiasta in merito (con Matteo che invece mi fa “buu”).
I miei vicini di tavolo, una coppia sulla settantina, mi chiedono: “Ma segue la Juventus?” (se qualcuno di voi ha un’idea del perché la cosa sembri così strana a tutti, vi ascolto…)
Naturalmente rispondo di si e si apre un portone.
Il signore mi fa vedere sul cellulare una serie di foto di lui allo stadio in perfetta tenuta juventina… ma soprattutto il nipotino di pochi mesi immortalato mentre dorme e casualmente “fa la mossa di Dybala quando segna”.

Il ghiaccio è rotto ed io racconto del blog.


E lui chiama al telefono il figlio, introduce la faccenda dicendo : “Cerca tu che io gna faccio… nun so bono col cellulare...”

Poi me lo passa, io sciorino tutti i dettagli necessari per la ricerca. 


Quando ritorno a concentrarmi sulla cena mi dico che un po’ di sana autopromozione fa sempre bene.

E sorrido all’idea che i signori in questione non avranno avuti dubbi sul motivo per il quale il mio blog si chiama silvianelpallone…
“Ma di dove siete voi?” chiedo tra l’altro dopo aver parlato con il figlio che pareva Alberto Sordi…
“De Roma. Gnente se sente?”

 

Sorvoliamo.

Ma la notizia più eclatante di questi giorni in cui non ho aggiornato il blog l’ho lasciata per ultima, così per chiudere ad effetto…

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Oggi è stato pubblicato il mio primo pezzo per il sito tutto al femminile Golditaccoaspillo.it.
Dire che sono onorata di essere stata reclutata tra le fila delle loro redattrici è dire poco.
Il  pezzo tratta della leggendaria maglia numero 10 della Juventus, che non trova pace da quando il Pinturicchio ha lasciato la Vecchia Signora.
Giovanni Ferrari, Omar Sivori, John Hansen e Luis del Sol sono soltanto alcuni dei grandi nomi che ho approfondito mentre mi documentavo per l’articolo, con le loro  grandi storie  che hanno arricchito il mio bagaglio juventino, fermo a Platini, Baggio e Del Piero.

Molto umilmente chiedo scusa della mia défaillance bianconera.

La strada è (ancora) lunga ed inesauribile ma proprio per questo ancora più piacevole.

Diego Fuser: “Vivete il tifo come le famiglie…”

Ogni volta che un bambino prende a calci qualcosa per la strada, li ricomincia la storia del calcio

(Jorge Luis Borges)

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L’altro giorno, leggendo il divertente e graduale acclimatamento di Tim Parks tra le fila dei tifosi del calcio italiano, mi sono ritrovata a pensare al concetto di aggregazione.  

Lo stadio è, per sua natura, collettivo: un calderone palpitante di allegria, impazienza, lacrime, esultanza, nervosismo moltiplicato all’infinito, assolutamente in contrapposizione all’individualismo.

Il tifo non è una faccenda solitaria; viene costruito e sostenuto dall’insieme, più o meno nutrito, dei tifosi. E’ questo è assodato.

Ieri ho avuto la fortuna di poter incontrare Diego Fuser, tra i migliori centrocampisti italiani degli ultimi decenni, poliedrico calciatore del Torino, Milan, Fiorentina, Lazio, Parma e Roma nonché della Nazionale italiana, in grado all’occorrenza di trasformarsi in esterno o trequartista e segnare reti (molte).

E caso vuole mi sono imbattuta in un altro esempio di aggregazione: il cortile.

Erano gli anni Settanta e Diego, scolaretto delle elementari a Venaria, provincia di Torino, si stava perdutamente innamorando del calcio rincorrendo palloni di fortuna nei cortili, insieme agli amici.

A quei tempi non c’erano i Social, non c’erano i video giochi e ci si divertiva  giocando a calcio” spiega. Bene o male tutti sognavano, anche utilizzando regole rudimentali e un terreno di gioco improprio, di ripetere le gesta esaltanti dei Campioni di allora, quelli che i papà seguivano religiosamente la domenica nelle radiocronache, con buona pace di tutta la famiglia.

La mia era una famiglia Juventina  – ricorda Diego – e ogni tanto andavo allo stadio a seguire le gesta del mio calciatore preferito, Tardelli, campione del mondo con la Nazionale italiana nel 1982 e cinque volte Campione d’Italia con la Juventus”.

Per esperienza so che non c’è storia nella quale non si intrecciano altre storie; così anche nel calcio dove i campioni ne ispirano altri, in una sorta di passaggio di testimone, anzi di pallone; e se Fuser ammirava Tardelli, Tardelli aveva come idolo Gigi Riva, il Rombo di Tuono del calcio italiano, e via di questo passo.

Il piccolo Diego inizia a scaldare i muscoli nel Venaria, a dieci anni. Da li approda al Torino da Mini-esordiente, poi alla Primavera e, finalmente, alla Prima Squadra.

Ho esordito nel maggio del 1989, con il Derby contro la Juventus, entrando dal 1° minuto del Secondo Tempo. Ero un ragazzino di 19 anni, e gli occhi puntati addosso dei 50.000 spettatori allo stadio li ho sentiti eccome. Il calcio è una passione infinita, un gioco, finché non arrivi in Serie A e alla passione e al gioco si unisce la pressione di dover ottenere un risultato, l’ansia del giudizio dei tecnici e di quello dei tifosi che magari ad inizio carriera a volte mettono in dubbio le tue potenzialità e fanno crescere le insicurezze. Per questo bisogna essere ben saldi, decisi”.

Il calcio è fatto anche, e soprattutto, di memoria (io rimango sempre sbalordita di fronte agli amici che citano per filo e per segno ogni dettaglio di ogni partita di ogni stagione di ogni decennio della propria squadra del cuore… chapeau).

E tra i ricordi calcistici sicuramente più emozionanti della lunga carriera di Diego, cristallizzata nella mente la partita Lazio-Milan del 1998: “In quell’occasione ho avuto la fortuna di alzare la Coppa Italia da capitano. Sembrava una partita persa ma poi recuperammo. Al fischio finale ci fu il boato del pubblico…“.

E in mezzo al boato, l’inno urlato con voce rotta, quel remake della sigla di Ufo Robot  riservato a Fuser: “Ma chi è? Ma chi è? Diego Fuser! Diego Fuser! Si trasforma in un razzo missile...”.

Razzi missili lo sono anche le automobiline radiocomandate che sfrecciano sulla pista-autodromo realizzata da Diego (con alcuni amici) a Castelnuovo Calcea, in provincia di Asti; un campo da calcio dismesso è tornato così a rivivere, recuperando non solo l’area che era in pessime condizioni ma anche un’altra delle sue passioni d’infanzia.

Prima di salutarci, chiedo a Diego un consiglio per un tifoso, soprattutto alle prime armi come me: “Quello di vivere il calcio con passione ma senza perdere la testa. Con l’approccio che hanno le famiglie quando vanno allo stadio: fare festa, gioire con i bambini, se la propria squadra vince, trovare un compromesso comunque se la squadra perde“.

E qui ritorna il discorso iniziale, quello del tifo costruito INSIEME, come si costruisce la famiglia…

Tutto (ri)torna.